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La canzone del mese: Adele Any Other, “Polar...

La canzone del mese: Adele Any Other, “Polar Opposites”

Premessa: perché “la canzone del mese”?

Una delle novità di quest’autunno prende la forma di uno spazio dedicato alle musiciste musicofile. Ogni mese, a partire da quello corrente, uscirà un’intervista ad una (o più) di loro, accompagnata da un brano.
Alle ragazze verrà di volta in volta sottoposto uno dei nostri temi del mese, con la richiesta di farsi ispirare da esso nella scelta di una cover da eseguire in esclusiva per Soft Revolution.

L’idea è nata dal desiderio di far ascoltare della musica degna su queste pagine, ma anche dalla voglia di farci raccontare delle esperienze di ascolto intense e, come sempre, mostrare che il talento e la sensibilità artistica non sono esclusive maschili (neanche all’interno di scene musicali che appaiono ancora “dominate” dagli uomini, come quelle emocore, noise e industrial).

Per aprire le danze, abbiamo contattato la nostra talentuosa amica Adele Nigro, ex Lovecats, attualmente impegnata con il progetto Ferry Pie. Ispirata dal tema “disordine”, Adele ha scelto di offrirci una pregevole cover di Polar Opposites dei Modest Mouse.

Raccontami di Ferry Pie, il tuo nuovo progetto musicale. In che modo si differenzia dall’esperienza Lovecats? Oltre alla demo che avete pubblicato qualche settimana fa, c’è altro in arrivo per le nostre curiose orecchie? Come sono andate le date dal vivo di agosto?
Prima di tutto, ora mi sento decisamente più “libera” di quanto non fossi prima: diciamo che mi era stata calata addosso un’immagine di “ragazzina piccolina carina” che non aveva niente a che vedere con quello che sono io in realtà. Inoltre, sono cresciuta e in parte cambiata io. Infatti, già a partire dalla scrittura delle canzoni mi accorgo che qualcosa è cambiato, sia dal punto di vista delle sonorità (leggi: ho imparato a suonare qualcosa in più con la chitarra) sia, soprattutto, dal punto di vista dei testi, che per me sono di fondamentale importanza. Se le canzoni delle Lovecats parlavano generalmente di amore e relazioni sentimentali, quello che sto scrivendo per Ferry Pie propone delle tematiche diverse, per quanto esse rimangano comunque autobiografiche: crescita, stare male, questioni di genere… Altra differenza importantissima è che, anche se per ora ho alcune date da sola in acustico, sto/stiamo passando all’elettrico. Infatti vogliamo (per ora siamo io e mio cugino Pietro Bertoldi, ex Gjea and the Holy Ghost e BOHTrio) registrare un disco non appena troviamo un/una batterista! Le date di agosto sono andate bene, mi ha fatto molto piacere ricevere complimenti per le canzoni nuove.

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Durante l’estate mi hai parlato del tuo desiderio di fondare un collettivo artistico in stile Elephant 6. Come te lo immagini? Le sue basi sono già state gettate?
Quest’idea nasce dal fatto che nell’ultimo anno ho conosciuto delle persone meravigliose con le mie stesse passioni e gusti musicali e sopratutto con la stessa visione che ho io su molte cose, prima su tutte un’idea di “suonare” in maniera libera da quei condizionamenti di “marketing” che, secondo me e queste persone, spesso assumono maggiore importanza rispetto alla musica stessa. Parlandone, ci siamo accorti di avere tutti un forte interesse per Elephant 6, per i suoi gruppi, per il modo che avevano/hanno di rapportarsi alle persone e per il fatto che tra i membri di questo collettivo ci fossero delle superdonne come Laura Carter. Penso semplicemente che sarebbe bello fare le cose che più ci piacciono insieme, perché alla fine è questo che ci fa stare bene. Non ci sono ancora delle basi definite, ma tra noi Ferry Pie e Botcha Panotcha, Love Gang, Marcello e il mio amico Tommaso (tutti gruppi di amici super pregevoli) secondo me si potrebbe pensare ad un punto di partenza veramente concreto.

