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Meccanismi mentali, differenze di genere e l’...

Meccanismi mentali, differenze di genere e l’arte di fare soldi lavorando come cavie per economisti comportamentali

Voi forse non lo sospettate, ma esistono degli economisti che fanno esperimenti su esseri umani ed animali. Se volete potete immaginarveli rinchiusi in una cantina, con le vittime in una gabbia, mentre si aggirano con lo sguardo vitreo indossando fantasie colorate, con una calcolatrice in mano e le ragnatele tra i capelli. Non andreste troppo lontani dalla realtà, ma non c’è nulla di pericoloso.

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C’è una branca dell’economia, chiamata economia comportamentale, che si occupa di studiare i meccanismi più reconditi della mente umana. L’economia comportamentale abbraccia diverse discipline, quali l’economia, la psicologia, le neuroscienze, ed usa i metodi dell’economia sperimentale. In altre parole, si serve di esperimenti per costruire e validare modelli matematici atti a descrivere il comportamento degli esseri umani quando si trovano di fronte a decisioni di tipo economico. Tette. (Scusate, era solo per ridestare l’attenzione)

Naturalmente, questi esperimenti devono essere strutturati in modo da stimolare ed isolare un determinato meccanismo mentale. Se vi capita di sentire che organizzano esperimenti di questo genere, vi consiglio di iscrivervi, perché vuol dire soldi facili per voi. Infatti, quello che gli sperimentatori  vogliono evitare – risposte a caso e poca concentrazione, principalmente – viene eliminato con incentivi monetari ben congetturati. Vi verrà presentato un “gioco”, o una serie di decisioni, e le vostre mosse produrranno una certa somma di denaro, che sarà più alta quanto più strategicamente agite.

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I meccanismi sotto analisi possono essere svariati: il modo in cui gli individui rispondono a situazioni di rischio e incertezza, comportamenti generosi, invidia, senso di giustizia, vendetta… Ogni aspetto comportamentale può essere studiato da un gioco costruito ad hoc. Un esempio? Vi viene data una somma di denaro, e potete decidere di tenere tutto o dividere la cifra con un altro partecipante all’esperimento. Potreste dargli il 100%, niente, o una qualche percentuale intermedia. Cosa fareste? Probabilmente gli darete intorno al 30%. Questo “gioco” si chiama dictator game, ed è stato costruito per studiare l’altruismo puro. Un altro gioco, chiamato ultimatum game, inizia nello stesso modo, ma il secondo partecipante in questo caso può decidere di “punire” il primo giocatore, a proprie spese. Infatti, invece che accettare passivamente qualsiasi cifra scelta dal primo giocatore, può azzerare tutto, e nessuno prende niente. Chiaramente, qui entrano in gioco il senso di giustizia e di vendetta. Potrei andare avanti pressoché all’infinito con gli esempi, ma penso abbiate afferrato l’idea.

A questi giochi, poi, possono essere aggiunte molte varianti, tra cui quelle riguardanti la composizione del gruppo di partecipanti. In genere si utilizzano gli studenti (principalmente perché è sufficiente dare loro poco denaro per renderli felici), ma sono stati fatti vari esperimenti con manager, ratti, ricercatori, persone comuni, indigeni di diverse tribù*…  ce n’è per tutti i gusti.

A partire dalla seconda metà degli anni ’90 ha suscitato crescente interesse la questione del genere. Ad essere presa in considerazione è l’ipotesi che essere nati maschio o femmina influenzi il comportamento all’interno di questi giochi – e di conseguenza nella vita reale. In che modo è stato studiato questo tema? Gli esperimenti sono stati numerosi, ma in genere si sono concentrati attorno ai due giochi che vi ho descritto prima, più un altro gioco chiamato trust game. Quest’ultimo, che non sto a spiegarvi, è progettato per studiare la fiducia e l’affidabilità (intesa come “ripagare la fiducia”).

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Le donne sono più generose e socially oriented rispetto agli uomini? Questa è la domanda che ricorre maggiormente in questa letteratura, e che richiama il pensiero comune. In realtà i risultati sono spesso contrastanti – anche tra gli studi che prendono in considerazione lo stesso gioco – e non permettono una risposta univoca. A volte le donne risultano più generose, a volte meno. Alcuni studi suggeriscono che la risposta possa non essere univoca, ma che donne e uomini rispondano in maniera diversa a diversi livelli di rischio. Per farvi capire in che senso se ne parla, richiamando i giochi che vi ho descritto prima, il dictator game non implica alcun rischio, mentre nell’ultimatum game c’è il rischio che il secondo giocatore rifiuti l’offerta. Secondo alcune ricerche**, in contesti di rischio non ci sarebbe una differenza significativa tra sessi. In situazioni non rischiose, invece, le donne sarebbero più attente al benessere collettivo, quindi più generose o più propense a punire i comportamenti scorretti.

