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Dirty Girls, riot grrrls e la sindrome di Pollyann...

Dirty Girls, riot grrrls e la sindrome di Pollyanna

Una domanda ricorrente, decennio dopo decennio: “A cosa serve ormai il femminismo?”.
L’implicita risposta: “A niente. Tutti i problemi che un tempo affliggevano la nostra categoria sono ormai stati risolti”.

In ambito scientifico, questo atteggiamento è spesso denominato “sindrome di Pollyanna“. Essa funzionerebbe attraverso una valutazione selettiva di specifiche situazioni, basata solo sugli aspetti più positivi che la riguardano. Ad esempio, restando nell’ambito delle diseguaglianze di genere, dirsi che la parità è stata raggiunta, basandosi sul fatto che oramai il numero di ragazze iscritte all’università ha superato quello dei ragazzi, ignorando però le persistenti differenze in ambito retributivo o nelle posizioni occupazionali ragionevolmente raggiungibili dalle prime rispetto ai secondi.

La letteratura scientifica dedicata a questi temi è piena di esempi che illustrano come le giovani donne, di nuova generazione in nuova generazione (a livello di tendenze generali), siano portate a convincersi del fatto la discriminazione e le diseguaglianze strutturali siano cosa del passato, e che per loro tutto filerà liscio.

Durante una delle mie consuete peregrinazioni internautiche, mi sono imbattuta in un vecchio documentario lungo una ventina di minuti che, tra le altre cose, illustra perfettamente questo meccanismo. Dirty Girls di Michael Lucid (2000), illustra l’accoglienza riservata ad un gruppo di riot grrrl tredicenni in un generico liceo statunitense, nell’anno 1996.

Lucid sovrappone spezzoni di interviste con le ragazze in questione, regolarmente ostracizzate e sfottute con il nomignolo “dirty girls”, e con i compagni e le compagne di scuola. In un primo momento, pare che l’incomunicabilità sia solo dovuta a divergenze estetiche, ben rappresentate dalla ragazza che sbraita “They’re filthy! They’re filthy!”. In seguito, quando dalla regia vengono fatte circolare alcune copie di Sour Grrrl, la fanzine femminista prodotta dalle protagoniste del documentario, molte compagne di scuola si mostrano schifate, dicendo che le “dirty girls” non dovrebbero permettersi di parlare per l’intera categoria delle donne, e che le loro istanze sono vecchie e superate. Come dicevo, correva l’anno 1996.

E a voi quante volte è capitato di sentirvi dire che il vostro attivismo non ha senso, perché tutti i problemi sono già stati risolti dalle lotte delle generazioni precedenti?

 


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  1. Marzia

    11 marzo

    Ieri tra i libri ammassati in uno scatolone di un mercatino dell’usato ho trovato e comprato a 50 cent “Non sono femminista, ma: tutto quello che bisogna sapere sulle battaglie delle donne” di Sophie Grillet.
    E’ un libro per ragazz* dagli 11 anni in su, divertente, in parte a fumetti, davvero ben fatto. Se alle medie mi avessero fatto leggere questo libro al posto di Piccole Donne (!) posso dire -senza temere di esagerare- che la mia adolescenza sarebbe stata molto diversa.

  2. donasonica

    11 marzo

    everyday, e spesso dalle più insospettabili. è incredibile questo documentario, e davvero spiega bene la situazione così attuale, ancora. e considera che qualche anno prima di loro, ero proprio come loro al liceo della mia borghese bigotta cittadina del sud. per fortuna non sono affatto cambiata 🙂

  3. Simone B

    11 marzo

    Aggiungerei un altra conseguenza negativa: fa passare in secondo piano la domanda “come dovrebbe essere il femminismo (ma vale anche per altre cose) oggi alla luce della diversa situazione contingente?”.

    Buttando tutto in un dualismo che di fatto non esiste.

  4. Ilaria

    11 marzo

    Il libro segnalato da Marzia dovrei leggerlo io… sono la classica persona che inizia certi discorsi usando quella frase (“Non sono femminista ma…”)! E tra l’altro vedo che è pure reperibile online, ci faccio un pensierino. Questo è l’unico sito “femminista” dove mi trovo bene. Però per me non vale la sindrome di Pollyanna. Nel senso che certe disparità le vedo bene, non penso proprio che il femminismo abbia risolto tutto e che non ce ne sia bisogno oggi. E’ solo che non mi ci ritrovo nelle gabbie del genere, neanche in quella gabbia che vorrebbe combattere le gabbie. Frequentando questo blog/sito, però, mi sta venendo il dubbio che in realtà quello che non mi piace è il femminismo italiano, perché mi pare di capire che altrove si respiri un’altra aria in cui una come me potrebbe trovarsi leggermente più a suo agio. Ma solo leggermente, perché comunque un’altra cosa che non apprezzo del femminismo è l’aggressività (non l’apprezzo da nessuna parte, cioè non è che non l’apprezzo perché penso che le donne debbano essere dolci per natura o cose del genere). Insomma penso che i problemi ci siano ma che non sia il femminismo la soluzione, bensì la politica.

  5. Caterina bonetti

    11 marzo

    Fondamentalmente un giorno si e l’altro pure. Non solo in ambito di lotta alle discriminazioni di genere, ma per tutti i settori. Viviamo in una società falsamente pacificata, dove sembra che, all’apparenza, tutte le discriminazioni siano concettualmente superate, ma che invece non ha fatto grandi passi avanti rispetto ad epoche assai più buie…

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  9. toolyeah

    26 febbraio

    https://www.youtube.com/watch?v=IkGVW9o1jRA
    https://www.youtube.com/watch?v=PU5-18O7QUw
    and more on youtube..i fell in love with these grrrls, grazie per aver postato il documentario!
    Alessia

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