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Hai scelto di proporci una cover di Polar Opposites dei Modest Mouse. Quando ti ho proposto il tema “disordine” ti è venuta in mente subito come possibile opzione o ci sei arrivata per gradi? Ti va di spiegarmi come è stata selezionata e perché?
Mi interessava scegliere una canzone che a livello di testo avesse a che fare con quello che mi è venuto in mente quando mi hai proposto il tema “disordine”: situazioni ingarbugliate, opposte o paradossali. All’inizio avevo pensato a Violet Execution dei Sebadoh, ma alla fine abbiamo optato per Polar Opposites perché, oltre ad essere una canzone che io e Pietro adoriamo, ha un ritornello che descrive esattamente una delle possibili reazioni a certi stati di confusione. Abbiamo registrato la canzone insieme ad Erica Lonardi alla batteria e Michele Zamboni (dei Farglow, gruppo veronese super valido) che ha fatto insieme a me le chitarre (lui ovviamente è quello bravo) e che ci ha aiutati con la registrazione/mix.

Mi puoi raccontare qualcosa sulla tua vita quotidiana? Cosa studi? Che cosa ti piace fare nel tempo libero, oltre a suonare?
Studio filosofia a Milano. Mi piace e mi sta dando degli spunti interessanti di riflessione su alcune cose che mi capitano nella vita di tutti i giorni. Quando non sono in giro a suonare o non devo studiare mi piace guardare film, guardare annunci su mercatinomusicale di cose che non posso permettermi, e altre cose stupide. Ultimamente sto riscoprendo una passione per il cucito che avevo quand’ero alle medie! Per cucito intendo tagliuzzare e ricucire magliette/toppe, non sono capace di farlo in maniera seria ecco, però è rilassante farlo.

Quando mi capita di diventare amica di qualcuno, arriva sempre un momento in cui mi viene spontaneo consigliare – se non sono già noti – alcuni dischi che sono stati importanti per me. Si tratta di una mossa che mi rende molto vulnerabile, ma che al contempo vivo come un passaggio nel chiave nella solidificazione di un rapporto. Potresti farmi i nomi di tre dischi che ti hanno cambiata, che ritieni parte imprescindibile della tua storia di vita e che consiglieresti ad una nuova amica?
1) Bright Eyes – Letting Off The Happiness: quando avevo quindici anni uscivo con un ragazzo che mi passò questo disco qui. Io fino a quel momento non sapevo praticamente niente di folk (alle medie avevo fatto un anno ad ascoltare gruppi punk/hc punk/ecc tipo Crass, Black Flag, Minor Threat – e infatti non avevo amici, eheh ops), e inoltre, essendo quello un periodo in cui stavo parecchio male, mi sono ritrovata in molte delle cose dette in quel disco. Mi ricordo di aver provato una sensazione che poi non ho più esperito non appena è partita If winter ends, avevo malissimo al petto e mi sono sentita di colpo adulta. È stato stranissimo, doloroso e bellissimo allo stesso tempo.

2) Modest Mouse – The Lonesome Crowded West: penso che questo sia uno dei miei dischi preferiti in assoluto. Al di là del fatto che vado fuori di testa per ‘ste robe indie rock anni novanta, a me i testi di Isaac Brock fanno impazzire. In Trailer Trash dice: “a short love with a long divorce/and a couple of kids of course/they don’t mean anything”. Penso sia la descrizione PERFETTA di ogni matrimonio breve, finito male e di cui sono i figli a rimetterci.
3) Elliott Smith – Figure 8: vabbè, non c’è molto da dire. Lui è il sommo, se uno ascolta questo disco e non prova niente vuol dire che non capisce un cazzo. Io non mi fido delle persone a cui non piace Elliott Smith.

Comunque questa domanda dei tre dischi è una bastardata, ho lasciato fuori mille cose fantastiche e per me super importanti e ora mi sento male!

