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We Can Bite It! Auto mutuo aiuto e disturbi alimen...

We Can Bite It! Auto mutuo aiuto e disturbi alimentari

di Caterina Trainito

Se qualcuno mi avesse parlato di “gruppi di auto mutuo aiuto” qualche anno fa, probabilmente mi sarei immaginata una scena di Fight Club. Ricordate Bob, il prosperoso ex-body builder che il narratore incontra ad un gruppo di sostegno per malati di cancro ai testicoli? L’atmosfera squallida della sala di ritrovo (e l’elevato fattore disagio del nome del gruppo, “Restare Uomini Insieme”) aveva segnato per lungo tempo la mia idea di cosa fosse un gruppo di supporto: un rituale di botta e risposta sul modello “Ciao, mi chiamo Tizio e sono un alcolista” – “Ciao Tizio!”, seguito da discorsi autocommiseranti e copiose pacche sulle spalle. Mi era difficile concepire che situazioni del genere potessero davvero aiutare le persone a risolvere i loro problemi.

wqq4p0In effetti, come società tendiamo ad affrontare il malessere – che sia legato a una situazione temporanea come il lutto, o al vivere con una disabilità o malattia psichica – con la più spietata mentalità problem-solving. Tra articoli su internet del genere “Come Sconfiggere Ogni Possibile Vissuto Negativo in 10 Mosse” e l’aiuto professionale di uno psicoterapeuta c’è un abisso, chiaro.

Entrambi però tendono a farci assumere il ruolo di “catorcio” (come mi definì graziosamente la mia psicologa numero 2) che può riaggiustarsi solo seguendo poche semplici istruzioni calate dall’alto. Se avete mai provato la frustrazione cosmica che accompagna un qualsiasi percorso per stare meglio forse condividerete il mio dubbio: manca qualcosa in tutta quest’abbondanza di soluzioni?

È ciò che mi sono chiesta nell’ultima risalita dal “problema” che è toccato a me, come ad altri due milioni di giovani in Italia: i disturbi del comportamento alimentare. I DCA sono malattie serie, e in quanto tali richiedono per prima cosa un intervento terapeutico che si occupi di ridurre i sintomi.

Nella mia esperienza, però, l’aspetto più debilitante di vivere con un DCA – e quello che rimane intaccato dalla psicoterapia, se ci fermiamo all’idea che ricevere consigli da un esperto farà smaterializzare ogni imperfezione dalle nostre vite – è il senso di totale isolamento dal resto della specie umana. Della serie: “hey, è da due giorni che non articolo un suono linguistico in presenza di altri esseri viventi!”.

Essere terrorizzate da tutto ciò che è commestibile, diciamocelo, non permette molte interazioni amorevoli con chi ci circonda. Anche dopo aver fatto progressi, cosa succede quando il trattamento finisce e siamo di nuovo senza appoggi? Come si continua a lottare giorno dopo giorno per conto proprio?

Non aiuta che la nostra società non è proprio il posto più accogliente per guarire da un DCA. Pensateci: la nostra tipica reazione a una ragazza (o a maggior ragione un ragazzo) che mostra chiari segni di un disturbo alimentare non è “corri al centro di salute mentale prima di perdere l’ultimo barlume di lucidità”, ma “qual è il tuo segreto per mantenerti così in forma?!” – eccetto nei casi in cui il peso scende un po’ troppo perfino per i nostri abnormi canoni estetici: allora si passa al più lapidario “magna e tasi”.

1Questo atteggiamento pervasivo di superiorità morale attribuita al disciplinare il proprio corpo attraverso l’alimentazione “pura” e l’esercizio fisico (in America la chiamano diet culture) di fatto glorifica delle psicopatologie complesse e devastanti che solo in superficie possono essere scambiate per “diete estreme” o “prove di autocontrollo”.

Come altri sistemi di valori oppressivi che delegittimano esseri umani nella loro interezza in base all’aspetto fisico o all’orientamento sessuale o alle scelte di vita, la diet culture degrada soprattutto (ma non solo) le donne. In quest’ottica, l’imperativo morale di mettersi a dieta è solo l’ultima delle tante forme di costrizione degli appetiti delle donne – quelle pratiche di auto-macerazione che nei secoli ci hanno imposto in nome di un grottesco ideale di “virtù femminile”.

