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Please ignore my vacant stares – “Glue...

Please ignore my vacant stares – “Glue”, i Violent Femmes e la frustrazione sessuale dell’adolescente solingo.

“Baciare un ragazzo piuttosto che una ragazza è diverso perché i ragazzi hanno la barba. Altrimenti, non ci sarebbe differenza”.
Glue

Se non avessi la mania di problematizzare tutto e di soppesare le parole con estremo fanatismo, credo che taggherei i muri delle mie città con il nomignolo segreto che chiunque mi conosca ha già intuito. Mi presento, sono Margherita «Teenage» Ferrari, qui detta la Regina del Ghetto.
Sono una di quelle persone che usano l’aggettivo “adolescenziale” come sinonimo di “sublime”. Vado in brodo di giuggiole quando vedo dei quindicenni pseudoalternativi molto radicati nelle loro convinzioni e odio a morte chiunque osi sminuire la grandezza del periodo più brutto della nostra vita. Ora che ho smesso di essere diciannovenne da cinque anni, posso dirmi cultrice di prodotti culturali in cui compaiono adolescenti di varia forma, colore e natura. Sono sempre alla ricerca di film, libri e fumetti che raccontino quel periodo della vita in modo credibile e non paternalistico.
In base alla mia esperienza, posso dire che ci sono due ambiti della vita umana che spesso trovano spazio nei film e nei libri di cui sto parlando, ma che raramente sono affrontati con la dovuta profondità. Il primo è la sessualità. Il secondo è la musica.

Gli appassionati di musica amano ritrovarsi nei personaggi in cui s’imbattono. Per questi soggetti, una colonna ben costruita può salvare un film, oppure risultare così banale e accondiscendente da renderlo insopportabile. Io sono una di queste persone. Quando una colonna sonora è composta solo da canzoni che già conosco mi sento un po’ presa in giro. Se il protagonista che mi stava tanto simpatico se ne esce con una battuta scontatissima sugli Smiths, è assai probabile che io cominci ad odiarlo di punto in bianco.

Se i muri della camera da letto dell’eroina della storia pullulano di poster di band che sono stati messi lì per far rizzare le antenne agli ascoltatori fanatici come me, capita che io mi senta al cospetto di una confezione di detersivo ricoperta di lustrini piuttosto che di un film, di una narrazione (un esempio lampante è offerto dalla scena iniziale di Nick and Norah’s Infinite Playlist). Ci vogliono molta onestà, competenza e talento per raccontare gli ascolti di un personaggio senza risultare banali, pedanti, scontati e fastidiosi. In molti casi sembra che la colonna sonora sia utile solo ad enfatizzare certe scene, per lo più spiegandole attraverso il testo delle canzoni scelte, e che i personaggi ascoltino musica con una coerenza filologica che raramente si riscontra negli esseri umani veri.

Parlando di sessualità, invece, penso che il mio astio nei confronti del modo in cui spesso viene raccontata nei film sia dovuta al fatto che guardo troppe pellicole americane, in cui, se ci spostiamo fuori dai circuiti indipendenti, molto viene lasciato all’immaginazione o trascurato del tutto. Alcuni tipi di contenuti, se ritenuti “pericolosi” dalle associazioni che si occupano di vietare la visione di certi film ai minorenni, possono trasformarsi in un danno economico per le case di produzione, che vedono limitata la possibilità di circolazione del loro prodotto. Nei film mainstream americani è dunque abbastanza raro che ci siano scene esplicite con protagonisti adolescenti. Tutto ciò mi lascia assai perplessa, esattamente come quando scopro che un film in cui compare un sedicenne che si masturba è stato vietato ai minori di diciassette anni proprio a causa di quella sequenza di immagini vaghe. Mi viene sempre da chiedermi che senso abbia apporre divieti di questo tipo, dal momento che chiunque sia in qualche modo attratto dalla masturbazione con ogni probabilità avrà cominciato a praticarla ben prima dei diciassette anni. La mia risposta è molto semplice: il fanatismo.
Nei libri è ugualmente raro imbattersi in scene di sesso e simili che non facciano venire il latte alle ginocchia. La mia teoria è che molti adulti abbiano grosse difficoltà a delinare dei personaggi adolescenti convincenti e che spesso i difetti di quest’ultimi emergano nelle scene più difficili da scrivere, come spesso sono quelle che hanno a che fare con corpi, vergogne, desideri, goffaggine e odori.

