Il Semesterticket è un pezzo di carta che dà un potere enorme. Non solo certifica la tua immatricolazione ad un’università tedesca, ma ti permette anche di viaggiare gratis sulla metro e sui treni di tutta Berlino (o del Brandeburgo, o di un altra regione, dipende da dove si trova l’università). A Berlino ogni università lo stampa in un colore diverso. Quello della Humboldt Universität è verde, quello della Freie Univesität è blu. Lo desideravo dal 2009 ma la strada per ottenerlo fu lunga e difficile.

Per prima cosa: una certificazione di conoscenza del tedesco. A meno che non abbiate scelto una laurea in lingua inglese, è indispensabile per studiare in Germania. Oltre ai vari certificati esistono due test specifici: il Test DAF e il DSH. Entrambi non sono test sulla grammatica e sono molto più vicini al TOEFL per l’inglese. Non c’è niente da studiare o da imparare a memoria. Bisogna invece dimostrare di saper usare il tedesco, di capire testi abbastanza complessi, di sapersi esprimere bene. Ho fatto questo dannatissimo test due volte. La prima mi trovavo in un momento non particolarmente felice della mia vita. Durante la prima parte dell’esame, che teoricamente è la più facile, andai un po’ nel panico, cominciai a sudare e scappai dalla stanza (!) per prendere una boccata d’aria. Questa mini fuga mi costò un punto sul risultato: 3/4/4/4 dove il minimo era avere 4 (su 5) in tutte le parti. Quindi ho dovuto ripeterlo una seconda volta, 6 mesi (d’ansia) dopo e con 170 euro in meno nel portafoglio (il risultato fu però 5/5/4/5, della serie: Tiè!).

Come seconda cosa bisogna preparare dei documenti tradotti. Certificato di maturità e laurea triennale, nel mio caso. Fortunatamente al giorno d’oggi il diploma di maturità è  scritto anche in tedesco e inglese, quindi è bastata una fotocopia con timbro del mio liceo. La legge italiana vorrebbe anche una marca da bollo, di circa 15 euro. Questa marca da bollo non ha valore in Germania, quindi se la persona è gentile vi farà solo il timbro, senza chiedere sbattimenti burocratici assolutamente inutili.
La traduzione della laurea fu molto divertente. Ho dovuto aspettare due anni per avere, letteralmente, il famoso pezzo di carta. Un pezzo di carta molto pregevole, devo ammettere.
Al momento della domanda in Germania, però, l’unica cosa che potevo fare era scaricare un normale pdf dal sito dell’Università e renderlo magicamente legale con l’applicazione di una marca da bollo di 15 euro (che, lo ricordiamo, in Germania ha lo stesso valore di un adesivo). Ovviamente una traduzione in un’altra lingua non era disponibile, quindi ho dovuto farla da sola e poi portarla da un traduttore certificato per farla validare in tribunale e applicarvi, indovinate un po’, una marca da bollo.
La traduzione me l’ero fatta da sola per evitare di sborsare ancora più soldi. L’aveva anche corretta una mia amica tedesca. Ovviamente il traduttore decise che non era corretta e me la fece pagare ancora, oltre a consegnarmela con estremo ritardo. Tutto il resto era pronto, mancava solo lei. Il mio piano era: ritirarla, spedire la busta e poi andare in stazione a prendere un treno per Ravenna e andare a vedere gli Akron/Family. Traduzione che arriva in ritardo, busta spedita ma concerto saltato. Mesi dopo gli Akron/Family tornarono in Italia e tediai uno di loro con il mio racconto burocratico “Sai, dovevo venire a vederti in spiaggia, ma poi dovevo spedire questi documenti e sai, la burocrazia, blablabla.” Lui annuiva ma in cuor suo lo so che si chiedeva “Ma perché questa tizia mi racconta queste cose noiosissime?”

Fatto ciò, la magica busta entrò in possesso di Uni-Assist, un istituto che elabora i vari diplomi e lauree da tutto il mondo, per verificare se sono riconosciute in Germania e per stabilire un voto equivalente per il sistema tedesco. Durante l’elaborazione dei miei dati mi mandava messaggi fantasiosi tipo “C’è un buco nel tuo curriculum”. E io “In che senso c’è un buco nel mio curriculum?”. Risposta: “C’è un periodo di tempo in cui non hai fatto niente.” E io avrei dovuto rispondere “Perché effettivamente in quel periodo non stavo facendo niente.” Fortunatamente si risposero da soli “Ah, no, tralla, l’abbiamo mandato all’Università.”

Il giorno che trovai la lettera d’ammissione nella buca delle lettere ero tornata a casa di notte, ero confusa, non ci volevo credere. Avevo anche superato lo scoglio nel numero chiuso. Ma mica è finita lì.

Per essere iscritti all’Università tedesca bisogna avere una copertura sanitaria.
Nel mio caso sarebbe andata bene quella italiana, ma nel frattempo, visto che avevo lavorato in Germania e avevo dovuto pagare le tasse, ne avevo dovuto fare una tedesca.
Il punto è che per chiudere i conti con l’assicurazione sanitaria tedesca non bastava il mio tesserino europeo, ma ci voleva un modulo di cui nessuno, né in Germania né in Italia, conosce bene il funzionamento. Alla fine, per convincere l’Assicurazione tedesca che avevo una copertura anche in Italia, ho mandato loro la convenzione Italia-ExJugoslavia che ho fatto con la mia ULSS per venire a Belgrado. Truestory.

Ma finalmente mi hanno ridato tutti i soldi che ho pagato mentre tentavo di convincerli.
E pare che anche questo semestre mi sia arrivato l’adorabile tagliando blu, quindi ad ottobre potrò tornare a perdermi tra i giganteschi corridoi della Freie Universität.