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La donna che sconfisse la morte: Orfeo ci piace, m...

La donna che sconfisse la morte: Orfeo ci piace, ma Alcesti di più

Uno psicanalista avrebbe molto da dire sul mio amore per le discese agli Inferi. Chi va nel mondo dei morti mi affascina; chi riesce a tornarne mi conquista. Il confine ultimo, il limite sul quale si costruisce la definizione di natura umana, lo stigma che contamina tutto ciò che tocca: cosa può spingere a volerlo sorpassare? E, sopratutto: cosa può dare la forza di tornare?

Per entrambe le domande, una delle risposte dei Greci sarebbe stata romanticamente “l’amore”. Non erano così ottimisti, però, da pensare che molti amori potessero esseri così forti da dare il biglietto d’andata e ritorno per la terra da cui tornare non si può, e, infatti, un solo personaggio del mito ci riuscì. Non il grande cantore Orfeo, ma la piccola sposa Alcesti. La storia dell’uno, ad ogni modo, fa da contrappunto a quella dell’altra e, quindi, vorrei raccontarvele entrambe.

"Orfeo ed Euridice" di Corot

“Orfeo ed Euridice” di Jean-Baptiste-Camille Corot (1871) Museum of Fine Arts, Houston

È possibile, anche se non certo, che ci sia stata una versione del mito in cui Orfeo riusciva nella sua impresa. La versione più nota, però, è quella tragica narrata da Virgilio (1) e a quella mi atterrò io qui. La storia inizia, come troppo spesso accade, con una fanciulla che muore pur di non farsi stuprare. Un pastore la insegue, lei fugge in un prato e non vede il serpente che s’acquatta nell’erba, che la morde, che le dà la morte. La fanciulla – Euridice il suo nome – aveva un compagno che l’amava molto. È Orfeo il poeta, il musicista, il cantore e la sua bravura è tale da incantare gli alberi, le pietre. Il dolore per la perdita della sua amata, quindi, non può che prendere la forma di un canto.

Orfeo canta Euridice su una sponda solitaria, sotto l’alba, dentro il tramonto e subito, quasi un simile salto fosse poca cosa, Orfeo sta cantando alle porte degli Inferi, nel bosco nero e nella palude immonda, sta cantando tra gli innumerevoli spiriti di chi non è più. Tutti, anche coloro che non hanno passioni, si sono destati dal torpore quando il canto di Orfeo ha scosso la terra e subito, senza bisogno di dirlo, Orfeo sta tornando alla luce, seguito dall’amata Euridice. Così ha concesso Proserpina, la signora dell’Ade, in un patto che non si può rompere. C’è una condizione, però, una sola; e Orfeo la dimentica. Una follia coglie improvvisa l’amante incauto, ci dice Virgilio, e Orfeo vuole guardare Euridice, si volta. E sulla soglia della luce, sotto il suo sguardo, Euridice è riportata nell’Ade. Se volete un lieto fine per questa coppia qua, dovete aspettare Ovidio (2), che li farà camminare di nuovo fianco a fianco, felici, quando anche Orfeo sarà sceso nell’Ade. Di ritorno alla vita per entrambi, qui, non ce n’è.

Alcesti, dal canto suo, è la protagonista di una fiaba raccontata in tanti posti e lingue diverse. Ha molti nomi, ma se c’è una cosa che non cambia mai è che è la fanciulla promessa in sposa al re. Il giorno delle nozze, tuttavia, a palazzo si presenta la morte e dice che è tempo di portare via il suo sposo. Di fronte alla disperazione di tutti, la morte offre una via d’uscita: l’uomo può salvarsi se uno dei suoi cari morirà per lui. Ma il padre del re rifiuta; la madre del re rifiuta; e, siccome nelle fiabe la terza è sempre la volta buona, ecco che invece la piccola sposa si offre volontaria (ciao, Katniss). Prima di accettare, il re si batte fisicamente contro la morte, ci prova pure, insomma, ma ovviamente perde. Non c’è altra soluzione e la fanciulla, senza troppe scene, scende nell’aldilà salvando la vita del re.

"Il sacrificio di Alcesti" del Malosso (Gian Battista Trotti)

“Il sacrificio di Alcesti” del Malosso (Giovanni Battista Trotti), inizio XVII sec, Sala delle leggende, Palazzo del Giardino (Parma)

Alcune versioni, allora, ci fanno contenti: in quella che si raccontava nel medioevo in Turchia (3), per esempio, Allah premia i due sposi donando la vita a entrambi e ammazzando, en passant, quei vigliacchelli del padre e della madre. Anche i Greci, per una volta, ci regalano un benedetto lieto fine. Nella famosa tragedia di Euripide è Ercole a scendere nell’Ade, per combattere con la morte e riportare finalmente in vita Alcesti. Secondo un’altra versione, invece, non c’è bisogno di omoni e di lotte, basta l’eroismo di Alcesti a salvarla: perché gli dei si commuovono, di fronte al suo gesto, e a lei soltanto concedono di tornare in vita.

