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Un uovo oggi è una gallina domani? (o: Sull’...

Un uovo oggi è una gallina domani? (o: Sull’importanza della legge 194)

Parto da una battuta per affrontare un tema su cui c’è poco da scherzare: il prossimo 20 giugno verrà posto in discussione presso la Corte Costituzionale l’articolo 4 della legge 194 ritenuto, da un giudice tutelare, lesivo dei diritti inviolabili dell’uomo e della tutela della salute. Oggetto della violazione l’embrione in quanto “uomo in fieri”.
Come dato preliminare vorrei citare alcuni studi statistici che sottolineano come negli ultimi decenni il numero degli aborti volontari sia andato considerevolmente calando anche se in maniera non del tutto omogenea soprattutto a causa dell’incremento delle richieste da parte della popolazione migrante. Le differenze percentuali fra regione e regione sono spesso determinate dall’elevato numero di obiettori di coscienza presenti in alcune realtà territoriali, in particolare al sud Italia.
Nonostante la questione dell’obiezione di coscienza sia spesso legata a motivazioni per nulla etico-morali ma di mero interesse economico (antiabortisti nel pubblico, abortisti in clinica), bisogna comunque essere piuttosto soddisfatti di come vanno le cose nel nostro paese. I consultori, nonostante le enormi difficoltà economiche e il lavoro di logoramento al quale sono sottoposti, funzionano. La cultura della sessualità responsabile, nonostante il patetico livello dell’educazione sessuale nelle scuole e l’oscurantismo che ci tocca di subire in un paese dal cuore bigottamente cattolico, è in un qualche modo miracolosamente passata.
Ora però ci troviamo di fronte all’ennesima battaglia fintamente etica giocata sulla pelle delle donne. Un uomo si alza una mattina con l’irrefrenabile bisogno di salvare dei poveri embrioni in pericolo di vita e mette in discussione una legge che evidentemente funziona. Probabilmente lo stesso uomo che costringe le donne con problemi di fertilità all’impianto di tutti gli embrioni prodotti con la fecondazione in vitro, ma non divago. Così ci ritroviamo a discutere, decenni dopo, di “inizio della vita”, di diritto decisionale, di maternità.
Parto da un presupposto: la maternità non è un dovere, ma una possibilità. La donna non nasce con il compito di perpetuare la specie e il solo fatto che sia in grado (fisicamente) di riprodursi non implica che lo debba fare. La donna non è di per sè una madre in potenza solo in quanto dotata di utero e ovaie. Il mio secondo presupposto è che la genitorialità è un progetto, un disegno (di singolo o di coppia) che ha a che fare con il cuore e con la testa, molto meno con l’utero. Una madre adottiva non partorisce suo figlio e tuttavia è madre, nel più alto senso del termine, al pari di una madre biologica. Essere madri significa decidere di voler dare la vita, di volerla crescere ed accudire affinché possa svilupparsi, diventare autonoma, portatrice di affetti, valori, pensiero. Non a caso le donne che decidono di dare in adozione i loro figli vengono chiamate “madri naturali” e non possono vantare il titolo di madre di fronte alla legge. Madre è chi decide di esserlo insomma. A partire da questo presupposto ho sempre ritenuto che l’inizio della vita di “figlio” abbia luogo nel momento in cui la madre (e il padre nella maggioranza dei casi) decidono di “avere” il bambino: il feto diventa figlio. Questa visione, diranno alcuni, potrebbe portare a pensare che i genitori abbiano potere di vita e di morte sui loro figli. Molte volte, nel corso di dibattiti, mi sono sentita fare questa osservazione. “Se un genitore ammazza il figlio in culla va in galera”. Vero, ed è giusto che sia così. Ma davvero siamo convinti che non esista alcuna differenza fra un neonato ed un embrione di poche settimane? Il feto non ha possibilità di vita autonoma fino al conseguimento di un dato sviluppo: sicuramente non prima del terzo mese di gravidanza. Ragionando per assurdo, se una donna incinta al settimo mese decide di togliersi la vita ed i medici riescono a salvare il feto, quest’ultimo ha possibilità di sopravvivenza in ambiente protetto e può diventare un bambino, ma se la stessa cosa avviene entro il terzo mese l’ipotesi è fuori discussione.
L’esempio è forte ma penso serva a rendere l’idea: senza una madre il feto non è un bambino, senza un padre, ad esempio, si. Ecco perché la scelta ritengo debba rimanere in mano alla donna. Il feto non è un bambino in potenza più di quanto un uovo possa essere un pulcino in potenza. Se la gallina abbandona il nido l’uovo non si schiude e resta uovo: da solo non diventa un pulcino. L’imposizione della gravidanza ad una donna ritengo equivalga alla lesione grave della sua persona, al pari di pratiche che consideriamo, come società “evolute” occidentali, barbare ed incivili (matrimonio coatto, mutilazione, segregazione domestica…). Il diritto della donna ad autodeterminarsi in quanto individuo (compiuto e non in potenza) prevale, a mio parere, sul possibile diritto di un essere in potenza da lei essenzialmente dipendente.