Un’altra ricerca*** suggerisce invece che gli uomini siano più sensibili al “prezzo” della generosità. Quando donare costa meno, gli uomini risulterebbero più generosi delle donne, mentre quando costa di più, risulterebbero meno generosi. Detto in altre parole, le donne sarebbero più inclini a creare situazioni di uguaglianza in ogni condizione, mentre gli uomini sarebbero più facilmente o totalmente generosi o totalmente egoisti. A sostegno di questa tesi (e per rendere più pratica la discussione) si può portare ad esempio una recessione del 1991, durante la quale le donne aumentarono le donazioni di carità del 2,4% e gli uomini le diminuirono del 20%.

In generale, comunque, i risultati dei vari studi si contraddicono spesso e finora non ci sono prove schiaccianti del fatto che il comportamento di uomini e donne sia effettivamente diverso, e soprattutto in che senso. Non si tratta di incertezza nell’uso dei dati – le tecniche statistiche sono ormai molto raffinate, e gli articoli scientifici vengono sempre controllati nella loro validità. Potrebbe essere la struttura dei giochi utilizzati finora a impedire di trovare la risposta alla domanda. Inoltre bisogna considerare che ci sono sempre fattori di disturbo, anche all’interno di esperimenti ben controllati.

wieslaw_walkuski_satyrykonIn ogni caso, anche se si trovasse una prova inconfutabile, chi potrebbe dire che le differenze di comportamento sono effettivamente causate dall’essere nati di sesso maschile o femminile? Di certo la famiglia e la società inducono gli individui ad assumere certe caratteristiche e modi di agire a seconda del sesso di nascita. Le differenze di comportamento potrebbero quindi derivare da fattori culturali. Eppure, anche in un contesto fortemente sessualizzante come la nostra società, si faticano a trovare prove solide.

__________________________________

* Heinrich, J., et al. (2005). Economic man in cross-cultural perspective: behavioral experiments in 15 small-scale societies. Behavioral and Brain Sciences28, 795-855.

** Croson, R., & Buchan, N. (1999). Gender and culture: International experimental evidence from trust games. The American Economic Review,89(2), 386-391.

*** Andreoni, J., & Vesterlund, L. (2001). Which is the fair sex? Gender differences in altruism. The Quarterly Journal of Economics116(1), 293-312.

 


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  1. jessica

    6 Maggio

    Ciao Bianca, ho trovato particolarmente interessante il tuo articolo, tanto che vorrei proporti due elementi di riflessione.
    Trovo che l’espressione che hai usato: ” bisogna considerare che ci sono sempre fattori di disturbo, anche all’interno di esperimenti ben controllati.” riveli il limite del metodo sperimentale “da laboratorio” . Nella società i fattori di disturbo sono molto più numerosi. In altre parole, nel contesto di vita quotidiana forse, agiremmo diversamente. Il laboratorio, luogo di esperimenti, è in un certo senso un ambiente “puro”, o meglio una sorta di non-ambiente, perché sottratto alla dimensione storico-geografica. In questa, luogo di esperienze, ciascuno di noi è situato. Non credo che basti sostituirla con una eventuale classificazione degli attori sulla base di età e provenienza.
    Un po’ per lo stesso motivo io non porrei o porrei diversamente la questione del ruolo che giocano la “natura” e la “cultura” nell’influenzare il comportamento maschile e femminile. Non credo che i due elementi si possano effettivamente distinguere ( penso ad esempio, banalmente, ai nostri corpi, nutriti attraverso alimenti che selezioniamo e che sono disponibili in un dato luogo, in un certo mercato e ad un determinato prezzo: potremmo riconoscere quanto di naturale e quanto di artificiale risiede in essi? )e anche se si potesse, forse non conterebbe poi tanto. Personalmente direi che dall’essere nati maschi o femmine dipende il nostro comportamento, ma maschi e femmine si nasce sempre e solo in un luogo e in un tempo determinato.
    Se poi da un esperimento consegue una esperienza individuale di guadagno, beh tutt’altra storia..

