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“Sopravvivere? Siamo donne. Non faccia domande stu...

“Sopravvivere? Siamo donne. Non faccia domande stupide”

Premessa

Se devo dirla tutta, per un lungo attimo, mentre leggevo l’articolo di Lauren Sandler, ho accettato la sua ipotesi. Ma non è durata tanto, quasi subito mi sono scoperta contrariata. Anzi. Mi sono sentita delusa. Non tanto delusa dalle sue parole, quanto delusa in generale. Scoraggiata. Pervasa da un senso di apprensione (se non oppressione) e di doveroso adattamento. Il termine giusto, in realtà, è Gambe Tagliate, e credo che come stato emotivo non piaccia a nessuno. Il punto però è che tutto questo ha una ragione precisa, e cioè che, probabilmente, almeno in parte, Sandler ha ragione. C’è un fondo di verità in quello che dice, o meglio, c’è un dato di fatto. Un elemento di partenza, sul quale si possono fare un po’ di conti e qualche ragionamento.

Antefatto

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E’ il 7 giugno e sul magazine americano The Atlantic esce un pezzo intitolato The Secret to Being Both a Successful Writer and a Mother: Have Just One Kid – A large number of female authors are parents of only children. A firmarlo è Lauren Sandler, giornalista e autrice del libro One and Only, un saggio in cui si parla appunto della gioia di essere figli unici (lei lo è stata) e di come avere un solo figlio possa essere per una donna il segreto del successo. O per dirla con le parole della Sandler ‘la risposta alla domanda sul come conciliare maternità e modernità (impossibile non notare sulla copertina del libro la controversa frase del sottotitolo: The freedom of having an only child).

Quello che la Sandler riporta nel suo articolo è, in sostanza, un elenco di esempi illustri. Da Susan Sontag a Joan Didion. Senza tralasciare Margaret Atwood, Mary McCarthy e Elizabeth Hardwick. Tutte scrittrici di successo e madri di un solo figlio. Aggiunge inoltre la Sandler: ‘It was only when I was working on a book investigating what it means to have, and to be, an only child that I realized how many of the writers I revere had only children themselves.’ E, in riferimento alla Sontag, si chiede anche, nel caso in cui avesse avuto più figli: ‘…Would she have been the same writer? Would we have the legacy of her provocative ideas, in criticism and fiction?’ Domanda che torna poco dopo, identica ma rivolta ad un’altra autrice: ‘Would the world have known Mary McCarthy with two?’

Il dopo

L’articolo della Sandler genera un piccolo putiferio. Scrittrici madri di più figli si fanno sentire e danno la loro versione dei fatti, scrivendo nello spazio dei commenti. Jane Smiley, dopo aver elencato le sue opere ed i suoi riconoscimenti, fa presente che la chiave non è avere un solo figlio ma piuttosto vivere in un ottimo sistema di welfare. Concorde su questo Aimee Phan, che osserva ‘The support network the woman has in order to have both family and writing is what is most important’. La Phan inoltre si dichiara  turbata dall’articolo e, in particolare, dalla tacita tesi secondo la quale avere più di un figlio significherebbe essere più madri e meno scrittrici. Si accoda alle colleghe anche Zadie Smith. ‘Io ho due figli – scrive la Smith – Dickens ne aveva dieci e Tolstoy anche. Chi mai, solo per un momento si è preoccupato che diventassero più padri che scrittori? L’idea che la maternità sia una minaccia alla creatività – continua l’autrice inglese – è del tutto assurda. Ciò che è una minaccia semmai – e lo é per la libertà di tutte le donne – è la questione del tempo, che è il medesimo problema per una scrittrice, un’operaia o un’infermiera.’

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La Smith poi inserisce un suo  elenco, stavolta di scrittrici madri di più figli, sottolineando che ‘potrebbe andare avanti tutto il giorno’. Il botta e risposta sull’articolo ha la sua eco e richiama altre scrittrici. Ayelet Waldman, citata nella lista di cui sopra, interviene ironica su twitter scrivendo ‘Yeah, because I’m SOOOOO unproductive with all my children’. E da twitter arriva anche la risposta di Lauren Sandler che, se da un lato accusa l’Atlantic di aver piazzato un titolo forzato e ingannevole per un saggio scritto invece ‘col cuore’, dall’altro è probabile che gongoli per la pubblicità ottenuta gratis.

Puntini sulle i

Un elemento di partenza, si diceva all’inizio. Ovverosia, il doppio impegno famiglia-lavoro. Perché è da qui che parte Lauren Sandler. Da una presa di coscienza. Da un’implicita denuncia. Da una questione sociale. Solo che, invece di renderla in questi termini, lei lo trasforma in una sorta di equazione matematica. Del tipo:

Se Lavoro + 2+Figli = Suicidio sociale e professionale

Allora forse

Lavoro + 1Figlio = Happyending

Un ragionamento che, a rigor di logica potrebbe essere corretto, ma che non tiene conto di alcune cose:

A) Non tutti siamo pragmatici allo steso modo. A me, ad esempio, piace immaginare una società in cui il numero di figli, da zero ad infinito, sia una scelta libera, fatta in serenità, dettata da motivazioni varie ed eventuali. Non unicamente dal calcolo dei tempi di gestione*. Non dal timore di perdere il lavoro / il tempo libero / la propria vita sociale. Il pragmatismo a cui penso io sono la divisione dei compiti, i servizi socio-assistenziali, quel fondamentale ‘supporting network’ di cui parlano Phan, Smith e Smiley.

B) Agire sugli effetti non è agire sulle cause. E indorare la pillola non è una soluzione. Il sottotitolo di cui sopra – The freedom of having an only child – può essere efficace se lo scopo è quello di attirare l’attenzione. Ma a guardarlo bene, potremmo rispondere The freedom of punching myself in the face o The freedom of being on a diet. Si tratta di uno stravolgimento logico brillante ma distorto, che, visto da vicino, sa di polvere messa sotto il tappeto. Scegliere tra più opzioni POSSIBILI, potrebbe essere una libertà. Fare scelte obbligate (con tutti i pro che possono derivarne) è tutta un’altra cosa. C) Solo perché sembra impossibile dovrei non farlo? Anche se non sembra, gli esseri umani hanno grandi capacità. Capacità inimmaginabili, in cui possiamo confidare. Come quella di sfidare e convertire l’impossibile. Quante volte è già successo? Quante volte abbiamo già realizzato cose che sembravano impossibili? Per chi vuole crederci, Impossibile è una parola ‘a tempo’, che scade nel momento in cui si concretizza. Lauren Sandler si preoccupa di come una donna possa affrontare e sostenere tanti ruoli ed impegni. Mi viene in mente quel film con Sally Hawkins, in cui un giornalista formulava una domanda simile, e la protagonista rispondeva: “Sopravvivere? Siamo donne. Non faccia domande stupide”.

 

*Nel suo intervento Zadie Smith racconta anche che i suoi due figli si intrattengo l’un l’altro (e che ascoltarli mentre scrive le dà molte idee); per cui, in questo caso, avere più figli lascerebbe più tempo che averne uno solo, ergo ‘i migliori tempi di gestione’ sarebbero tutti da scoprire.


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  1. cinzia

    24 agosto

    Bellissimo articolo. Sono praticamente d’accordo con te e propendo dalla parte della Smith.

  2. ta

    17 settembre

    grazie 🙂

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