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Luisa Casati: la donna che fece di se stessa un...

Luisa Casati: la donna che fece di se stessa un’opera d’arte

di Daniela Gervasi

Quando mi chiedono perché ho scelto di laurearmi in archeologia rispondo che se nasci nel posto in cui sono nata io, circondata dai resti delle ville dove gli imperatori sceglievano di trascorrere le vacanze estive, a loro volta soffocate da nemici implacabili come l’incuria e la speculazione edilizia un percorso di studi come questo è l’unico che abbia davvero un senso.
Perché da un lato vuoi capire cos’è quel garbuglio di mura, e dall’altro vuoi proteggerlo.
E per fare entrambe le cose devi imparare a frequentare il prima possibile i musei.
Tutti noi abbiamo un’idea abbastanza precisa di cosa sia l’arte classica, con quei visi dai lineamenti perfetti e quei corpi incuranti di età o malattie.
Se qualche anno fa mi fossi interrogata su cosa volesse dire fare di se stessi un’opera d’arte avrei risposto “tendere a quel modello, a quella bellezza senza tempo che tanta influenza ha avuto anche nelle epoche successive”, ma per fortuna ho imparato a spaziare al di là del mio campo di studi e mi sono imbattuta in una storia che affronta il problema da una prospettiva nuova.
Una storia di lusso sfrenato, dissolutezza, egoismo, ma anche di capacità di trasformare i propri punti di debolezza in punti di forza.
La storia della marchesa Luisa Casati.

DeMeyer-Casati

Tutto ha inizio con un taglio di capelli: Luisa è un’adolescente timida che si avvicina al momento del debutto in società.
Belle Époque: il secolo sta per cambiare, i gusti lo stanno già facendo, il colore della tinta lo farà nel corso degli anni a venire, ma il taglio, quel taglio, studiato apposta per mettere in risalto i lineamenti del viso e i grandi occhi verdi non cambierà mai.
Fino a quel momento la storia di Luisa Ammam sembrava quella di un’eroina da romanzo di appendice: figlia di un industriale arricchitosi con il cotone e del fiorente ambiente culturale della Milano dell’epoca, dimostra da subito una certa propensione per le arti figurative. Perde giovanissima entrambi i genitori divenendo, assieme alla sorella, la più ricca ereditiera dell’Italia dell’epoca.
A diciannove anni sposa il Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, un’unione di comodo che porta soldi a una famiglia nobile in decadenza e prestigio a una famiglia borghese in ascesa.
Il viaggio di nozze lo fanno a Parigi, che in quegli anni non era la capitale dell’Amore bensì quella dell’innovazione dell’arte.
Luisa si lascia contagiare e decide di rinnovare la sua vita.
Conosce e si innamora di Gabriele D’Annunzio, si lascia influenzare ma non dominare, crea pianificando sin nel dettaglio la maschera di quel personaggio che attrarrà, ben presto, i maggiori artisti di inizio Novecento: ha modelli di riferimento precisi, Luisa, la Contessa di Castiglione e Sarah Bernhardt, Ludwig II di Baviera.Vuole essere mecenate.

vanna vinci - casati

Il suo motto più celebre è quello di voler fare di se stessa un’opera d’arte vivente: gli occhi vengono sapientemente bistrati di nero per spiccare sul viso reso bianco da ciprie sempre più chiare; gli abiti vengono studiati nel dettaglio; vengono creati per lei gioielli personalizzati da maestri orafi che, a loro volta, la trasformeranno nella loro musa ispiratrice: il logo della maison Cartier, il ghepardo, è proprio un omaggio alla Marchesa e alla sua folle idea di passeggiare, di notte, per le calli di Venezia sfoggiandone uno al guinzaglio.
Luisa Casati non tenderà mai a quell’ideale di bellezza femminile che la società propugna da secoli, anzi: preferisce costruire un modello proprio che si adatti a ciò che il suo fisico è, pensa al suo palazzo veneziano (la sede dell’attuale Museo Guggenheim) come a una quinta su cui muoversi, pretende che sul suo passaporto compaia una copia di un suo ritratto ad olio anziché una foto.
È catalizzatrice di ingegni: a parte i famosi ritratti di Boldrini e la cerchia dei futuristi, al suo salotto approderanno anche nomi del calibro di Man Ray, Jean Cocteau e Kees Van Dongen.
Luisa Casati non è una donna perfetta: si disinteressa completamente della figlia, accumulerà debiti su debiti, morirà a Londra sola e senza un soldo.
D’Annunzio la chiamava Corè, ovvero Kore, uno dei nomi di Persefone ma anche una tipologia femminile di statua propria dell’arte greca classica, caratterizzata da un sorriso enigmatico, senza tempo.
Non riesco a pensare a un elemento più perfetto di questo per unire due cose tanto diverse, la fissità di uno schema che ripropone all’infinito se stesso e l’unicità di una donna che ha infranto ogni tipo di schema.

La fotografia è opera di Adolph de Meyer.
Il disegno è opera di Vanna Vinci, che sulla Casati ha appena realizzato un libro (edito da Rizzoli Lizard): La Casati – La musa egoista.


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  1. fmm

    18 novembre

    Sono così contenta che ne abbiate parlato! Lei è stata la mia tesina di maturità. Che donna, ancora troppo poco conosciuta!
    Come sempre non deludete!

  2. Skywalker

    19 novembre

    dalla foto sembra patti smith

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