La combinazione di una sessualità onesta e di una colonna sonora radicata nei personaggi è ciò che contribuisce a rendere Glue un film splendido. Glue è un lungometraggio argentino del 2006 diretto da Alexis Dos Santos, che racconta la storia di Lucas, un sedicenne che vive in paesino sperduto della Patagonia. Lucas mi è stato simpatico fin da subito perché in una delle prime scene del film lo si vede ascoltare Add It Up dei Violent Femmes con quel genere di trasporto che è un misto di piacere fisico ed intellettuale, rabbia e abbandono.

Il film mostra l’avvicendarsi della sua vita domestica – in particolare il rapporto con la sorella più grande e quello con i genitori separati, che lo spingono molto spesso ad uscirsene di casa per vagare senza meta con la sua bici – e di quella pubblica. In quest’ultima Lucas è spesso in compagnia del suo migliore amico Nacho, con il quale condivide un rapporto forte e ambiguo, che Dos Santos ha scelto di raccontare soprattutto attraverso il contatto fisico tra i due, che di volta in volta è violento, giocoso o di natura meramente sessuale. Entrambi i ragazzi sono interessati ad una coetanea di nome Andrea, che poco per volta viene coivolta nel loro gruppetto.
La frustrazione di Lucas, che in apertura si rivela vergine, è interpretata da Nahuel Biscayart in modo credibile e palpabile. Lo si vede nella tensione che attraversa le sua membra e che appare in tutto e per tutto simile a quella che permea l’intero album d’esordio dei Violent Femmes e Add It Up in particolare.

Why can’t I get just one fuck?
I guess it’s got something to do with luck
But I’ve waited my whole life for just one.

Glue riesce nell’impresa di raccontare tutto ciò che un ragazzo o una ragazza frustrata possono arrivare a fare, senza per questo risultare troppo grafico o volgare.
A mancare sono proprio quelle scene che lasciano ad intendere ma, con nostro disappunto, non mostrano assolutamente niente. Oppure quelle che, a priori, non vengono neanche concepite perché troppo assurde. Mostrare una quindicenne che, travolta dal desiderio di baciare qualcuno, finisce per leccare una parete della doccia, per esempio, è una scena “assurda”. Assurda, certo, però su Glue c’è. In un certo senso pare quasi che la presenza costante dei Violent Femmes nel film contribuisca a renderlo ancor più carico di tensione sessuale. L’incastro tra gli ascolti di Lucas e Nacho e l’avvicinamento dei due ad Andrea può essere letto su (almeno) due diversi livelli: da un lato, mostra quando Violent Femmes scavi la questione frustrazione, solitudine & abbandono, e dall’altro, amplifica i dolori dei protagonisti in virtù della musica in cui li vediamo immedesimarsi. Questo connubio funziona in virtù del fatto che nel 1983 i Violent Femmes realizzarono un disco che oggi è da molti considerato un classico, ma che non è divenuto popolare al punto da essere bistrattato e usato a casaccio in chissà quanti film. Glue trasmette l’impressione che le persone che ci hanno lavorato siano dei veri fan dei Violent Femmes. Un altro esempio simile è rappresentato dall’apertura di una puntata della splendida serie tv My So-Called Life (di cui abbiamo già parlato), in cui Angela Chase, la protagonista, balla in pigiama Blister in the Sun, come chiunque ami i Violent Femmes avrà sicuramente fatto più volte. Per scrivere una scena del genere è necessario aver provato sulla propria pelle il potere liberatorio insito in quell’album così frenetico e viscerale.


