Crea sito
READING

Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood

Il Racconto dell’Ancella di Margaret Atwood

di Martina Del Romano

«Questo è un libro che parla di cosa succede quando alcuni atteggiamenti assunti distrattamente nei confronti delle donne sono portati alla loro logica conclusione.»
Margaret Atwood
handmaid_large

Immaginate una società governata da un totalitarismo teocratico di matrice cristiana e creazionista. Immaginate una società in cui alle donne è proibita la lettura, la scrittura, la libertà. Immaginate una società in cui sia restaurata una struttura classista basata primariamente sul genere. Immaginate una società in cui le nascite siano in crollo e l’infertilità imperante.

Ora, immaginate le donne divise tra fertili e infertili, immaginatele indottrinate e preparate alla loro ormai unica funzione di “utero portatile”. Immaginate una società divisa in colori, a simboleggiare il ruolo di ognuno nella società. Blu, le Mogli. Verde, le Marta, le domestiche. Rosso, le Ancelle, gli uteri. Marrone, le Zie, le guardiane. Grigio, le Nondonne, le non-persone.

E poi immaginate la voce di una donna che vi sussurra all’orecchio la sua storia. Una storia confusa ma potente, in cui il passato di una libertà vissuta si scontra e si mescola con il presente di una libertà perduta. Una storia di dolore e amore perduto e sofferenza e privazione e così tanta, costante paura.

Difred è il nome che le è stato assegnato dal regime, perché appartenente a un Comandante di nome Fred.

Ancella è il ruolo che le è stato assegnato, il ruolo di “sgualdrina” secondo le altre donne, il ruolo di “utero portatile”, come lei stessa si definisce.
Alle famiglie le cui Mogli sono reputate infertili viene assegnata una Ancella. L’infertilità maschile non è contemplata.

Nessuna di queste donne possiede alcuna vera libertà, eppure nessuna di essa riesce a provare compassione l’una per l’altra. L’odio, il rancore e l’invidia sono fomentati e incoraggiati nella Repubblica di Galaad. Divide et impera.
Ma, a prescindere da antipatie e disuguaglianze, tutte, senza proferir parola, sottostanno al giogo crudele di una società che tenta in tutti i modi di ridurle a niente più che gradevoli strumenti da lavoro.

calore

Illustrazione di Chiara Fasanella.

E i libri bruciano – come sempre, ci insegnano Fahrenheit 451 e 1984, il primo passo sulla via di una dittatura è bruciare i libri– e la ragione brucia con loro, e l’amore non esiste e il sesso è procreazione, e il corpo delle donne non è più corpo ma solo carne e ossa messi insieme, atti alla sola funzione di riproduzione della specie.
Ed è terrificante riuscire quasi a sentirla, la voce a volte apatica, a volte sofferente, a volte spaventata di Difred, che pensa a suo marito e sua figlia, persi in un vuoto del passato, risucchiati dal regime in chissà quale girone dell’inferno, e a sua madre e alla sua migliore amica.

Quest’ultima, Moira, lesbica e femminista, spicca come l’unico personaggio capace di reazione, l’unico che senza posa, nella memoria della protagonista, si ribella e si scaglia contro la sua costante oppressione. Eppure, un regime tale è destinato a far sentire il suo peso anche su spiriti agguerriti come il suo.

E i brividi si affacciano sempre più prepotenti nel pensare che con la sua prosa poetica del 1985, Margaret Atwood riesca a toccare corde estremamente sensibili ancora oggi, nel 2013. Se il coro di “La colpa è tua” che circonda una ragazza mentre racconta del suo stupro non vi ricordano i processi in cui alla vittima viene chiesto cosa indossava quel giorno, aprite gli occhi: siamo qui, ci siamo arrivate, la Atwood non stava scherzando.
La società di oggi possiede e dispone del nostro corpo a suo piacimento esattamente come succede nella Repubblica di Galaad. Il fatto che i metodi siano leggermente più sottili non importa. È violenza psicologica. È violenza fisica.
E se non viene perpetrata sotto le solite spoglie, non significa che non lo sia. Come quando, nella Repubblica, scopriamo il lato gretto e ipocrita dell’apparentemente incorruttibile perbenismo che governa la società. E così, se le donne non possono essere Mogli, né Ancelle, né Zie, né Marta, possono scegliere fra essere mandate a raccogliere rifiuti radioattivi come Non-Donne, o diventare delle Jezebel, prostitute. Prostitute sterilizzate, al servizio della classe dirigente, vestite con i rimasugli dei costumi e dei vestiti sexy degli anni precedenti, aboliti ora in favore di una lunga e informe tonaca, uguale per tutte, tranne che nel colore.

Eppure.

La ribellione c’è, ma non si vede. È nascosta fra le file di donne inginocchiate di fronte al mondo, con il capo chino in segno di sottomissione, la bocca che si prodiga in bisbigli di rivoluzione.
La ribellione c’è, ma non si sente. Occhiate silenziose, cenni del capo, camminate più lunghe delle altre.
La ribellione c’è, insieme al terrore costante di essere scoperte e alla gioia folle di essere ribelli, perché sì, anche in queste terribili condizioni è possibile ribellarsi, è possibile dire no, dire basta, dire che schifo.
La ribellione aspetta, e Difred può solo sperare che arrivi in tempo.

Ma noi possiamo smettere di aspettare. Dobbiamo smettere di aspettare.

 


RELATED POST

  1. Shei

    11 ottobre

    L’ho letto anch’io 🙂 Bella recensione, molto approfondita 🙂

  2. Margherita B

    1 novembre

    Mi hai spinta tra le braccia della Atwood. Ti voglio bene, prima non la conoscevo.

  3. […] un esempio che in realtà è un romanzo ma vale lo stesso: qualche tempo fa su SR è comparso questo articolo, che mi ha spinta tra le braccia di Margaret Atwood e della sua opera omnia. Ho […]

  4. […] la si trova anche in un famoso romanzo distopico di Margaret Atwood pubblicato nel 1985, Il racconto dell’ancella: il libro è ambientato in una “teocrazia totalitaria in cui le donne erano controllate dallo […]

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.