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Massa VS massa: Anita Sarkeesian e il caso Gamerga...

Massa VS massa: Anita Sarkeesian e il caso Gamergate

Se siete una ragazza e avete, almeno una volta nell’arco della vostra vita, provato interesse per un videogioco, mentre scrivo questo articolo immancabilmente aumentano le probabilità che, per via del vostro semplice desiderio (sì, anche solo dell’intenzione stessa), vi siate sentite definite “una femmina atipica”.

O vi siate sentite sminuite partendo da un presupposto genericamente riconosciuto secondo cui una donna alle prese con un videogioco sia di fatto meno capace di una controparte maschile, o vi siate sentite ridicolizzate da risatine e reazioni divertite dalla certezza che, una volta preso il joystick in mano, non avreste saputo dove diamine piazzare le vostre dita dalle unghie certificatamente limate e smaltate come si deve. O, perché no, che abbiate suscitato reazioni piacevolmente stupite, ammirazione, che provano a loro volta che videogiochi e “femmine” non sono ancora visti come un binomio del tutto normale.

È successo anche a me, anche se mai in una misura tale da indurmi a mettere in dubbio la mia voglia di giocare con una console qualunque. Mi è successo con il mio primo Pokémon per Game Boy, quando i miei amichetti undicenni misero in dubbio le mie capacità di allenatrice Pokémon; mi è successo quando ho provato Assassin’s Creed, Dead space e Batman: Arkham Asylum. Guarda caso, nessuno ha mai dubitato delle mie skill mortali nel battere chiunque a Just Dance – ma, un attimo, quello è un gioco di ballo no? È una cosa da femmine.

Una delle poche volte in cui si è voluto inserire delle donne in un contesto videoludico queste sono state ridotte a mero contorno esteticamente piacevole come nel caso della rivista Gamer Girls, in cui articoli su vari titoli e recensioni vengono affiancati a foto di gamers donne più o meno seminude; ne ha già parlato qui su Soft Revolution la brava Sara Antonicelli.

Nonostante questo, molte donne hanno orgogliosamente dimostrato che non solo una ragazza può essere appassionata di videogiochi, non solo una ragazza può essere dannatamente brava a qualunque tipo di videogioco, in qualunque modalità e su qualunque piattaforma – ma una ragazza può anche arrivare a livelli superiori a quello della semplice passione o bravura. Il che il più delle volte sembra far sentire qualcuno minacciato o spodestato da chissà dove e per chissà quale motivo.

Un esempio lampante? Anita Sarkeesian. Nata nel 1984, Sarkeesian è una blogger, critica di media, femminista e videogiocatrice canado-americana, che da ormai quasi due anni è costante vittima di minacce, intimidazioni, insulti e molestie conseguenti la sua opera di dibattito intorno al ruolo ed alla rappresentazione delle donne nei videogiochi, di cui parla nei video sul suo canale Feminist frequency.

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Il 17 Maggio 2012 Sarkeesian aveva aperto una campagna Kickstarter per finanziare una serie di brevi video che avrebbero esplorato questa tematica, in risposta alla quale ha iniziato a subire una infinita sequela di molestie che andavano da fotomontaggi di lei stuprata da personaggi di videogiochi, boicottaggi del suo sito web, tentativi di hackeraggio dei suoi account Twitter e Google, a minacce di stupro, commenti negativi su Youtube, attacchi alla sua pagina Wikipedia costantemente riempita di immagini a sfondo sessuale, finanche a tentativi di ottenere sue informazioni personali di modo da poter attentare alla sua persona in modo ancora più diretto.

Nei suoi video Sarkeesian dimostra una conoscenza del mondo dei videogiochi pressoché infinita, che sia frutto di esperienza personale e/o di studi molto approfonditi: è evidentemente impossibile contraddire ciò che dice nel momento in cui, davanti ai nostri occhi, ci presenta una caterva di casi in cui il personaggio femminile di un dato titolo videoludico è ridotto a mera ricompensa per le fatiche dell’eroe maschio protagonista, a incentivo perché l’eroe maschio protagonista vada all’avventura e sconfigga i cattivi, a fantoccio incapace di ribellarsi alle angherie di un antagonista a meno che l’eroe maschio protagonista non intervenga per compensare la sua apparentemente innata mancanza di abilità di alcun tipo.

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Un dato consolante al riguardo dell’intera faccenda è che, anche grazie (purtroppo) a ciò che ha dovuto subire, Sarkeesian ha ricevuto un sostegno incredibile anche in forma di donazioni alla sua campagna Kickstarter, che ha superato i 150mila dollari dopo averne superati 6mila in meno di 24 ore. A sostegno di Sarkeesian, della sua vocazione e del suo talento, ma anche in difesa della sua persona, della sua intelligenza e del contributo che ha apportato all’universo dei videogiochi che, è evidente, ha bisogno di una decisa sferzata al fine di cambiare le cose e rendersi ugualmente accogliente e disponibile sia alle donne che agli uomini, si sono sollevati in tantissimi.

Ma Anita non ha potuto ancora tirare un sospiro di sollievo: i primi passi verso una diversificazione ed una maturazione dell’universo videoludico hanno inasprito ulteriormente le opinioni di molti videogiocatori (e non) che, nascondendosi dietro una poco credibile difesa dell’etica nell’ambito del giornalismo videoludico, pochi mesi fa, ad agosto, hanno dato inizio alla cosiddetta “controversia Gamergate” (#gamergate).

La controversia è cominciata con l’accusa rivolta alla produttrice di giochi indie Zoe Quinn dal suo ex ragazzo, che la additava per aver ricevuto recensioni positive ad un suo videogioco grazie ad una supposta e mai comprovata relazione con un giornalista della rivista di videogiochi Kotaku. La discussione ha impiegato pochissimo tempo per scadere in un’ennesima sequela di discriminazioni sessiste e accuse violente contro le principali esponenti donne contemporanee del mondo dei videogiochi, fra cui la stessa Sarkeesian insieme alla sviluppatrice Brianna Wu. La questione ha avuto incredibile risonanza, è stata trattata da più media e in più canali diversi tra loro, non in ultimo nella puntata del Colbert Report che ha visto ospite e intervistata Anita Sarkeesian.

Insomma, per un passo in avanti sembra quasi sempre ne vadano fatti almeno due all’indietro. Ma io sono fiduciosa: come me, sono certa che quando anche voi guarderete uno dei video di Anita rimarrete stupit* dall’immane quantità di ovvietà, eppure ancora così invisibili, nelle sue argomentazioni, e quando andrete a ritirare la vostra ultima prenotazione finalmente giunta sugli scaffali di un Gamestop qualunque lo farete a schiena dritta e mento alto.


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  1. Paolo

    19 novembre

    conosco i video della Sarkeesian e non sono sempre d’accordo con lei (mi riferisco a quando non parla di videogame) ma ovviamente le minacce di cui è oggetto sono inaccettabili

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