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Di ieri e di oggi: amazzoni

C’era una volta un popolo di antiche guerriere, una popolazione di sole donne, votate alla guerra e al combattimento, invincibili (o quasi), mirabili arcieri, e formidabili in tutte le attività fisiche, in particolare il combattimento a cavallo.

Disinteressate o perfino piene d’odio verso gli uomini, questa popolazione li considerava solamente in quanto strumenti di procreazione, e così una stagione all’anno era dedicata a trovare o rapire esponenti di sesso maschile da popolazioni limitrofe da utilizzare e poi buttar via una volta espletata la loro funzione. Si dice che una sorte di analogo disprezzo fosse riservata ai bambini maschi nati da queste unioni, che venivano spesso abbandonati o malformati per impedirne l’accesso alle arti superiori del combattimento, riservate alle donne.

Si dice anche che la loro dedizione all’arte della guerra fosse tanta, che era pratica comune amputare o mutilare uno o entrambi i seni in modo da rendere più agevole l’utilizzo dell’arco.

È difficile, invece, attribuire loro una data e un luogo precisi. Classicamente, dovrebbero aver vissuto in Scizia (Caucaso settentrionale) nello stesso periodo dei Greci, ma a seconda delle fonti, le troviamo anche in Anatolia (odierna Turchia), Tibet, America Latina (1500), Libia e Regno del Dahomey (Africa, fra il 1700 e il 1800). Miti e racconti di popoli del genere spaziano e viaggiano per tutti i continenti, di bocca in bocca, di penna in penna, variando in nomi e dettagli, ma tutti con la stessa idea di fondo: un popolo di donne guerriere forti e indipendenti, e a volte crudeli, quanto gli uomini.

Tutte queste popolazioni sono arrivate a noi con un solo nome: Amazzoni.

Illustrazione di Magda Cicchitti

Illustrazione di Magda Cicchitti

Fra leggenda e storia, fra romanzo e storiografia, le storie delle amazzoni aleggiano nella nostra mente, che rimane lì, incerta se considerarle un mito o una verità. Certo è che, se la loro esistenza è ancora in dubbio, nonostante il ritrovamento di corpi di donne seppelliti con le proprie armi, non è da dubitare il posto che le amazzoni hanno all’interno dell’immaginario collettivo, e soprattutto nell’immaginario femminile. Protagoniste di alcune delle storie più avvicincenti ma anche inquietanti della mitologia greca – basti pensare all’Iliade, dove la regina Pentesilea, dopo un feroce combattimento, viene uccisa da Achille, che successivamente si innamora del suo cadavere; o ad Eracle, che è chiamato, in una delle dodici fatiche, a rubare la cintura che donava forza sovrumana alla regina Ippolita e si narra quasi sterminò l’intera colonia per ottenerla –, le amazzoni sono state nei secoli oggetto di millemila romanzi, film, documentari, saggi, e studi.

Le tracce di queste formidabili donne nel linguaggio e all’interno alla cultura pop contemporanea sono infinite. Pensate a Wonder Woman, per esempio, figlia proprio di Ippolita e discendente delle amazzoni “greche”; o anche a Xena, in cui compaiono a proposito (e sproposito) per tutte le sei stagioni; o semplicemente pensate all’espressione “cavalcare all’amazzone”.

È affascinante notare come, se si scava un po’ più in là della leggenda classica, le amazzoni non furono né un fenomeno isolato né circoscritto all’europa orientale. Anzi, come abbiamo detto, se si guardano fonti minori o studiosi meno eurocentrici, iniziamo a vedere come popolazioni e comunità con le stesse caratteristiche di base spuntino come funghi in giro per il mondo e saltellando fra i secoli. L’ipotesi che potrebbe spiegare questi fugaci avvistamenti, queste leggende e ballate tramandate oralmente, è quella che il “mito” delle amazzoni non sia nient’altro che un modo di raccontare e “romanzare” l’esistenza di tutte quelle società matriarcali che ancora resistevano (e resistono) al patriarcato dilagante. Perché ci dimentichiamo che non sempre è stato così. Non sempre il modello patriarcale è stato quello dominante e vincente, e i pochi brandelli di queste storie di donne guerriere arrivate fino a noi ce lo dimostrano con orgoglio.