Ma veniamo a questioni meno teoriche. Pensiamo davvero ancora che le donne ricorrano all’aborto come metodo contraccettivo? Pensiamo che sia un’esperienza che le donne compiono con facilità, come se si trattasse di andare a farsi togliere un dente? Pensiamo davvero che la donna che decide di abortire non abbia preliminarmente considerato tutte le altre opzioni per lei possibili? Solo la leggerezza di chi non si è mai posto tali interrogativi può mettere in discussione una legge che, tutelando la vita “in potenza” (aborto fino al 3 mese, non oltre), tutelando il diritto alla maternità anche in casi di disagio, promuovendo la salute sessuale, lascia comunque libere le donne di scegliere, senza obbligare nessuno a ricorrere o meno ad essa? Tutto questo in un paese dove la maternità non ha garanzie, dove ci si riempie la bocca della parola famiglia e dove i giovani non possono pensare di permettersene una, un paese dove dopo la maternità la donna non riesce a tornare al lavoro, dove il welfare riesce solo in alcune regioni a far fronte ai bisogni dei nuovi piccoli cittadini, dove il sesso è ancora tabù e la contraccezione un tema difficile da affrontare e caro da gestire (pensiamo ai costi di pillola, profilattici e altri mezzi contraccettivi)… Il problema è davvero nella 194? Vogliamo davvero affermare dei nuovi diritti o vogliamo compiere un inutile percorso a ritroso continuando a chiederci se l’uovo di oggi sarà o meno la gallina di domani? Ragazze, donne… occhi aperti.


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  1. Marta Conte

    14 giugno

    D’accordissimo con tutto ciò che hai detto. L’idea che ancora ad OGGI tocchi star qui a discutere di certe cose, che ormai dovrebbero essere considerate DIRITTI BASILARI è davvero, davvero deprimente. Si continua a fare un passo avanti e due indietro.

  2. Ilaria Milea

    26 giugno

    Sono d’accordo con (quasi) tutto quello che è stato scritto. Mi permetto di proporre una riflessione, che il mio prof. di bioetica a suo tempo fece: quando un bambino è desiderato, progettato si tende, appunto, ad utilizzare il termine FIGLIO o BAMBINO, anche se ha tre mesi di vita. Quando invece si intende abortire, lo si nomina in quanto FETO.
    Mi auguro solo che i consultori e i servizi di sostegno alla maternità siano ciò che sarà frutto di discussione in Parlamento, nell’immediato; per non costringere le donne a fare una scelta così dolorosa come quella di abortire.

  3. […] scelta farà sicuramente discutere perché, in parte, pone in discussione anche la stessa legge 194 che – all’articolo 9 – esenta i medici dall’obbligo di certificazione […]

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