  2. Bianca Bonollo

    6 Maggio

    Ciao Jessica, sono contenta ti sia piaciuto il mio articolo! 🙂
    Dici benissimo, il metodo sperimentale ha proprio i limiti che hai detto tu! Anche se, bisogna dirlo, coloro che disegnano questi esperimenti lo sanno eccome, tanto che in questo campo sono importantissimi i concetti di validità interna ed esterna. La validità interna riguarda la capacità del design sperimentale di andare a isolare certi meccanismi, e quindi la capacità dello sperimentatore di “controllare” i fattori ambientali e eliminarli in fase di analisi. Ciò non significa che l’esperimento debba essere necessariamente del tutto non-realistico. La validità esterna, infatti, richiede che quello che apprendiamo da un esperimento possa essere applicato ai comportamenti al di fuori dall’esperimento. Insomma, si dovrebbe creare una struttura che non sia né troppo complicata, né troppo artificiale. Certo, non è una cosa da poco, e infatti ogni sperimentatore deve argomentare se e come soddisfa entrambe queste proprietà. Sono d’accordo con te, è impossibile riprodurre i comportamenti spontanei e naturali, ma ci si può avvicinare, anche se questo non è vero per tutti gli esperimenti. Mettendo poi insieme i vari meccanismi descritti dai vari esperimenti si dovrebbe riuscire a descrivere abbastanza bene la realtà.
    La seconda questione che poni è vera in pratica (non si può scindere una persona in due parti, né trovarne una cresciuta al di fuori da ogni cultura!), ma in teoria è una separazione perfettamente lecita. In particolare, si usa in statistica, in cui si cerca di “isolare” ogni diverso componente, ponendosi ad esempio una domanda-guida del genere: “Se un uomo e una donna fossero stati allevati esattamente nello stesso modo, senza condizionamenti sociali di genere, ci sarebbe differenza nel comportamento?” E qui entrano anche le neuroscienze… Insomma, è un tema affascinante quanto complesso 😛

  3. Paolo1984

    7 Maggio

    epperò non è possibile neanche educare due uomini o due donne esattamente nello stesso identico modo per quante somiglianze ci possano essere

  4. jessica

    7 Maggio

    Eccome se è affascinante! Si hai ragione, teoricamente si può parlare di elementi sociali o elementi naturali separatamente, ma mi chiedo e ti chiedo se sia davvero importante e per quale ragione. Non è una domanda retorica, ma aperta ad ogni possibile risposta. Quali sono e quali possono essere i fini con cui vengono orientate queste ricerche? Voglio dire, nel momento in cui abbiamo degli elementi che hanno carattere di validità interna e dunque abbiamo prodotto come oggetto di conoscenza dei meccanismi di comportamento “puri”, che uso ne facciamo? Una conoscenza che è frutto di un’astrazione dal contesto, nel momento in cui assume validità esterna, come può modificarlo quando vi viene applicata? Non so se sono domande chiare…ma mi interessa davvero capire come e perché intervenire sul comportamento umano applicando una conoscenza astratta dal contesto se parto dal presupposto che azione e situazione determinata si influenzano in maniera intrinseca e che un uomo e una donna con medesime educazione ed esperienza di vita non possono esistere.

  5. Bianca Bonollo

    9 Maggio

    @Paolo: certo, se parli di due persone è certamente vero, ma la parola chiave qui è “in media”, quindi si parla di grandi numeri. In media, le donne sono educate in modo diverso dagli uomini, e questo non mi pare si possa mettere tanto in dubbio dopo aver letto in nostro blog eheh 🙂

    @jessica: le ricerche scientifiche non sono mai “orientate” (almeno in teoria), ma sono volte all’avanzamento della conoscenza. Quindi, devono produrre verità. Il fatto che poi possano essere applicate nella pratica per “cambiare” la realtà è un altro conto, e non sempre accade. In questo caso, comunque, la questione secondo me al livello pratico è importantissima perché al mondo tutti i giorni qualche persona dice che le donne e gli uomini non possono avere pari considerazione sociale perché sono “di natura” diversi. Una volta si diceva addirittura che la donna avesse un cervello inferiore, e per questo non poteva né studiare né votare. Al tempo sembrava perfettamente “naturale”, e le donne venivano educate a conformarsi a questo pensiero, apparentemente quindi confermato dal loro comportamento “frivolo”. In fin dei conti però, il loro comportamento era dettato dalla cultura, perché se fossero state educate come lo siamo noi oggi non sarebbero certo più “stupide” di noi. Spero di essermi spiegata. Se non hai problemi con l’inglese, ti consiglio comunque di leggere un po’ le ricerche che ho citato. Magari le parti tecniche ti risulteranno un po’ ostiche, ma ci sono molti esempi pratici di applicazione, molto più pratici di quello che ti ho detto 😉 Se hai problemi a trovarle scrivimi a tuhaideibeibaffi@gmail.com e ti mando i pdf