Eppure, bisogna anche considerare l’altra faccia della medaglia. Se diamo un’occhiata ai miti e alle leggende, notiamo un trend inquietante. Un po’ di esempi:

– il carattere principale attribuito alle amazzoni era quello di combattenti invicibili, tuttavia, prima o poi, in tutte le storie o storiografie che dir si voglia, finiscono per essere sconfitte da un uomo (di solito un eroe classico: Achille, Eracle, Teseo che rapisce la regina Antiope) o da tribù maschili;

– non vi è molta letteratura e ricerca sulla sessualità delle amazzoni: alcuni studiosi menzionano l’odio per gli uomini e attribuiscono loro “pratiche” di omosessualità femminile, altri invece semplicemente glissano elegantemente sull’argomento, cavandosela con il fatto che usavano gli uomini a proprio piacimento, di solito per la conservazione della specie. Tuttavia, e anche qui c’è un tuttavia, in moltissimi miti e leggende, le amazzoni, se non conquistate con la forza, vengono conquistate dal fascino maschile e decidono di abbandonare le armi.

Non sappiamo effettivamente quanta veridicità ci sia in tutto questo, ma una spiegazione credibile a queste apparenti illogicità, è che molti di questi miti e storie furono creati ad uso e consumo dell’immaginario maschile.

Pensiamo a quanti danni anche solo l’idea dell’esistenza di donne forti e indipendenti, dalla sessualità libera e indefinita, potesse fare all’immaginario maschile dei tempi. Dio ce ne liberi! E allora venivano tranquillizzati e i loro ego accarezzati, aggiungendo alla fine un epilogo di dominanza. Sì, anche le invincibili amazzoni, di fronte ad un eroe, potevano essere domate. E se non venivano domate, venivano annientate e calunniate nel corso dei secoli.

Di fronte a tutte queste teorie, comunque, non abbiamo ancora risposto ad una domanda fondamentale. Che cosa sono e sono state per noi donne, ragazze e bambine, le amazzoni?

Ispirazione, modelli, esempi di forza e indipendenza mitologica, le amazzoni non scompaiono mai completamente dai nostri pensieri. Per quanto sconfitte, per quanto conquistate, queste donne sono l’esempio che la resistenza è possibile, che smettere di combattere è sempre l’ultima risorsa, che vale la pena di prendere in mano la propria vita e dargli una svolta senza precedenti. Anche nella conquista, la scelta ultima è sempre loro. Anche nella sconfitta, la bellezza del loro coraggio continua a brillare e non sembra dar cenni di stanchezza.

Come potremmo dimenticare queste indomite progenitrici? In un mondo dove la libertà femminile aveva limiti ben precisi, fra alcune società più che in altre, le amazzoni fornivano un’alternativa. Un’alternativa forse speciale, forse brutale, forse piena di sacrifici, fra i quali si dice quello della femminilità. Ma chi ce lo assicura? Ci raccontano che alcune si mutilavano il seno e da qui deriverebbe il loro nome (dal greco a + mazos, ovvero “privo di mammella”), ma, al contrario, sembra più probabile che sia stata questa possibile etimologia a influenzare i racconti, dato che la maggior parte delle opere d’arte arrivateci le raffigurano con floridi seni. Teorie alternative sull’etimologia narrano una storia diversa: ama + zoo, “vivere insieme” , a + mas’ya, “senza uomini”, alluderebbero rispettivamente allo stile di vita strettamente comunitario e al separatismo dalla popolazione maschile; altre ancora speculano sul fatto che la parola significhi invece “Seguaci della luna”, data la loro supposta fedeltà alla dea Diana, o che la A inziale, invece di essere privativa, sarebbe rafforzativa e quindi significherebbe  “Grande seno”, come a dimostrare una femminilità ancora più dirompente e prorompente.