Uscire da un disturbo alimentare, insomma, può essere un esercizio di resistenza controculturale. E improvvisarsi femministe in questo modo è comprensibilmente difficile se si è da sole. Non esagero quando sostengo che avere delle alleate al proprio fianco sia un’autentica maschera di ossigeno per resistere alla malattia; lo dimostra il proliferare di comunità online “pro-recovery”. Ad esempio, il mio rifugio per molto tempo è stato “YourEatopia”, che vi invito a spulciare anche solo se vi interessa la questione del fat-shaming.

È proprio questo il bisogno che mi premeva più di tutti, qualcosa di banale e al contempo stranamente elusivo: solo un po’ di contatto umano faccia-a-faccia con qualche mia pari che capisse quello che stavo attraversando. Una sciocchezza, no? Eppure questo tipo di opportunità trova molto meno spazio rispetto all’aiuto individuale dispensato dai servizi sanitari, o dall’ultimo guru del self-help. Forse come società non ci è molto familiare l’idea che la crescita interiore si manifesti prima di tutto nelle relazioni.

dd9a0487e86382afb1eacb4507823bc7Ancora fatichiamo a capire che l’inclusione sociale è un nostro bisogno primario; che come tutte le specie ad alta socialità, in natura come nelle grandi metropoli, soffriamo per l’agonia della solitudine alla pari di qualsiasi minaccia alla sopravvivenza. Costruire relazioni significative non è una gradevole aggiunta ai nostri tentativi di stare meglio: è il presupposto per realizzare qualsiasi forma di auto-aiuto. Se assumiamo il concetto di “terapia” in senso più ampio rispetto alla definizione medica, non è una rete solida di famiglia, amici e compagni di sventure la risorsa terapeutica essenziale?

Creare questo tipo di risorsa dove non c’è è l’obiettivo delle associazioni di auto mutuo aiuto. Secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’auto mutuo aiuto è l’insieme di “tutte le misure adottate da non professionisti per promuovere, mantenere o recuperare la salute – intesa come completo benessere fisico, psicologico e sociale – di una determinata comunità”.

Questo approccio valorizza la conoscenza fatta sulla propria pelle di cui siamo tutti portatrici e portatori, senza bisogno di qualifiche speciali. L’esperienza è condivisa in un contesto informale e paritario di gruppo, facilitato da uno dei membri, in cui ognuno dà e riceve sostegno allo stesso tempo in un’atmosfera di ascolto non-giudicante.

trainito_1Nel mio caso, quando pensavo di non saper più dove sbattere la testa, ho avuto la fortuna di scoprire l’Associazione A.M.A. Onlus di Trento, il punto di riferimento dell’auto mutuo aiuto nella provincia. L’associazione porta avanti un insieme di progetti volutamente semplici (nel senso di “non strutturati rigidamente”), cheap (non richiedono formazioni lunghe e costose degli operatori), che partono dal basso (dall’iniziativa di chiunque) e che promuovono l’empowerment della cittadinanza spesso emarginata o stigmatizzata (si pensi ai tanti gruppi per il gioco d’azzardo, la piaga sociale del Trentino).

Da quando ho avanzato la proposta di attivare un gruppo di auto mutuo aiuto peri disturbi alimentari stiamo raccogliendo idee, confrontandoci con amiche, simpatizzanti e altre potenziali interessate (e interessati – i DCA non discriminano!) e cercando di instaurare una comunicazione con i servizi socio-sanitari locali.

Avete un disturbo alimentare e non ce la fate più a tenervi tutto dentro, o temete di non essere “abbastanza malate” per essere prese sul serio? Conoscete qualcuno che ha un problema (in un’aula universitaria di 100 studenti e studentesse ci sarà in media almeno una persona che soffre in silenzio) e non sapete come sostenerla/o?

Se vivete a Trento e dintorni potete mettervi in contatto con l’Associazione A.M.A. scrivendo ad ama [dot] alessandra [at] gmail [dot] com ed aiutarci ad avviare insieme questa esperienza di auto mutuo aiuto.

Altrimenti, vi lancio una sfida: diventate anche voi promotori della salute sostenendo l’associazionismo sul vostro territorio. È una bella occasione per scoprirsi risorsa preziosa per sé, per gli altri e per la comunità intera.

Prima regola dell’auto mutuo aiuto: della sofferenza si parla!


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  1. vera

    26 Novembre

    Vorrei segnalare, anche, i gruppi di auto aiuto per persone che sono o che sono state obese perché trovo che l’obesità e tutti i disordini alimentari legati ad essa siano strettamente parenti delle DCA.
    L’Associazione Amici Obesi promuove gruppi di mutuo aiuto in diverse città italiane.