  6. jessica

    11 Maggio

    Ciao Bianca, ti ringrazio per la precisa risposta e anche per i riferimenti. Mi permetto di darti la mia opinione circa la neutralità della conoscenza scientifica. Il fatto che in pratica le ricerche siano orientate, non è semplicemente un incidente di percorso rispetto alla teoria. Come tu dici, la verità è “prodotta”, più precisamente da soggetti storicamente e socialmente determinati (e in più di diversi generi), portatori di bisogni e desideri, oltre che consapevoli che un progetto di ricerca ha bisogno di finanziamenti. A mettere in evidenza la storicità della produzione scientifica (dopo Marx), sono state proprio le epistemologie femministe(di cui alcune studiose: Sandra Harding, Donna Haraway, Nancy Hartstock. Ti consiglio “Sexe, genre et sexualité” di Elsa Dorlin, in cui l’autrice dedica il primo capitolo al soggetto in questione ). L’ accusa mossa contro la scienza dominante, è quella di erigere il soggetto conoscente in una posizione astratta. Dietro la neutralità di questo soggetto si maschererebbe il fallocentrismo ( eforse molti altri “-centrismi”) del mondo scientifico. Un bell’esempio della fisica Evelyn Fox Keller citato da Elsa Dorlin : fino agli anni ’80, il processo di fecondazione, veniva “oggettivamente” descritto dal punto di vista dell’attività dello spermatozoo, al punto di orientare principalmente su di essa le ricerche. Della pretesa neutralità scientifica l’epistemologia femminista ha messo in evidenza la postura politica.
    L’idea di alcune scienziate appartenenti a questa corrente di pensiero è quella di riconoscere lo standpoint o situated knowledge (Donna Haraway), cioè il posizionamento del punto di vista della conoscenza. Ciò non significa dissolvere l’oggettività, ma costruirne una più forte attraverso la connessione dei diversi standpoint e tenendo ferma la consapevolezza che questi sono sempre condizionati. Se il sapere è situato, nasce per rispondere a dei bisogni ed è orientato a soddisfarli. Il problema non sta nel determinare se la conoscenza è neutra o ” corrotta”, ma se risponde ai bisogni complessivi della società o solo a quelli di una sua componente parziale ( quella che generalmente nega che il sapere sia orientato ).
    Sono d’accordo con te quando dici che ancora oggi c’è chi sostiene l’inferiorità naturale femminile e mi sembra che questa mentalità sia il residuo di un’ideologia resa possibile anche dalla pretesa di neutralità scientifica. Non credo che cercare l’uguaglianza naturale dei sessi basti a demolire le discriminazioni di genere che comunque si possono “giustificare” con “ragioni” di ordine pratico, morale, simbolico….Non credo nemmeno che di uguaglianza di natura si possa parlare, perché mi sembra che la natura, intesa come l’oggetto su cui la cultura agisce, sia il prodotto di quella scienza pretesasi neutra. Se si accetta la tesi per cui la conoscenza scientifica della natura è determinata storicamente e socialmente e in quanto tale orientata a soddisfare dei bisogni, mi sembra difficile separare natura e cultura o scienza e politica, anche teoricamente.

  7. Bianca Bonollo

    13 Maggio

    Cara Jessica, quel che dici è molto interessante, ma non posso entrare nel merito in quanto non ho mai studiato epistemologia! 🙂 Ammettendo che le scienze sociali non sono e non saranno mai una vera scienza, non penso che sia tutto da buttare. Anche perché tra gli studiosi c’è molta autocritica in questo senso, e lo sforzo di essere il più oggettivi possibile. Poi, la verità assoluta non esiste, men che meno in economia e psicologia! Però ci sono certe cose che, fino a prova contraria, sono più assodate di altre. La differenza (o l’uguaglianza) di comportamento economico tra i generi non è tra queste. Grazie per i tuoi commenti! 🙂

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