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In Persepolis, Marjane Satrapi narra che da bambina voleva fare il profeta. Potrebbe sembrare una cosa inverosimile, che un bambino non penserebbe mai, eppure le vocazioni fra i due-treenni non sono poi così rare. Per esempio, per un certo periodo, da piccola ho dichiarato di voler fare la suora.
Voglio essere sincera: non avevo sentito chiamate o visto crocifissi prendere vita. La mia scelta era dettata, piuttosto, da un obiettivo stilistico ben preciso, seppur discutibile. Come molte altre bambine, infatti, anch’io avevo subito il fascino dell’abito lungo, a suon di cartoni animati, fiabe, bambole e quant’altro. Attraversai quindi la fase “principessa” con gli annessi sogni d’inviti al ballo di corte; la fase “sposa” in cui obbligavo mio padre a scortarmi a braccetto su e giù per il corridoio stringendo un improbabile bouquet, ed infine la fase “fata”, bruscamente interrotta dall’impossibilità di procurarmi una bacchetta magica funzionante. Non trovando altri modelli di riferimento nelle fiabe, iniziai a guardarmi intorno: chi altro portava un abito lungo e un velo, sebbene non di tulle? Ebbene sì, loro: le suore. Tutto quello che io volevo, loro lo avevano: un “vestito” lungo fino ai piedi e un velo che ai miei occhi simulava i capelli lunghi (altro mio ardente desiderio). E la cosa migliore era che potevano portarlo tutti i giorni, non solo al matrimonio o al ballo. Take that, Cinderella! Se da grande avessi fatto la suora, avrei avuto velo e abito lungo tutti i giorni. Bingo.
Per immedesimarmi meglio nel ruolo, iniziai a indossare un k-way con cappuccio, che toglievo solo se obbligata. Era bianco a stelle gialle e verdi, il miglior sostituto che potessi trovare.
Come Marji in Persepolis, questa scelta non incontrò il favore dei miei, che tentarono di dissuadermi in vari modi, dal “Non essere ridicola” al “Non è proprio così semplice”, fino al profetico “Vedrai che quando sarai grande cambierai idea!”. Tutto questo non servì a nulla: ero inamovibile. Io volevo solo il mio abito lungo fino ai piedi (possibilmente viola) e il mio velo; tutto il resto non contava. Non avrei mai cambiato idea.
Come le altre fasi, non durò che poche settimane (o pochi giorni? Difficile dirlo), e alla fase suora ne subentrò un’altra, questa volta destinata a durare: la ballerina. Non desideravo altro che avere i capelli lunghi raccolti in uno chignon, un fiore di tulle bianco da appuntare al suddetto chignon, le scarpette da ballo e il tutù, o meglio, i tutù. Ne volevo uno bianco ed uno rosa; volevo un tutù lungo fino ai piedi, e poi anche uno di di quelli con il corpino costellato di paillettes e brillantini. Dimostrandomi fin da subito la persona seria che sarei diventata, mi scelsi la professione in base ai vestiti che avrei messo. D’altronde, non fa una piega: facendo la ballerina avrei potuto vestirmi da fata e da principessa, avere vestiti di ogni lunghezza, avere i capelli sciolti o raccolti ma senza dubbio lunghi, decorati da fiori, perle o veli, ma soprattutto, sarei potuta andare a ballare senza aspettare l’invito del principe, e non avrei nemmeno scontentato mia madre con la mia vocazione suoresca. Bingo.

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