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Del coming out di Ellen Page, specchi e camicie a ...

Del coming out di Ellen Page, specchi e camicie a quadri

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It’s weird because here I am, an actress, representing— at least in some sense — an industry that places crushing standards on all of us. Not just young people, but everyone. Standards of beauty. Of a good life. Of success. Standards that, I hate to admit, have affected me. You have ideas planted in your head, thoughts you never had before, that tell you how you have to act, how you have to dress and who you have to be. I have been trying to push back, to be authentic, to follow my heart, but it can be hard.

Venerdì scorso, 14 febbraio, Ellen Page pronunciava queste parole come preludio al suo coming out. Del suo discorso, il coming out è paradossalmente la parte meno importante, eppure è stata quella a fare notizia su tutti i giornali. Comprensibile, ma tutto sommato un po’ triste.

There are pervasive stereotypes about masculinity and femininity that define how we are all supposed to act, dress and speak. They serve no one. Anyone who defies these so-called ‘norms’ becomes worthy of comment and scrutiny. The LGBT community knows this all too well.

Dico paradossalmente, perché io sono la prima a dirvi che la notizia della sua dichiarazione è stata l’unica cosa capace di farmi alzare dal letto sabato mattina. Dico paradossalmente, perché sono anni e anni e anni che aspetto questa conferma e rido di fronte alle voci dei suoi fling con quest’attore o quest’altro. Mi accusano sempre di vedere lesbiche ovunque, ma se le vedo è perché ci sono, e anche stavolta avevo ragione. Anzi, avevamo ragione.
Sono giorni che vedo gente su gente ballare una conga virtuale al suo coming out, gioire, piangere, saltellare su e giù, lanciare coriandoli. E mi chiedo: ma quali sono le vere ragioni di questa felicità? Cos’è che ci provoca tanta allegria? Il fatto di aver avuto ragione? Il fatto di vantare un’altra bellissima, bravissima attrice famosa fra le nostre fila? Il fatto che stia dando il buon esempio? Che siano tutte queste cose messe insieme? Forse. O forse no. La verità è che, come membri di una minoranza a lungo ignorata, denigrata, maltrattata e dimenticata, abbiamo un bisogno feroce di riconoscerci nello specchio che ci era stato rubato. E così stiamo ore e ore a guardarci, cercando di analizzare ogni piccola parte di noi nel dettaglio, cercando di capirci e scovare sempre nuovi particolari.
“Quell’orecchio mi piace, dev’essere perché è molto gay”.
Lo specchio in questione è quel particolare mondo delle ombre che chiamiamo “mondo dello spettacolo”. E così passiamo ore e giorni e settimane e mesi ad analizzare questo o quest’altro prodotto culturale, a litigare con altri fan nei commenti di youtube sul perché quest’attrice sia chiaramente lesbica e a lamentarci del suo non voler fare coming out. E quando finalmente lo fa, GIUOIA ET GAUDIUM, è arrivata Pasqua in anticipo! Perché sì, un pezzetto di noi si sente come se quella legittimazione fosse nostra e solo nostra. Perché sì, il cuore non può che crescerti di dieci taglie con fierezza e orgoglio all’idea che un altro piccolo spicchio di libertà individuale è stata riaffermata. E perché sì, se lei l’ha fatto, perché non io? Perché non oggi? Perché non qui?
“Mamma, non puoi cacciarmi di casa, anche ad Ellen Page piacciono le ragazze”

Out of that closet, finally

I also do it selfishly, because I am tired of hiding and I am tired of lying by omission. I suffered for years because I was scared to be out. My spirit suffered, my mental health suffered and my relationships suffered. And I’m standing here today, with all of you, on the other side of all that pain. I am young, yes, but what I have learned is that love, the beauty of it, the joy of it and yes, even the pain of it, is the most incredible gift to give and to receive as a human being. And we deserve to experience love fully, equally, without shame and without compromise.

Tuttavia, il mio cuore non solo è ingrassato di venti taglie peggio di quello del Grinch alla fine del film, ma mi si sono anche riempiti gli occhi di lacrime ad ascoltare l’intero discorso con cui Ellen (ormai siamo on first name basis) ha deciso di catapultarsi fuori dal metaforico armadio. Sì, catapultarsi, perché non ho mai visto qualcuno aprirsi così tanto di fronte a quelle che sapeva sarebbero state migliaia di persone, in modo tanto umile, onesto e adorabile. Il nervosismo evidente nelle sue mani, Ellen comincia dall’inizio e il suo messaggio è chiaro e conciso: gli standard che la società odierna tenta di imporre su TUTTI sono nocivi verso TUTTI. Nessuno è immune, nessuno è al sicuro, nessuno è fuori dalla sua influenza. Se invece di battibeccare fra noi, insultarci a vicenda e distruggerci a colpi di gossip e frecciatine acide pensassimo a fare muro unito contro queste aspettative, questi standard, queste idee preconfezionate di esistenza che cercano di venderci, staremmo tutti meglio. Se invece di fissare e puntare il dito fossimo in grado di osservare e capire e comprendere senza introdurre forzatamente quelle che sono le nostre relative verità assolute, finirebbe forse il mondo? Probabilmente sì. Però, quello che Ellen ci sta dicendo è di provarci.
E ci sta anche dicendo, fra le righe: ragazzi e ragazze, per questa volta avete vinto voi, ma il fatto che io abbia lo stile che ho non è necessariamente collegato al fatto che sono lesbica. Quindi lasciate in pace Kristen Stewart, per favore.