  2. Paolo

    26 Novembre

    faccio notare comunque che ci sono tante persone che fanno esercizio fisico e seguono un certo regime alimentare senza che questo sia legato ad un disturbo alimentare o a psicopatologia. Poi le esagerazioni sono sempre rischiose.

  3. Caterina Trainito

    26 Novembre

    Ciao Vera, grazie per il tuo suggerimento.
    In effetti nelle associazioni di auto mutuo aiuto, inclusa l’ass. AMA di Trento di cui faccio parte, sono frequenti i gruppi “per dimagrire”. In questi casi il focus è più sul lavorare insieme verso l’obiettivo comune (ad esempio incoraggiando i membri a tenere un diario alimentare e registrare i chili persi).
    Come dici tu, penso che spesso–ma non sempre–l’obesità possa essere ricondotta ad un DCA. Anzi, il “disturbo da alimentazione incontrollata” (BED) recentemente introdotto nel manuale diagnostico sembra essere molto più comune rispetto agli altri DCA, ma tende a non venire preso in carico dai servizi sanitari alla pari di anoressia e bulimia.
    Immagino che chi soffre di questo disturbo si porti dietro un carico di stigma e vergogna non indifferente–e spesso parte le iniziative peer-based partono proprio dalla voglia di uscire dallo stigma.
    Un saluto,
    Caterina

  4. Paolo

    26 Novembre

    “faccio notare comunque che ci sono tante persone che fanno esercizio fisico e seguono un certo regime alimentare senza che questo sia legato ad un disturbo alimentare o a psicopatologia.”

    cioè lo fanno per se stesse, perchè lo vogliono

  5. Paolo

    26 Novembre

    e beninteso quanto ho scritto non deve essere stigmatizzante verso nessuno

  6. Caterina Trainito

    26 Novembre

    @Paolo: hai ragione a puntualizzare che stare a dieta di per sè non vuol dire che si ha un problema.
    Infatti il mio intervento era sui disturbi alimentari (malattie psichiatriche), non sulle diete rigide (scelte di vita consapevoli, per quanto discutibili) — anche se da fuori possono sembrare la stessa cosa.
    Per dirne una, le persone che conosco che si considerano “perennemente a dieta” sgarrano però felicemente sotto le feste. Per chi ha un DCA invece l’alimentazione perde ogni connotazione sociale e culturale — e sappiamo che gli esseri umani in tutte le società della storia mangiano di norma condividendo il cibo. (Come sempre, siamo noi Occidentali con i nostri contacalorie e integratori di vitamine ad essere freaks nella storia evolutiva!).
    Poi ovviamente sono molto più comuni le sfumature intermedie di “alimentazione disordinata”. Conosciamo tutti qualcuno che si sente sempre in colpa quando mangia, che “non dovrei” questo e quello, che “no grazie, ho già mangiato” — ma non al punto di fare una vita di m. nel complesso. Qui concorderai che non è così facile capire se lo facciano “per se stesse, perché lo vogliono”…

  7. Paolo

    26 Novembre

    proprio perchè non è così facile evito di giudicare

    “no grazie ho già mangiato” (quando ho davvero già mangiato) oppure “non ho fame” lo dico anch’io

    e confesso che, pur non essendo sovrappeso, le volte che mi concedo uno spuntino fuori pasto con cibi non sanissimi anch’io penso, senza flagellarmi, che non dovrei e che lo pagherò in termini di salute quando sarò più vecchio.

  8. Vera

    27 Novembre

    Ciao Caterina,
    sì, è proprio come dici tu. L’obesità è, purtroppo, una piaga. I gruppi che ti ho accennato fanno un ottimo servizio laddove, molte volte, i servizi sanitari non arrivano…Ok, ci sono centri per il dimagrimento, ci sono interventi a volte dastrici (ma che per alcune persone sono dei salva-vita), si viene seguiti dai dei buoni psicologi, ma una volta diventati normo-peso?
    Come penso per le DCA, anche la persona obesa ed ex obesa si porta sulle spalle un grandissimo masso fatto proprio di incomprensioni, ingiustizie, umiliazioni, ma seppur tornando “normale” questo masso rimane lì e tante volte ci si sente più soli di prima. Difatti trovo molto bello il pezzo dell’articolo in cui scrivi che la terapia inizia proprio dalle relazioni che abbiamo con la famiglia, con gli amici, con chi ci circonda: è un passo fondamentale! Trovo questi gruppi un’arma potentissima contro la solitudine e l’isolamento…

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