Niente è certo, niente è sicuro, quando parliamo delle amazzoni. Perfino la loro stessa esistenza è messa in dubbio. Ma nei nostri giochi e sogni di bambine, nel nostro immaginario di adolescenti e donne, cavalcano fieramente a spada tratta, pronte a tutto. Perché una cosa è certa da tutti questi racconti: un’amazzone è padrona del proprio destino. Per secoli lo sono state, contro ogni probabilità, e continueranno negli anni ad esserlo, in forma d’idea, d’ispirazione: una ragione in più per noi, per continuare a combattere.

Fonti:


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  1. Chiara

    15 aprile

    mi è piaciuto molto il dibatto a riguardo dell’origine del nome. se davvero l’ipotesi corretta fosse che amazzone derivi da grande seno, sarebbe secondo me una grande vittoria per dimostrare che non bisogna essere androgina per essere forte, ma tutto il contrario

  2. skywalker

    16 aprile

    Ci sono alcuni punti in questo articolo buttati un po’ lì e dati per scontato. Punto primo: non è affatto scontato che in un passato remoto siano realmente esistite società matriarcali e/o con discendenza matrilineare in quanto, ad oggi, non esistono alcune evidenze dell’esistenza di una proto-società o società le cui relazioni interne erano gestite secondo un paradigma matriarcale. Punto secondo: La società mitica della Amazzoni e delle Lemnie, non può essere comunque in alcun modo associata al matriarcato in quanto nessuno dei due regna su di una società normalmente composta da uomini e donne come vorrebbe il matriarcato. Punto terzo: secondo una visione strutturalista dell’interpretazione dei miti e non di stampo ottocentesco come è qui rappresentata, i miti sono una cosa a sé, il cui rapporto con la realtà è mediato e non diretto, per cui il mito delle Amazzoni può significare tutto l’opposto di quello che gli studiosi ottocenteschi ritenevano significassero. Ad esempio anziché rappresentare il potere matriarcale sembrano esorcizzare l’idea di un eventuale potere femminile. Il mito delle Amazzoni è stato rielaborato e riletto come la rappresentazione mostruosa, fatta dai greci, di un mondo barbaro e selvaggio, opposto alla “cultura”. Non a caso composto solo da donne.

    Riferimento “L’ambiguo Malanno” di Eva Cantarella

  3. Martina Del Romano

    16 aprile

    Skywalker, hai ragione, conoscevo anche quella interpretazione, ma ho preferito non metterla per la semplice ragione che c’era già un sacco di carne al fuoco, e già alcune di queste cose ho dovuto “buttarle un po’ lì”. Non era mia intenzione fare un trattato esaustivo, semplicemente perché se ne potrebbe stare a parlare per pagine e pagine. Ho preferito concentrarmi sulla loro influenza sull’immaginario collettivo moderno. In ogni caso, grazie per la precisazione!

  4. Luisa Vicinelli

    13 settembre

    Martina se ti interessa davvero approfondire l’argomento ecco alcuni testi:
    Donne guerriere – Le sciamane della via della seta Janine Davis KImbell ed. Venexia
    Le società matriarcali – Studi sulle culture indigene del mondo Heide Goettner Abendroth ed. Venexia
    La dea doppia Vicki Noble ed. Venexia

    Heide Goettner-Abendroth sarà a Bologna l’11 e il 12 ottobre http://www.women.it/armonie/

    Su questo sito potrai trovare altre informazioni e saggi. Dal 2004 facciamo convegni sulla Gimbutas e la Grande Madre e dal 2009 sugli Studi Matriarcali moderni

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