Ci siamo confrontate più di una volta sulle esperienze di sessismo che abbiamo vissuto e sull’importanza delle prospettive femministe nell’articolazione di risposte forti e d’impatto all’idiozia diffusa. Mi puoi parlare di come sei giunta ad identificarti come femminista? In che modo senti che il femminismo costituisce per te un supporto quotidiano e una fonte d’ispirazione? Se ti va, raccontami pure un esempio concreto.
Fino al penultimo anno di liceo, non mi sono mai avvicinata al femminismo. Pensavo che fosse una cosa che non mi riguardava, che tutto sommato stavo bene e che se altre donne nel mondo venivano discriminate/stuprate/uccise di sicuro era perché la gente era stupida e non per motivi antropologici, sociologici e culturali. Dall’ultimo anno di liceo però, iniziando a suonare con maggior frequenza, e soprattutto poi andando all’università, ad un certo punto mi sono accorta che ciò che facevo io veniva percepito diversamente solo perché sono una ragazza. All’università un tipo un giorno mi ha detto “ti pagano per suonare solo perché sei una donna” (sottotesto: sei come una velina, a nessuno in realtà interessa un cazzo di quello che fai e di quello che dici) e “una ragazza non potrà mai avere le capacità creative che può avere un ragazzo”. Ma stiamo scherzando? Per me non è lontanamente accettabile un ragionamento come questo, anche perché non è un ragionamento, è una merdata infinita. Dopo conversazioni come questa, ho capito che a me tutto ciò non andava bene e ho scoperto che esiste un sacco di letteratura, anche pop ed accessibile, sulla questione femminista – e così ho capito e sto tutt’ora imparando anche cosa c’è a fondamento di atti rivoltanti come lo stupro, l’omicidio e la prevaricazione in generale del maschile sul femminile. Se c’è una cosa poi che mi sta insegnando il femminismo, è che quella roba del “femministe cattivone!! odiate gli uomini!!” è proprio un’immensa cazzata. Mi fa schifo che per “essere socialmente femminile” io debba depilarmi tanto quanto mi fa schifo che un ragazzo sensibile venga chiamato “frocio”, per dirne una. Il femminismo vuole l’uguaglianza di genere, non la sottomissione del genere maschile a quello femminile, perché una dinamica come questa crea sempre uno svantaggio. Personalmente, da quando mi sono avvicinata a questo tipo di pensiero, mi sento molto più libera da certi costrutti sociali (ad esempio: le ragazze devono essere posate e cortesi, non devono bestemmiare, ommioddio anche le ragazze hanno i peli!) e mi sento molto più forte in ciò che faccio, perché essere femminista mi permette di scegliere da sola quello che va bene per me, perché alla fine di questo si tratta: poter scegliere da sole, senza dover avere costantemente paura, senza che qualcuno si permetta di controllare la nostra vita solo perché la natura ha voluto donarci dei cromosomi XX.


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  1. Paolo

    2 settembre

    intervista interessante. Poi sulla depilazione, ovviamente una persona che si depila (per qualunque motivo anche estetico) è se se stessa quanto chi non lo fa

  2. Laila Al Habash

    2 settembre

    Bellissima intervista e belle risposte. Unica nota a margine: bestemmiare è una cosa estremamente volgare e schifosa da sentire sia che lo facciano le donne che gli uomini, come lo è ruttare o lanciare peti in pubblico. Il fatto che in linea di massima gli uomini siano sempre stati più soliti a farlo – e che di conseguenza si sia pensato che fosse una cosa disdicevole per le donne, secondo il mio parere non è una cosa profondamente negativa. Poi chiunque è libero (e alla fine lo è sempre stato) di farlo, it’s up to you

  3. Margherita Ferrari

    2 settembre

    @Laila: Non sono molto d’accordo con te, nel senso che sarei per superare il muro del disgusto e guardare con occhio analitico anche molte attività solitamente considerate deprecabili (es. ruttare in pubblico, bestemmiare, ecc). In diverse regioni italiane le bestemmie sono usate praticamente come intercalare, soprattutto da certi gruppi di persone. Mio nonno materno (ex operaio con la seconda elementare), ad esempio, bestemmiava tantissimo, al punto che era implausibile pensare che *credesse* a quello che stava dicendo. Quando ero piccola e cattolica praticante mi avevano spiegato che le bestemmie erano il male, motivo per cui soffrivo un sacco nel sentir parlare mio nonno. Nel corso degli anni ho realizzato che il suo linguaggio era tutto sommato neutro. Un po’ per volta ci avevo preso gusto nell’ascoltare quanto colorite e poetiche diventavano le sue bestemmie. In generale, mi sembra che – almeno dalle mie parti – deprecare i bestemmiatori e le bestemmiatrici sia spesso un modo per segnalare che non si appartiene al volgo. Qualche decennio fa avrei chiamato questa cosa “demarcatore di classe sociale”, mentre ora è più difficile darle un nome, dato che il concetto stesso di classe è decaduto (o quasi).
    Mi terrei più o meno sulla stessa linea anche per quanto riguarda il controllo (o meno) del proprio corpo. Qui sicuramente il gendering è fortissimo, come dicevi anche tu. Però usare etichette che bollano la mancanza di controllo come volgare e schifosa non mi piace per niente perché l’implicito è che l’ambito della corporeità vada disciplinato e nascosto. Questo vale anche per il ciclo mestruale, ad esempio, o anche per persone che hanno malattie e disturbi corporei “socialmente scomodi”. Su questo argomento c’è un bel volumone che ti consiglio, ma in generale moltissimi testi antropologici parlano della questione (vedi Mary Douglas, ad esempio): http://it.wikipedia.org/wiki/Il_processo_di_civilizzazione

