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Il colosso dei giocattoli Toys R Us si è impegnato...

Il colosso dei giocattoli Toys R Us si è impegnato a eliminare il marketing basato su stereotipi di genere (ma solo nel Regno Unito)

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Alzi la mano chi di voi non ha mai desiderato di prendere a sprangate gli scaffali dei negozi di giocattoli pieni di prodotti marcatamente divisi tra quelli “per bambini” e quelli “per bambine”.
Vi capisco. Oh sì, quanto vi capisco.
Il problema non è tanto il fatto che i giochi per bambine siano quasi invariabilmente rosa, nonostante anche quell’aspetto dia fastidio. La tragedia diventa palese nel momento in cui ci si ferma ad osservare le differenze qualitative tra prodotti gendered. Molto spesso, infatti, i giocattoli per bambine sembrano pensati come allenamento in vista di un futuro da madre, casalinga, estetista, infermiera, parrucchiera e altri tipi professioni e attività stereotipicamente da donna.
I giochi meno orientati alla cura e all’estetica, invece, paiono quasi tutti commercializzati tenendo a mente un pubblico maschile. Si va dalle costruzioni alle armi giocattolo, passando per prodotti che introducono a diversi tipi di attività scientifiche. Non a caso, anch’essi pubblicizzati ai bambini sulla base di stereotipi su presunte innate capacità maschili.

La buona notizia della settimana è che forse questa divisione netta e deleteria sta cominciando a venir meno. Nel Regno Unito, infatti, il managing director di Toys R Us ha annunciato che presto la catena si avvierà in un percorso volto a diminuire gradualmente la pubblicizzazione ed esposizione di giocattoli secondo il binario maschile-femminile. Per questo dobbiamo ringraziare il gruppo di pressione Let Toys Be Toys, composto da genitori che hanno chiesto a gran voce alle principali catene di negozi di giocattoli di smettere di limitare l’immaginazione e le possibilità ricreative dei loro figli.

L’impressione che ci siamo fatte è che l’annuncio del cambio di politica di Toys R Us riguardi esclusivamente il Regno Unito e che, nel complesso, le scelte aziendali varino su base nazionale, come riflesso del clima culturale. In Svezia, infatti, già lo scorso anno Toys R Us lanciò un catalogo invernale che sfidava apertamente gli stereotipi di genere, che sono invece dominanti nelle campagne pubblicitarie pensate per gli altri paesi.

Una domanda sorge dunque spontanea. Di che portata deve essere il cambiamento culturale in Italia perché catene come Toys R Us comincino a seguire gli esempi svedesi e inglesi?

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(Grazie a Gianlorenzo per la segnalazione)

 

Altri articoli su giocattoli, infanzia e genere:

Il vestito della Bella Addormentata: rosa per la Disney, blu per il resto del mondo di Marta Corato
Bronies: perché si può essere uomini e amare “My little pony” di Elisa Cuter
Sempre dalla parte delle bambine: Tomboy (C. Sciamma, 2011) di Veronica Tosetti
Le pubblicità degli zaini scolastici: quali sono le implicazioni? di Vittoria L.
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I cosmetici per bambine marchiati Walmart (o: un’ode alle distruttrici di mondi) di Margherita Ferrari

(Immagini: Foto 2, Vecchia campagna pubblicitaria Lego)


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  1. Paolo1984

    7 settembre

    Premesso che non credo che giocare con certi giocattoli precluda la possibilità di fare l’infermiere/a o lo scienziato/a (attività entrambe dignitose come le altre citate) anch’io sono contrario a questa rigida divisone in base al sesso già negli scaffali dei negozi di giocattoli..penso banalmente che se una bimba vuole la bambola gliela si deve dare, se vuole i soldatini lo stesso e se vuole entrambi pure..idem per il bimbo. Il problema sono le paranoie dei genitori

  2. Paolo1984

    7 settembre

    quella di Toy’s r us è stata una giusta decisione

  3. caterina bonetti

    8 settembre

    Per rispondere alla tua domanda finale (o almeno provarci)…credo che debba passare davvero molto tempo. In questi giorni ero al mare e ho assistito a due scene abbastanza esemplari: bambino che chiede di acquistare una maglietta di Peppa pig rosa e la mamma che, ridendo come una pazza, gli dice “Ma no! Ma cosa dici! E’ rosa, è una cosa da femmina!”. Due giorni dopo al bar una madre, con aria sconfortata, confidava ad un’amica che la sua bambina giocava sempre e solo con i giochi del fratello e quasi non guardava le barbie che le venivano regalate. Il punto, credo, è che si da per assunto il principio di genere nel gioco e tutto ciò che viola la “norma” viene visto come strano, diverso, da correggere. Ci vorrà davvero molto molto tempo…d’altra parte nell’abbigliamento abbiamo l’esempio lampante delle scarpette per femminucce (Lelly Kelly) e per maschietti (Bull Boys). Guai a invertire i piedi eh!

  4. Bianca Bonollo

    8 settembre

    Concordo, in Italia ci vorrà davvero molto tempo! Io sono convinta che, di per sè, pubblicità, design e confezionamento diversificati per genere non facciano presa sui bambini… da piccola non mi sono mai fatta problemi a prendere qualcosa nel reparto “per maschi” piuttosto che in quello “per femmine”, non ci facevo proprio caso, per me esistevano solo giochi che mi piacevano e giochi che non mi piacevano! Il problema sono gli adulti che circondano il bambino, che lo spingono a determinate scelte o, peggio, lo prendono in giro e lo obbligano. Una frase di un adulto vale più di mille pubblicità! E in Italia gli adulti retrogradi e che non si sanno fare i fatti loro (per non dire di peggio) sono molti (a cominciare da “i parenti”), e i genitori possono contrastarli solo fino a un certo punto…

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