Crea sito
READING

L’abito fa il monaco: gli stereotipi di gene...

L’abito fa il monaco: gli stereotipi di genere e la moda maschile secondo Tim Edwards

Il concetto di “mascolinità” è spesso associato, o esplicato, con termini quali “virilità” o “aggressività”, motivo per il quale, quando si parla di moda maschile, c’è sempre il rischio di sembrare un po’ gay. Pensandoci bene è ridicolo, se consideriamo il progressivo diffondersi nel mercato di massa di prodotti di bellezza e cura dell’aspetto fisico, ma anche di riviste, esplicitamente ed esclusivamente concepite per un uso e consumo da parte di un pubblico maschile. Ad ogni modo, la moda maschile viene raramente analizzata o studiata quanto quella femminile, la quale, il più delle volte, viene banalmente bollata come una passione particolarmente frivola di una persona superficiale, più incline a manifestarsi in una donna piuttosto che in un uomo.
L’approccio dei più alla moda rappresenta in modo perfetto il persistere di alcuni stereotipi di genere: l’interesse per la moda da parte delle donne è più appropriato a causa dello stereotipo secondo cui le esse, funzionalmente parlando, si dedicherebbero ad attrarre individui dell’altro sesso agghindandosi.
A smontare brillantemente questo dato per scontato, è Tim Edwards, che nel suo scritto La Moda articola un’interessante analisi della storia della moda maschile, affermando che da sempre gli uomini hanno usato la moda per indicare il loro status sociale, attraverso la quantità di denaro speso per i propri abiti, e questo perché l’immagine della mascolinità vincente dipende dall’esecuzione di funzioni pubbliche. Il momento di svolta arriverebbe negli anni ’70, con l’influsso delle culture giovanili che portano anche ad un mutare di atteggiamenti verso le questioni di genere e sessualità, in seguito all’ascesa della seconda ondata femminista e alla liberazione gay.
Ma è intorno alla seconda metà degli anni ’80 che s’inizia un graduale inserimento di collezioni maschili sulle passerelle, insieme all’affermarsi di stilisti emergenti, quali Calvin Klein e Giorgio Armani; il che coincide con l’espansione di mercati di prodotti rivolti agli uomini.
Inizia a definirsi una nuova immagine di mascolinità che prende il nome di “New Man”, connotata da una forte enfasi narcisistica e da una consapevole attenzione alle politiche sessuali e al femminismo. Questo improvviso aumento d’interesse maschile per l’aspetto esteriore potrebbe essere in parte esplicato da: una crisi di mascolinità (una risposta alla seconda ondata di femminismo e alla sempre maggiore autonomia delle donne?), dal declino dei lavori manuali, da sempre considerati “da uomini”, e dal cambiamento delle definizioni di mascolinità vincente, dove l’effemminatezza ha parzialmente cessato di essere un marchio d’infamia, con il progressivo riconoscimento di una particolare tipizzazione dell’omosessualità maschilità, anche attraverso la sua rappresentazione mediatica. Di conseguenza, l’ascesa di una cultura gay, forte di un’immagine più positiva, insieme alla sempre più diffusa accettazione della cura del corpo, ha portato ad una parziale implosione del confine tra le due. Forse è questa combinazione di iniziative economiche e attitudini mutevoli nei confronti dell’aspetto maschile a spiegare pienamente il ritorno del dandismo e del narcisismo maschile.
I cambiamenti della moda e nell’aspetto degli uomini sono per lo più inseparabili dagli sviluppi della cultura dei consumi e nelle politiche sessuali e da questioni più ampie collegate alla mascolinità passata e presente.
Nell’emisfero della moda maschile, tutto gravita intorno al completo, al contempo richiamo alla sessualità, ma anche ad una pratica forma di rispettabilità, con la quale è immediatamente possibile comunicare a quale rango sociale si appartiene, poiché conferisce immediatamente a chi lo indossa le sue connotazioni di successo, maturità e danarosità. I completi possono sottolineare diversi aspetti della corporeità maschile, come le spalle larghe e il petto ampio. Questo si riscontra sia nei contesti subculturali, sia nell’universo più ampio e competitivo del lavoro, ma anche nella sessualità di cui si caricano le divise, per esempio quelle militari.
Il completo possiede, quindi, una gamma molto più ampia di funzioni e associazioni, come connotazioni romantiche (cene o appuntamenti), legate al tempo libero (l’abbigliamento sportivo), l’eleganza in genereale o in una sfera più glamour (l’iconografia hollywoodiana) o, per finire, le varianti subculturali (i teddy boys, la cultura mod). L’elemento interessante quindi non è tanto il completo in sé, quanto la sua diversificazione e massima versatilità, seguendo una logica secondo la quale la forma si adatta alla funzione: ad esempio, il taglio della giacca monopetto contemporanea deriva dal design funzionale delle giacche da equitazione; mentre lo stile a doppio petto nasce dalle giacche alla marinara ottocentesche.
Alla luce di tutto questo, si può affermare che la moda è lungi dall’essere un campo d’interesse esclusivamente femminile, e che è possibile tracciare un percorso di crescita in termini di investimento creativo da parte degli stilisti che coincide con i profondi cambiamenti storici vissuti e che continuano a manifestarsi (basti pensare all’evoluzione del femminismo dagli anni ’70 ad oggi). Come si evince dalla lettura dello scritto di Tim Edwards, anche la moda maschile può essere usata come lente attraverso cui comprendere e decostruire le rappresentazioni dei generi che si sussegono nei decenni e, anzi, quella maschile costituisce un punto d’osservazione privilegiato per studiare il legame tra forme ideali della maschilità e produzione di artefatti che la vogliono esaltare.


RELATED POST

  1. Elisa Cuter

    30 novembre

    interessantissimo!

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

By using this form you agree with the storage and handling of your data by this website.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.