Ora, io ci provo, davvero. Perché sono la prima a dire che l’apparenza inganna, che l’abito non fa il monaco, che non bisogna giudicare un libro dalla copertina, e yadda yadda yadda. Eppure, eppure, non posso farne a meno.
“Attenzione, attenzione, palese lesbica a ore 13”.
È la sindrome dello specchio. È la sindrome dei tre moschettieri. È la sindrome de “mi stai simpatico/a, ti stimo, devi avere qualcosa di gay in te”. Ci costruiamo un’identità sugli stereotipi e poi ce ne lamentiamo, ma allo stesso tempo ci crogioliamo al suo interno perché è bello, perché fa comunità, perché ci sentiamo un po’ meno seri e soli in un mondo in cui siamo sempre stati costretti a difenderci.
Quindi, che dire, io vado avanti tentando di riconciliare queste mie due parti. Quella che gioisce e dice “ma io lo sapevo, ora manca solo Kristen Stewart”, e quella che urla “sta’ zitta e lascia questa povera gente in pace, che hanno già abbastanza beghe per conto loro e non possono mettersi una camicia a quadri che subito scatta l’allarme”.

Nel frattempo però, e meno male, il mondo continua a cambiare.
Una Ellen Page alla volta.

I’m here today because I am gay. And because… maybe I can make a difference. To help others have an easier and more hopeful time.


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  1. Paolo1984

    18 febbraio

    io dico semplicemente che una persona dovrebbe vivere come si sente, e come ritiene per le ragioni che vuole, senza stare là a crucciarsi se sembra più o meno “stereotipato”, quindi se una donna lesbica vuole mettersi una camicia a quadri se la metta pure, se invece vuole indossare qualcos’altro di “non aderente agli standard lesbici” (?)lo metta lo stesso e se uno si pensa che non puoi perchè sei lesbica si fotta, è lui/lei ad avere un problema non tu. E così tutti gli altri. Il problema è solo nella scatola cranica di chi pensa “è così quindi è sicuramente lesbica” oppure “tutte le donne così sono lesbiche”.
    Mascolinità e femminilità possono essere vissute in tanti modi, alcuni forse più “diffusi” di altri ma tutti legittimi, e nessuno di per sè meno “autentico” dell’altro.
    Comunque fermo restando il massimo rispetto per Ellen Page e il suo coming out, provo insofferenza per un attore che quasi chiede scusa perchè è un attore, io continuo a pensare che i film, come tutta la narrativa non impongono nulla, raccontano o trasfigurano artisticamente l’umano e la società, ciò che esiste nei suoi vari aspetti e non c’è nulla di cui chiedere scusa se si fa parte di tutto questo.

  2. Daria

    18 febbraio

    Da un lato, il mondo LGBT mi ha sempre spaventato, me ne sono allontana, forse con il bisogno di non dover per forza far parte di “qualcosa”, con la paura di dover rispettare un qualche canone, un dettato dall’alto che mi dicesse se indossare i pantaloni o la gonna.
    Vedo il discorso di Ellen Page come una sua liberazione da voci di corridoio, pettegolezzi invasivi. “Volete sapere perché ho messo i pantaloncini larghi? Perché ci sto comoda”. Vorrei tanto poter dire che noi stessi, noi che crediamo nell’amore nella sua più pura forma poliedrica e totalizzante, non siamo condizionati dall’immaginario “popolare” (“popolare” inteso come “pop”, come creazione di un’opinione pubblica globale e non più locale) bloccato su certi canoni estetici e comportamentali. Probabilmente sì, quando vedrai una ragazza che veste/parla/cammina in un certo modo, dirai “è lesbica”, seppur sottendi “spero sia lesbica” sperando che la “nostra realtà” sia percepita più viva, presente, elettrica. Ancor di più, una celebrità amata da un certo target di spettatori come Ellen Page, riempie forse il cuore di speranza -ammetto di star sparando paroloni- perché, sì, un po’ si sta diffondendo la concezione secondo la quale “non c’è niente di male”, ma ci stiamo stufando di essere delle entità astratte.
    In sostanza, bell’articolo :3

  3. Paolo1984

    18 febbraio

    fatico molto a credere che esista una forma di amore più pura di un’altra

  4. Daria

    18 febbraio

    Ma io parlavo di tutto l’amore, non solo di quello omosessuale. Mi riferivo piuttosto alla concezione dell’amore.
    Non inoltriamoci nell’argomento eterofobia, che non ne usciamo più e non è questo il caso. C’è stato un fraintendimento, Paolo, hai ragione, mi sono espressa male.

  5. Paolo1984

    18 febbraio

    Daria, ok, scusa tu se ho capito male

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