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La matita “rosa incarnato” e il pensiero unico: un ricordo d’infanzia

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In tempi andati, i dilemmi erano molto più semplici. Ma non per questo meno esistenziali.

Penso si trattasse della prima elementare, i primi giorni, quando le maestre sono tutte intente a conoscere i bambini che dovranno crescere e sopportare per i successivi cinque anni.

L’attività preferita era farci disegnare. Mi viene sempre in mente un libro di mia madre sull’interpretazione dei disegni dei bambini, Dal Vissuto al Simbolo, che fa bella mostra di sé in soggiorno da che ho memoria. Chissà cosa capivano di noi le maestre da quei disegni, se anzi ci capissero qualcosa (probabilmente le sto sopravvalutando e loro Dal Vissuto al Simbolo non lo tengono nella libreria del soggiorno ma ci facevano disegnare per occupare il tempo).

Tutti ben disposti nei nostri piccoli banchi da bambini di sei anni, i nostri astucci nuovi fiammanti con le matite appena comprate e disposte in gradazione di colore davanti a noi, producevamo senza sosta casette con il camino storto, praticelli fioriti riscaldati da soli con il sorriso, cieli fatti con una striscia blu in cima al foglio e via dicendo. C’era chi era più bravo e sapeva già sfumare la matita, chi con il disegno proprio non ci sapeva fare ma si divertiva, ancora ignaro di cosa fosse la penna stilografica, la cancellina e soprattutto l’ortografia.

Poi arrivò il momento di fare il nostro autoritratto e il ritratto della nostra famiglia. Sul secondo si potrebbero aprire infinite polemiche, ma non è quello di cui voglio parlare. Il dilemma esistenziale che emerse in quel momento fu: “Che rosa usare per fare la pelle delle persone?”.

Una precisazione: non che fosse davvero nel mio interesse riprodurre un incarnato sano e verosimile; per anni, a casa, all’asilo, ogni volta che c’era stato di che disegnare, avevo lasciato spazio alla fantasia, come probabilmente è giusto che sia, riproducendo principesse bellissime con la pelle rosa fosforescente, alberi blu, fiori verdi e altre cose che avrebbero fatto accapponare la pelle a Maria Montessori, che al tempo vegliava ancora su di noi dalla banconota da mille Lire. Quando mi guardavo attorno, però, notavo che gli altri bambini, dall’astuccio molto più voluminoso del mio, a due, a tre scomparti, avevano un colore strano, anche abbastanza brutto, tra il rosa maialino, il marroncino e il giallo, e tutti usavano quella matita, quel pennarello per colorare le facce di tutti i loro familiari sorridenti.

Sconfortata dalla scoperta di questo nuovo colore, assente dalla mia tavolozza, devo aver fissato talmente a lungo il disegno cominciato che una delle maestre arrivò in mio soccorso, cercando di capire cosa mi preoccupasse tanto. Capito il problema si lanciò in approfondite spiegazioni sul perché e il per come non si potesse usare il normale rosa-rosa che avevo nel mio astuccio, perché, insomma, la pelle umana (accostando la matita alla mia mano per far notare la differenza) non è mica di questo colore. Sempre più disperata, cercavo di spiegare alla maestra che io però quella matita proprio non l’avevo. Ma lei non si perdette d’animo, anni e anni di piagnucolosi bambini di sei anni l’avevano preparata a rispondere prontamente a queste situazioni. “Caterina, per fare la pelle com’è per davvero basta che mescoli un po’ le matite: prima fai una passata leggera con il rosa che hai, poi usi un po’ di giallino, un po’ di beige e poi ripassi tutto col bianco. Vedrai come viene bene!”.

Caterina ascoltò volentieri i consigli, ma poi fece di testa sua. Non appena la maestra si allontanò di alcuni banchi dalla mia postazione, decisa a finire il mio disegno, impugnai la matita rosa, che più rosa non si può e colorai tutte le facce di casa di quel bel colore innaturale. Il risultato era splendido. Ma non mi stupisco perché poi, alla fine dell’anno, la maestra in questione mi mise insufficiente in pagella perché troppo disordinata.

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  1. Emme

    24 maggio

    ora capisco il perché di tutto quel trambusto nel nord italia all’arrivo dei primi bambini pakistani

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