  4. Paolo

    2 settembre

    io sono toscano (terra che rivaleggia col Veneto quanto a bestemmie e imprecazioni colorite), mio padre (ex operaio anche lui, over 70) bestemmia oggi meno che in passato ma ogni tanto il moccolo gli scappa con gran fastidio di mia madre che è molto cattolica. Io sono agnostico come mio padre ma non bestemmio non solo per rispetto a mia madre ma perchè non ne sento il bisogno, non mi piace..certamente non sono intollerante e se qualcuno (di qualunque sesso) bestemmia davanti a me non faccio scenate e devo dire che rimango indifferente, stessa cosa per rutti e peti rumorosi in pubblico (a proposito: ho scoperto che è considerato inelegante dire “salute!” quando qualcuno starnutisce, il galateo consiglia di tacere e far finta di nulla immagino valga anche per i rutti)..certamente non voglio la crocifissione di nessuno e non mi metto a fare ramanzine ma sentirli sopratutto sentirne l’odore non mi fa piacere..poi se succede non mi metto certo a urlare scandalizzato, lo accetto (e se capita a me posso chiedere sommessamente scusa ai presenti ma cerco di non colpevolizzarmi) ma respingo l’idea che essere “liberi” voglia dire per forza ignorare o andare deliberatamente contro certe regole minime della buona educazione in pubblico specie se sei adulto e senza malattie o allergie o disfunzioni particolari. senza entrare nello specifico ci sono certe necessità fisiologiche del nostro corpo che è meglio avvengano in privato o “di nascosto” e non credo che sia classista dirlo.

  5. Laila Al Habash

    3 settembre

    @Margherita: grazie per il link, l’ho trovato molto interessante! 🙂
    Forse nel mio commento precedente non mi sono spiegata bene, perché intendevo che ruttare o lanciare peti per me è disgustoso da SENTIRE quanto lo è una bestemmia, non volevo dire che l’atto in sé per sé è disgustoso, perché come hai spiegato benissimo te è una cosa che appartiene alla corporeità come lo è il ciclo mestruale, argomento che senza dubbio è da trattare senza vergogna. Sono inoltre d’accordo con Paolo sul fatto che certamente l’idea di essere “liberi” non vuol dire per forza ignorare o andare deliberatamente contro certe regole minime della buona educazione in pubblico. Insomma a me non farebbe tanto piacere se qualcuno mi ruttasse in faccia, ovviamente non mi metterei a fare ramanzine, al massimo starei zitta. Per quanto riguarda la bestemmia, per me questa equivale ad una parolaccia, esempio più pratico: qui a Roma non abbiamo le bestemmie come intercalare ma le parolacce. Se dici “mortacci tua” a Roma è come se dai una carezza. “Mortacci tua come cazzo stai, che cazzo hai fatto oggi” è la frase più comune per salutare una persona. E’ un’abitudine? Sì. E’ piacevole? No. Può offendere qualcuno? Certo. Ricordo ancora quando una volta dissi in Puglia per scherzo ad un ragazzo “eheh l’animaccia tua” e lui si fece scuro in volto e mi chiese che cosa mi avesse fatto di male. Insomma stando alle basi dell’educazione che viene insegnata anche ai bimbi, imprecare non è tra le abitudini più piacevoli che si possa avere. C’è un po’ di differenza tra il parlare di una cosa naturale e fisiologica come il ciclo mestruale e una bestemmia, perché alla fine la seconda ha lo scopo di infastidire chi la ascolta – che sia l’interlocutore o chiunque possa ascoltare nei paraggi – che offendere dei principi, in cui chiunque è libero di credere o no. Nel momento in cui non puoi avere la certezza di sapere se al tuo interlocutore o chi per lui dia fastidio, si può benissimo evitare di farlo. Si tratta di rispetto reciproco. Tu stessa hai detto che da piccina ti sentivi a disagio quando tuo nonno lo faceva! Il fatto che in alcune zone sia diventato un intercalare a parere mio è secondario. E’ una cosa che secondo me non c’entra neanche più di tanto con il credo religioso di una persona, conosco tanti atei a cui da fastidio sentire bestemmiare come può dare fastidio una parolaccia urlata in aria. Si tratta soltanto di rispetto reciproco, ma come ho detto e ribadisco, ognuno è libero di farlo se gli pare 🙂