Tornando a Glue, esso mostra il lento avvicinarsi dei tre protagonisti e la “cosa a tre” che va stabilendosi tra di loro. Anche in questo caso il racconto risulta molto onesto e credibile. In molte recensioni ho notato che si è parlato di “sperimentazioni” per indicare ciò che regge il rapporto di Lucas, Nacho e Andrea. Dal mio punto di vista questa lettura è molto riduttiva e si limita a raccontare la dimensione fisica dei loro primi incontri, forse perché è così raro che essa compaia in film che raccontano vicende simili. In realtà le scelte registiche di Dos Santos permettono al pubblico di guardare oltre uno scambio di baci consumatosi in un bagno pubblico e una lunga serie di sguardi imbarazzati. In parte è proprio la colonna sonora complessiva del film a dare spessore a queste scene, ma c’è molto altro. A colpirmi sono state soprattutto le scene in super8 che punteggiano Glue e che sono accompagnate dalle voci fuori campo di Lucas e di Andrea. È in questo modo che Dos Santos ci dà accesso ai loro flussi di coscienza, alle loro insicurezze e ai loro desideri. I pensieri di Andrea sono quelli di ogni ragazza che desideri essere toccata e toccare qualcun altro, eppure il loro impatto è fortissimo, tanto è raro ascoltarli sulla bocca di qualcuno. Uno dei meriti di questo film è dunque quello di mettere sullo stesso piano la sessualità maschile e quella femminile, senza operare distinzioni basate su stereotipi, bensì trasmettendo l’idea che l’orientamento sessuale e i desideri siano fluidi.
In conclusione, Glue è un film che regge perfettamente il racconto di uno dei tanti modi possibili del vivere l’adolescenza, sorpassando di molti punti pellicole ben più popolari, ma che mancano di onestà e che vogliono inseguire fin troppo un certo target. È un film visivamente bello, ambientato in una terra arsa dal sole, che conferisce chilometri di diametro alla solitudine e all’isolamento dei protagonisti. Non è semplicissimo da recuperare e si trova solo in spagnolo con i sottotitoli, ma ve lo consiglio un sacco.

 


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  1. Valeria Righele

    3 Febbraio

    Che analisi brillante, M. Sono curiosissima di vederlo. Mi ha ricordato, per certi versi, “Y tu mamá también” (http://www.youtube.com/watch?v=3Qg6n7V3kO4). Anche in quel film si affronta la sessualità giovanile con serenità e i toni da paternale sono praticamente assenti. La musica, forse, è più secondaria in questo caso. Ma te lo consiglio comunque, qualora non l’avessi ancora visto. La prima volta che lo vidi mi turbò un bel po’ (immagino possa esserti da incentivo, eh eh).
    “500 giorni insieme” mi era piaciuto molto, ma la scena che hai postato in effetti è di un fastidio inaudito. Il modo in cui la Deschanel riprende il verso di Moz sembra quasi una presa per il culo. Vedendola nel complesso invece era così caruccia, quella pellicola. Sigh.

  2. Chiara Puntil

    3 Febbraio

    Vado immediatamente a cercarlo e a vederlo, mi hai davvero incuriosita con il tuo articolo.
    Credo anch’io che la caratterizzazione di alcuni personaggi/ adolescenti lasci un po’ a desiderare, non solo nella musica (come dici tu, non e’ possibile una tale coerenza nei gusti musicali) ma in generale… non mi vengono esempi immediati, ma a volte e’ poco credibile vedere un personaggio di quindici-sedici anni che per quel che ascolta/legge/guarda e per come si veste, lasci lo spettatore a pensare “questa a 15 anni ne sa più di me che ne ho xx…”
    Secondo me tante di queste scoperte si fanno per caso, e ci si rende conto di certi collegamenti solo dopo! Mi rendo conto che forse adesso e’ più’ facile scoprire e reperire musica e film e spunti di quanto non fosse anche solo 10 anni fa, pero’ a volte la “costruzione” di certi personaggi risulta davvero poco
    credibile.

