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Montag oder Mittwoch #9 – Io volevo la mensa

Montag oder Mittwoch #9 – Io volevo la mensa

Formaggio impanato, salsa di mirtilli, insalata, coca cola per 2.80 euro

Quando ero al liceo e pensavo all’università, nella mia testa visualizzavo solo la mensa. Tutto il mio immaginario era ovviamente legato ai telefilm americani, ai college frequentati dai protagonisti e soprattutto a Gilmore Girls (dove la mensa non compare solo nelle ultime serie, quando Rory va a Yale, ma è una costante sin dalla prima serie, perché pure la sua scuola aveva una mensa bellissima). Bramavo una mensa, ma non come un luogo dove mangiare. La bramavo come luogo di aggregazione e di affermazione dello status di studente, che vive da solo, che non ha tempo di tornare a casa a cucinare. La prima volta che misi piede in una mensa universitaria fu a Dublino. La mensa serviva solo patate e carne in varie varianti ma mi piaceva tantissimo lo stesso. Potei godermela però per le sole due settimane della vacanza studio. Circa un anno dopo vidi finalmente la MIA mensa della MIA università: piccola, cara, affollatissima. Esattamente il contrario delle mense che per anni avevo immaginato nella mia testa. Potrei raccontarvi che la mia scelta di frequentare un master all’estero fosse legata ad uno standard di studi migliore, a delle tasse universitarie più basse, alla sfida di studiare in una lingua non mia, ma so che in realtà la motivazione seminale che mi ha spinta a corsi di lingua, test linguistici e guerre burocratiche era semplicemente la voglia di una mensa come si deve. La mia mensa ora è grande, la più grande di tutta Berlino. È luminosa, ha tavoli di diverse forme e dimensioni. Offre di tutto, dalla carne al vegano passando per i dolci, la cucina asiatica, le zuppine. Costa pochissimo e pago sempre con una tesserina magnetica. Ma l’università tutta è popolata da piccole caffetterie e localini gestiti autonomamente da studenti. A Bologna, nella mia facoltà, non c’era neanche una stanza chiusa con un paio di sedie dove d’inverno fosse possibile mangiare un panino senza morire di freddo. E io odiavo questa cosa. La odiavo più delle lezioni frontali e dei libri da mandare a memoria. Probabilmente sono l’unica che a partire da una mensa universitaria può arrivare a fare discorsi sulla diversità dei sistemi d’istruzione, sulla considerazione degli studenti, sui sogni infranti o sulla mancanza di ambizioni a cui il nostro paese ci ha abituate.

Quando c’è il sole si mangia anche fuori dalla mensa.

Però sì, avere una mensa funzionale ha cambiato il mio rapporto con l’università. Mi fa venire voglia di andarci anche quando il mio frigo è vuoto e non solo quando devo studiare. Vado più volentieri in biblioteca sapendo che a due passi c’è una teca piena di pezzi di torta a ottanta centesimi. La mensa addolcisce la mia vita universitaria e la rende più comoda. Anche perché gli studenti tedeschi sono molto più occupati degli studenti italiani. Parliamoci chiaro: il livello è molto più basso e spesso mi è toccato sentire domande imbarazzanti (tipo un amico che fa lettere antiche mi raccontò di uno studente che, stupito, aveva chiesto se davvero l’Odissea fosse tutta scritta in esametri). Ma qui la partecipazione degli studenti è diversa: ci sono presentazioni da fare, tesine da scrivere, progetti a cui partecipare, discussioni in cui tutti devono dire qualcosa. Il pacco di fotocopie che all’inizio del semestre mi portavo appresso si è arricchito di paper scaricati per sfizio, di post-it colorati e note a margine che per una volta non riguardavano le nozioni da ripetere a pappagallo, ma cose che mi venivano in mente mentre leggevo, spunti di riflessione, idee per discussioni, post, progetti. Se ripenso alla mia vita universitaria a Bologna, e parlo solo della parte legata allo studio e non degli spritz ad un euro e dell’enorme quantità di concerti fighissimi a cui partecipavo ogni settimana, me la ricordo soffocante. La stanza da dividere con la coinquilina, la biblioteca che chiudeva alle sei, i panini mangiati in piedi alla macchinetta del caffé, piani di studi che contavano solo le pagine che dovevo leggere ogni giorno e esami che valevano solo i rispettivi crediti. Una lotta stressante per una cosa che alla fine era veramente solo un pezzo di carta (pezzo di carta che mi è arrivato due anni più tardi, dipinto a mano dai monaci di Recanati). E l’emblema di tutto questo per me rimane quella piccola e insignificante mensa.