  6. Garnant

    3 settembre

    Io in chiave Elias sono favorevole alla civilizzazione dei costumi anche dove questo implica una forma di repressione del corpo. In chiave linguistica importa molto il discorso sull’intenzione che fa Laila. Secondo me bestemmie rutti e fluidi corporei possono benissimo prosperare negli appositi contesti scherzosi, indipendentemente dal genere.

  7. Ilaria

    3 settembre

    Io concordo con Laila o Paolo. Non so, a volte mi sembra di essere all’asilo: siccome il sistema ti dice che non è bello e giusto bestemmiare o ruttare in pubblico, allora io invece lo faccio per dimostrare che sono libera e non asservita. Ma per favore, ci sono convenzioni che si sono affermate non per chissà quale volontà repressiva ma semplicemente perché se tutti ruttassero, bestemmiassero, si cambiasseri gli assorbenti in pubblico, non credo sarebbe un gran bel vivere. Esistono concetti come il rispetto dell’altro (non bestemmiare rientra in questo) o come “intimità” che non vedo cos’abbiano di male. Il fatto poi che in certe regioni fare una certa cosa sia normale non mi sembra certo una valida argomentazione a difesa di alcunché, dato che potrebbe essere utilizzata per giustificare qualsiasi cosa.

  8. Margherita

    3 settembre

    il mio non era un endorsement alle suddette attività, semplicemente un invito a guardarle con occhio analitico e a confrontarle con qualcos’altro. non sto facendo la bastian contrario. sto solo dicendo che non mi convince molto che si parli di normalizzare cose come il ciclo mestruale, se poi si depreca la (generica) ragazza che rutta in pubblico (non in chiesa, all’università o in contesti formali, ma in ambito informale e anche “scherzoso”).

  9. Paolo

    3 settembre

    bè è ovvio che in contesti informali, amicali, scherzosi o col partner il discorso cambia, maggiore è l’intimità e il clima confidenziale più ci si lascia giustamente andare (poi io chiedo scusa anche se rutto tra amici ma sono fatto così)

  10. Margherita

    3 settembre

    in ogni caso, parliamo invece di quanto è pregevole adele, o di musica o dell’imbecillità di chi fa del sessismo in tale ambito.

  11. Skywalker

    4 settembre

    Far diventare la mia vita un B movie non se ne parla proprio. Ci manca solo che si secolarizzino le scureggie, i rutti e le bestemmie e possiamo chiudere in bellezza il capitolo del postmoderno. Ste pose da finti rriot grrl possono andar bene fin quando hai le dreadlock e le vans, ma poi dai 30 anni sono tutti altri cazzi.