  3. Gigi alias Giulia

    3 Febbraio

    Molto allettante, non lo conoscevo questo film, a breve lo cercherò e lo guarderò. Un lavoro cinematografico simile, per quel che riguarda la fluidità della sessualità, ma questa volta focalizzato sull’identità di genere piuttosto che sull’orientamento sessuale, è il film più conosciuto e diffuso “XXY”…Comunque la scorsa settimana abbiamo concluso con il mio diveniente gruppo-di-discussione Queer, una serie di proiezioni sul tema sessualità queer, presso il lab Elemento di disturbo, a Vicenza contrà Santa Caterina. Vorremmo a breve riprendere altri appuntamenti però declinati al femminile sempre con sfumature queer, in collaborazione con AdaLab. Interessa unirvi e partecipare?

  4. Marta Conte

    3 Febbraio

    Bella recensione, lo cercherò.
    Mi ha anche fatto ripensare a “500 days of summer”, onestamente terribile, ma sarebbe interessante dedicargli un articolo a parte, forse, se non altro perché ho letto molti commenti sparsi su internet dove delle ragazze difendevano il comportamento del personaggio di JGL contro quello della Deschanel, argomentando la loro tesi con frasi come: “Ma come ha potuto mollarlo, è così carino e dolce!” -.-‘
    Non solo è stracolmo di stereotipi, ma è anche riuscito a farmi odiare l’indie in tutte le sue varie sfaccettature commerciali, riassumibili nella battuta (che è già mito, ovviamente): “A me piace Ringo, perché non piace a nessuno” o qualcosa del genere… AH BEH. Blah.

  5. margherita

    7 Febbraio

    @gigi: al momento le vicentine della redazione sono tutte all’estero o comunque non a vicenza. la vedo un po’ dura. pero’ a partire da quest’estate penso sia gia’ piu’ fattibile. personalmente non vedo l’ora di vedere adalab, quindi non appena tornero’ in italia e avro’ un po’ di tempo da passare a vicenza verro’ di sicuro alle vostre serate.

  6. elisa

    7 Febbraio

    Concordo in toto con Marta: mai visto un film più costruito a tavolino per piacere a un certo tipo di pubblico (con un patetico pastiche di cliché amati dallo spettatore medio del sundance: dalla nouvelle vague a zooey deschanel, dal musical a zooey deschanel, dalla black comedy a zooey deschanel, fino
    a zooey deschanel) e paradossalmente, mai visto un film fallire così meramente in questo stesso scopo! Credevano di fare i furbi, loro! Francamente insopportabile. E a me zooey deschanel piace da matti in New girl, ad esempio.

  7. Marta Conte

    10 Febbraio

    @ Elisa: C’è un bell’articolo su Cracked.com su New Girl, che io non ho mai visto, quindi mi limiterò a ribadire quanto mi ricordo dell’articolo. L’autore osservava una certa tendenza del cinema/serie tv americani odierni di rappresentare uno stereotipo di donna costruito a tavolino puntando sulle sue insicurezze, che alimentano la sua difficoltà a relazionarsi e a comportarsi in modo “socialmente utile”. La ragazza indossa canottierine e gonne larghe, accompagnate dalle immancabili parigine (e ancora, indie much?).
    Ad un certo punto la Deschanel se ne esce con qualcosa del tipo: “Non voglio socializzare, voglio rimanere qui a mangiare biscotti”, che racchiude in poche parole una filosofia di vita. L’articolo era abbastanza denigratorio ma presentava argomentazioni valide, almeno abbastanza valide da dissuadermi dall’iniziare l’ennesima serie tv… Per carità, la Deschanel è tanto carina e lungi da me giudicare male persone che si godono cose discutibilmente meritevoli, perché a ognuno il suo, non voglio fare polemica. Ma penso che tu possa darci un’opinione più legittima avendo visto la serie, che dici, ci sta?

  8. […] la calma che dovrebbe contraddistinguere una decisione che, ci viene narrato, è quasi epocale. Del risveglio sessuale delle adolescenti si parla poco, e sempre col rischio di toni grotteschi che descrivono piccole Lolite ingorde e […]

  9. […] calma che dovrebbe contraddistinguere una decisione che, ci viene narrato, è quasi epocale. Del risveglio sessuale delle adolescenti si parla poco, e sempre col rischio di toni grotteschi che descrivono piccole Lolite ingorde e […]

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