Mettere a paragone la storie di Alcesti e Orfeo non è un’idea particolarmente originale. Tra i molti che l’hanno fatto, il mio preferito è Platone. Nel Simposio (4), uno degli invitati a banchetto sta dicendo la sua sull’amore, su come sia l’unico sentimento capace di renderci nobili, perfino eroici, e mica solo gli uomini, perfino – udite udite – le donne. Cita Alcesti allora, sottolineando come lei fosse davvero disposta a morire per il suo amato e come per questo, e solo per questo, gli dei l’abbiano graziata col dono di una seconda vita. E cita, subito dopo, Orfeo… dicendo che col cavolo che gli dei avrebbero permesso a lui di riuscire nell’impresa; perché lui pensava di potersene andare lì, bel bello con la sua cetra e il canto, e tornarsene su con la sua donna senza aver dato nulla in cambio. Platone aveva i suoi problemi personali con Orfeo e non hanno nulla a che vedere con l’amore, ma qui, nelle parole di questo banchettante forse un po’ alticcio e molto preso bene, il succo sembra essere che devi essere disposto a perdere un pezzo di te, se vuoi davvero vincere la morte. Orfeo, di fare questo, non ebbe il coraggio; Alcesti, invece, sì.

Io non sono mai stata una grande fan del sacrificio di sé, anche perché sembra un brand di eroismo particolarmente indirizzato alle donne. Al contrario, sono affamata di storie in cui l’eroismo delle donne non si traduca nel cancellare sé stesse, storie in cui anche alle donne sia concesso di sconfiggere il drago rimanendo illese. Però, con la mia fissa per la discesa agli Inferi, per un sacco di anni io ho saputo sempre e soltanto identificarmi con Euridice, e non era un ruolo molto divertente. Quando lessi quel pezzo di Platone, invece, pensai che finalmente potevo avere un ruolo attivo ed essere, vittoriosamente, Alcesti. E chi lo sa: magari, un giorno, nella fiaba che scriverò io, Alcesti salverà Euridice. E vivranno felici e contente.

In homepage: “La morte di Alcesti” (1785) di Jean-François Pierre Peyron

 

Se volete uno che su Orfeo la pensava come Platone, c'è Canova.

Se volete uno che su Orfeo la pensava come Platone, c’è Canova (Gruppo scultoreo “Orfeo ed Euridice”, 1775)

 (1) Virgilio, Georgiche 4.485-527

(2) Ovidio, Metamorfosi 11.61-66

(3) “Storia di Delu Dumrul”, nel Libro di Dede Kurkut

(4) Platone, Simposio 179a-d

 

Mini-bibliografia

Anderson, G., Fairy Tale in the Ancient World, London 2000

Conacher, D.J. (ed.), Euripides. Alcestis, Warminster 1988

Heath, J., The Failure of Orpheus, “Journal of the American Association” 124, 1994, 163-196

Megas, G., Die Sage von Alkestis, “Archive für Religionswisshenschaft” 30, 1933, 1-33

Sumer, F., Uysal, A.E e Walker, W.S. (edd.), The Book of Dede Kurkut: a Turkish Epic, Austin 1991


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  1. Paolo1984

    21 aprile

    il sacrificio di sè, anche estremo, non è una forma di eroismo solo femminile: basti pensare alla tradizione cristiana che è piena di martiri d’ambo i sessi.

  2. Chiara Bonsignore

    21 aprile

    Paolo, hai ragione e avrei dovuto specificare meglio il mio pensiero. Non volevo dire che il sacrificio di sé è destinato solo alle donne; come dici tu, ci sono infiniti esempi maschili a provare il contrario. Però, è anche vero che ci sono anche moltissimi esempi di personaggi maschili che accedono a un altro tipo di eroismo, quello, appunto, che combatte il drago e ne esce indenne, mentre mi sembra che, nel caso dei personaggi femminili, la gamma di atti eroici previsti per loro si riduca sensibilmente a favore del sacrificio di sé. Per dirla in soldoni: i personaggi maschili hanno accesso a varie categorie di eroismo, compresa quella del sacrificio di sé, mentre i personaggi femminili hanno accesso a poche categorie, e sopratutto a quella. Però confesso che questa è più un’impressione che qualcosa su cui abbia fatto grandi ricerche, quindi se numerosi esempi dovessero convincermi del contrario ne sarei ben contenta =)

  3. Paolo1984

    21 aprile

    a me pare che sopratutto oggi ci sia una complessità di eroismi e anti-eroismi al maschile come al femminile ma pure la mia è un’impressione.

    degli esempi mi vengono in mente (Wonder Woman, La donna bionica, Sarah Connor, Beatrix Kiddo ecc..) ma non appartengono alla tradizione mitica

  4. Paolo1984

    21 aprile

    devo dire però che io quando leggo una storia, cerco una trama avvincente e dei bei personaggi, non mi interessa troppo identificarmi in questo o quello

  5. thesparesuit

    30 maggio

    Splendido articolo!
    @Paolo: il fatto che non ti interessi non significa che tu (come chiunque altro) non lo faccia lo stesso, anche e soprattutto inconsciamente. Direi che è uno degli inevitabili pilastri della narrativa, persino quando il POV è affidato ad un personaggio sgradevole o difficile da accostare empaticamente. Croci e delizie della letteratura 😉

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