  12. Adele

    4 settembre

    Mi sembra giusto rispondere.
    Innanzitutto, mettere sullo stesso piano rutti e bestemmie è sbagliato in quanto sono diversi in maniera strutturale: una è una reazione fisiologica, l’altra un’espressione volgare – di conseguenza, anche se entrambi possono urtare la nostra sensibilità urtano due tipi diversi di sensibilità, credo. Sicuramente sono due azioni “improprie” in determinati contesti formali, ma qui OVVIAMENTE non si faceva riferimento a contesti come l’università, il lavoro, l’andare a fare la spesa, eccetera, ma a quelle situazioni in cui essere volgari è accettato se non addirittura divertente. Detto ciò, visto che dei rutti in questo momento mi importa ben poco, ci tengo a spiegare ciò che intendevo sulle bestemmie. Per quanto mi riguarda, una bestemmia non è diversa da una parolaccia: dire “merda” o “dio-qualcosa” per me non è diverso. Primo: nel luogo in cui sono cresciuta la bestemmia è un intercalare, al pari di altre espressioni in altri luoghi d’Italia. Secondo: non mi interessa rispettare una religione come ad esempio il cattolicesimo che, giusto per dirne una, dice che le donne sono tutte puttane fino a quando non diventano madri – perché è questo che dice. Mi interessa rispettare le persone, non le religioni che considerano certe categorie di persone inferiori ad altre. Poi vabbè, mica vado da mia nonna di 80 anni o dai miei compagni di università a parlare volgarmente. C’è contesto e contesto. Ma anche nei contesti informali certe “volgarità” sono ritenute disdicevoli quando escono dalla bocca di una ragazza invece che da quella di un ragazzo, ed è questo che mi irrita.

  13. francesco

    10 settembre

    la cover spacca e anche l’intervista è bella.

    quanto al resto, mi chiedo: siamo sicuri che ci siano situazioni in cui essere volgari è “divertente”? saranno i trenta che si avvicinano, ma a naso mi pare che essere volgari sia maleducato in ogni situazione, sia essa formale o meno, sia che a parlare sia un ragazzo che una ragazza.

    non mi convince granché neppure l’equiparazione bestemmia – parolaccia random. voglio dire, una bestemmia può offendere la sensibilità di chi ti ascolta e crede in quel dio. “merda” o “cazzo” no: chi ascolta potrà pensare che sono/sei/siamo volgari, ma non credo ne venga in qualche modo turbato.

    chiarisco e chiudo: bestemmiando non è che non rispetti una religione che non ti piace. più semplicemente, non rispetti le persone che credono in quella religione e che magari non gradiscono che il loro dio sia associato a quel “qualcosa”.

    io con la religione ho un rapporto un po’ complesso, che non so neppure come definire. però mi dà fastidio sentire qualcuno che bestemmia. per un po’ ho avuto una coinquilina che ne diceva a iosa di bestemmie, poi ne abbiamo parlato e alla fine ha optato per sostituire le bestemmie con un “accidenti al clero”: lei appagava il suo (legittimo, of course) anticlericalismo e io evitavo di vedere accostato dio a “qualcosa”.

  14. Valeria clotinsky

    21 settembre

    Leggo l’intervista; m’inonda di curiosità, belle sensazioni, punti in comune. Terminata, mi accingo a spulciare i commenti, certa di riscontrare, come insindacabile pensiero dominante, palesi ammissioni di genuino talento annoverabili ad Adele, attorno ai quali ruotano, in sintonia con il background soggettivo di ogni singolo lettore, la più o meno condivisa difficoltà nello stilare una limitante trilogia musicale da consegnare al podio; il più o meno sogno atavico di fondare un collettivo artistico; la più o meno viscerale propensione nel dilettarsi con ago e filo, e via dicendo. Con sorprendente amarezza m’imbatto, al contrario, in un pippone pseudo filosofeggiante che recita personali pareri in merito a flatulenze (uso il termine che più si addice ad una donzella quale sono) e che nulla ha a che vedere con l’attesissimo e stimolante scambio d’opinione, avente come epicentro “Adele Nigro e la canzone del mese” o più in generale la musica, agita o inalata che sia. Nulla s’ accenna in merito ai meriti di Adele! Il tentativo di sfatare la radicata convinzione che la capacità artistica sia prerogativa riservata esclusivamente ai maschietti e di appianare quella differenza di genere che rende così insidiosa la credibilità di una cantante e di conseguenza il riconoscimento del suo talento, non ha fatto altro che stigmatizzare ancor più quella diversità che propende, secondo il pensiero comune, in quanto a generosità artistica e non solo, verso l’uomo. Sarà che io mi ci ritrovo con un sacco di cose che dice e fa Adele, sarà che trasuda di oggettiva bravura e al contempo di quella purezza che tanto adoro, ma la vera bestemmia o scoreggia, mi pare sia ignorare che spacca..e che cazzo! (ops)

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