Il Pi Bar è sui tetti della mia università.


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  1. Margherita Ferrari

    5 Settembre

    ah, le scene ambientate in mensa di girlmore girls… quanti ricordi. ci ho ripensato un sacco nel periodo in cui ero a new york e spesso pranzavo da sola…

  2. Flower Anorigami

    6 Settembre

    Capisco il tutto. Apprezzo il fatto che al mondo esistano persone che, oltre a formulare considerazioni, abbiano anche la voglia di trascriverle. Questo, per dire che hai dato voce (scritta) ai miei pensieri.
    Fortuna tua che ti trovi in quel paradiso.
    E’ l’università che ho sempre sognato anche io, fatta di discussioni appassionate – o meno, ma di base c’è sempre il confronto, ed è ciò che mi manca – e vita universitaria veramente vissuta.
    Studio lingue straniere. Od almeno, così pare, dato che le lezioni alla Cà Foscari sono tutto tranne formative.
    Prendi l’esame che dovrò dare domani (aggh): le lezioni frontali non erano altro che la lettura sistematica di fotocopie incomprensibili e non spiegate di altrettanto incomprensibili schemi mentali dello stesso lettore, ossia il CEL di Spagnolo. E così sto studiando, sistematicamente, mandando a memoria cose senza capo né coda, materiali che non ricorderò mai oltre, spero, domani.
    Non vedo l’ora di cambiare aria.
    E la mensa? Beh, la mensa, da noi, costa un occhio della testa. Hanno addirittura avuto l’idea di rendere obbligatorio l’accesso ad essa con il possesso di una tessera ulteriore, perchè il badge/carta prepagata od il codice fiscale non bastavano.
    Per cosa, poi? Cibarie tristissime.
    Dove, poi? In un luogo opprimente, triste, frenetico, grigio.
    Ho sempre preferito, dunque, un panino od un trancio di pizza preso al volo tra una lezione e l’altra, mangiato in uno dei giardini, con l’olezzo dei canali nelle narici, piuttosto.
    Finchè non sono diventata io stessa un trancio di pizza.
    Odio.
    Vivo questa “vita” intermedia tra fanciullezza ed età adultissima con un enorme senso di alienazione. Non mi appartiene.
    Auff, voglio un master all’estero!

  3. Ilaria

    6 Settembre

    Quanto mi riconosco anch’io in questo post! Anch’io guardando e leggendo film/telefilm o romanzi ambientati nei college americani sognavo queste mense o questi caffettini come parte integrante della vita universitaria, ma anch’io a Bologna non ho vissuto altro che l’esperienza che racconti tu! Credo proprio che la correlazione da te posta esista eccome.

  4. verdeanita

    6 Settembre

    Sono felice di non essere l’unica a vedere una correlazione tra le due cose, ahah.
    Tra l’altro, ecco, una delle mie piu’ grandi critiche ai vari movimenti universitari che ho visto protestare ai tempi dell”universita” era il fossilizzarsi su rivendicazioni quasi filosofiche e il non concentrarsi minimamente su questi bisogni “primari”. CioE’, va bene protestare contro le lezioni frontali, ecc, ma ho visto solo raramente occupare aule studio, chiedere una riduzione dei pasti in mensa e cose cosi… scusate la punteggiatura orribile. la tastiera serba e’ complicata da capire.

  5. Baura

    17 Settembre

    Anche alla Van di Amsterdam l’atmosfera e’come quella da te descritta, solo che i prezzi sono decisamente alti!
    Fortunatamente anche gli affezionati al packet lunch (tra cui la sottoscritta) mangiano insieme agli altri su questi tavoloni lunghissimi neri.

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