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Usa le mani di tanto in tanto

Illustrazione di Valentina Panetta

Illustrazione di Valentina Panetta

Per tante persone della generazione dei miei genitori, l’idea del lavoro manuale suona vagamente sgradevole. Dovendo scegliere tra una scrivania poco illuminata, un bel trattore e una postazione presso una linea di montaggio, la prima opzione è spesso l’unica contemplata per sé e per i propri figliuoli. Più che comprensibile, se posiamo lo sguardo sulle mani e i piedi callosi dei loro genitori, o se ci facciamo raccontare storie (sempre più familiari, visti i tempi che corrono) di incarichi pagati a cottimo, tutele dei diritti dei lavoratori assenti e via dicendo.
La scrivania pareva un buon approdo e, in effetti, in molti casi lo era veramente.

Sono cresciuta, come tanti coetanei, nella convinzione che non avrei potuto far altro che dedicarmi al lavoro intellettuale, fosse esso impiegatizio, d’insegnamento o creativo. Se non avessi fatto l’università, penso che sarei stata lungamente vista come una masochista, perché senza il mitico Pezzo di Carta “non si va da nessuna parte”. Poi, chiaramente, con le mani non ho mai saputo fare granché e il mio diploma dice “liceo scientifico”.

L’università alla fine l’ho fatta, ma ci fu un momento, nel corso del terzo anno della triennale, durante il quale mi passò del tutto la voglia di studiare: non ne potevo più di ridicoli esami da quattro crediti e valanghe di teoria. In compenso, passavo un sacco di tempo a fare buche nel minuscolo giardino della casa dei miei genitori, per la gioia dei miei vicini di casa amanti dei tappeti erbosi ordinati. Il mio obiettivo era quello di realizzare un orto, ma vista la qualità argillosa – poco lavorabile, ostica – del terreno, impiegai mesi prima di poterci coltivare davvero qualcosa. Furono anche i mesi della stesura della tesi, nonché quelli in cui imparai a fare il compost e ad abbinare carote e porri per tenere alla larga gli insetti che se ne cibano.

La mia fase orticola turbò immensamente i miei parenti, poiché ad un mezzo esaurimento nervoso avevo accompagnato discorsi poco realistici su ritorni alla terra, il business degli asparagi e le varietà antiche di pomodorini rosa. C’era qualcosa nel passare i pomeriggi a progettare semine e raccogliere piante infestanti che mi donava una serenità inedita. La cosa più bella era che, lavorando con le mani, riuscivo a smettere di pensare, o almeno così mi pareva. Ero diventata una di quelle persone che vogliono bene alla proprie piante e passano le settimane aspettando che una specifica melanzana maturi al punto giusto.

Nel profondo del mio cuore, sapevo fin troppo bene che il business agroalimentare è terreno arduo, nel quale non sarei durata più due ore, e che le comuni di fricchettoni non fanno decisamente per me. Ciononostante accarezzai la prosettiva di un futuro contadino per qualche tempo, fino a che non me ne andai a vivere a Trento per studiare cose che con l’agraria non hanno nulla a che fare.

Tale esperienza ai limiti del delirio mi insegnò molte cose, tra le quali la più importante è senza dubbio questa: usa le mani di tanto in tanto. Dato che dubito di potermi dare davvero alla falegnameria o al sopraccitato business degli asparagi, non mi resta che far contenti i miei genitori perseguendo la via del lavoro intellettuale, ma ricavando degli spazi e dei tempi per far riposare le zone surriscaldate del mio cervello.

Usare le mani di tanto in tanto è un’attività generica che mi sento di consigliare anche voi, perché vi vedo un po’ stanchine oltre quello schermo.
Come diceva il mio caro amico Phil Elverum:

clean up the mess, get off the internet.

O magari pescate un bel tutorial per imparare a fare una cosa che vi incuriosisce e prendetevi il tempo necessario per realizzarla, senza pressioni.


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