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Welcome to Hell bitches, this is Mykki Blanco

Welcome to Hell bitches, this is Mykki Blanco

Il 2012 è stato l’anno dell’affermazione sulle scene musicali di artiste come Grimes e Azealia Banks, che la redazione di Soft Revolution aveva apprezzato dal primo momento e aveva promosso attraverso i propri influenti canali di comunicazione (sic!). Per ingannare l’attesa che precede l’uscita dell’album di esordio di Azealia, previsto per il 14 aprile (pare per davvero, stavolta), ci piace scommettere sui futuri fenomeni musicali e anche in questo inizio 2013 non possiamo esimerci dal proporvi una delle succulenti novità in esplosione oltreoceano.

Mykki Blanco, the Illuminati Prince/ss, è un rapper queer che durante all’interno dei cui show e video si presenta nelle doppie vesti maschili/femminili. È la prima volta che un artista si impone in tal modo proprio nel mondo del rap, noto ai più per essere misogino e sessista; lo stesso mondo che però ha raccolto la potenza comunicativa e l’impegno sociale che apparteneva un tempo al punk. Mykki Blanco infatti definisce sé stess* e le sue performance come “una miscela di riot grrrrl e splendore da ghetto”.

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Mikky Blanco è nato come un esperimento artistico di Michael David Quattlebaum Jr, il quale, trapiantato dal North Carolina a NY alla ricerca della possibilità di sfondare come artista, si è inventato un alter ego femminile, con cui recitava in video casalinghi la parte della teenager che sfoga le sue inquietudini davanti a una webcam, rigorosamente in rima. Il progetto è stato poi portato sui palchi dei locali underground newyorchesi, sottoforma di performance che attingevano dalla potenza sovversiva del punk e l’immediatezza comunicativa del rap. Il successo clamoroso l’ha portato a crescere musicalmente e a concretizzare il suo progetto nell’EP Cosmic Angel.

Sebbene sorga spontaneo affiancare il suo nome alle battaglie genderqueer e genderfuck a noi care, la sua missione, come dichiara, non è tanto di produrre un dibattito su questi temi, quanto sull’identità culturale afroamericana. È possibile che l’aspetto teatrale della performance drag incentivi la notorietà che si crea attorno al suo nome, ma proprio grazie alla sovrapposizione delle due identità con cui si presenta, costituisce un’ottimo spunto per parlare di temi scomodi, e la buona arte, come la musica, serve anche a questo. Cogliendo appieno questo spunto, vi chiediamo: a voi piace?


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