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Introiezioni

«Stasera [inserire nome di locale x], vengo a prenderti alle nove, ok?»
«Si, ma ci introiettiamo?»
La conversazione di cui sopra avveniva via sms tra chi scrive e un’amica del liceo, dove, con arguta autoironia, “introiettarsi” stava per abbigliarsi in modo succinto. Quello che però ignoravamo, ma che l’espressione ancora più argutamente sottendeva, era che l’annosa questione “introiettarsi o non introiettarsi”, aveva a che fare con tutta una serie di modelli. Introiettati, appunto.

Il problema è il seguente: le donne, quelle giovani, certo non tutte ma diciamo la maggior parte di loro, o almeno una buona parte di loro, sono ormai abituate a vestirsi in modo esplicito e provocante per piacere agli uomini. Certo, forse è sempre stato così, ma ora la cosa non ci interessa e comunque il discorso non cambia, il problema rimane, perché l’uguaglianza non è un dato di fatto, ma un obiettivo morale. Il problema non è questo, comunque, il problema è che è chiaro che, mentre una donna si “introietta”, diremo per comodità, un uomo per conquistare una donna (o le donne) adotta un’altra strategia, almeno per quanto riguarda l’abbigliamento. Un uomo vestito in modo ugualmente succinto, poniamo con una canotta striminzita su muscoli scolpiti, e shorts attillati come un costumino in città, a evidenziare il pacco (nonostante muscoli e pacco possano benissimo essere parti del corpo che attraggono le donne quanto viceversa lo facciano per gli uomini tette e culo), non raccoglierebbe certo sguardi ammirati, ma probabilmente risate da parte delle donne e la qualifica universalmente lapidaria di tamarro.
O di frocio. Infatti uomini vestiti così capita di vederne, e spesso sono, appunto omosessuali. Cercano, cioè, di piacere allo stesso target per cui si vestono le donne, ossia gli uomini (stiamo sempre parlando di generalizzazioni, la ragazza-tipo e il gay-tipo, o direttamente la ragazza e il gay stereotipo, ma tant’è).

Almeno da questo fatto sembra di poter evincere che le donne non sono attratte dai propri partner meramente per il loro aspetto fisico e per il loro essere un esplicito richiamo sessuale, quanto piuttosto dal loro stile, dal loro carattere, dal loro status sociale, financo dai soldi, che non è che faccia proprio onore, ma insomma il porsi come un oggetto sessuale ha, generalmente, più presa sui maschi che sulle femmine. Sempre parlando di immaginari stereotipati, raramente le lesbiche sono attratte da femmes procaci in biancheria leziosa: il tomboy va per la maggiore, mentre tette rifatte e culi oliati rientrano di rado nelle fantasie saffiche.
Ribadisco per l’ennesima volta che le eccezioni sono grazie a dio parecchie, ma che lo stereotipo delle diverse identità sessuali che la nostra società ci conduce a crearci la dice lunga su come una società in effetti sia, sia perché in ogni stereotipo c’è probabilmente un fondo – esasperato, travisato, pretestuoso, ma effettivo – di verità, sia perché gli stereotipi ce li propinano poi sui media, influenzando la nostra mentalità e spingendoci a conformarci a questi modelli (anche chi vi si oppone, lo fa perché ne riconosce la forza omologante).

L’immaginario standard machista presuppone appunto che l’attrazione scatti di fronte a soggetti canonicamente belli e volgarmente esposti. Quello femminile presuppone altro, abbiamo detto.
Il che porta a immaginare l’incontro tra la donna tipo e l’uomo tipo uno scenario fascista standardizzato in stile bunga bunga, in cui l’uomo “cacciatore” è vestito di tutto punto, a testimoniare anche soltanto con il proprio abbigliamento il suo status e a rivelare qualcosa di sé che non si esaurisce nell’aspetto, mentre la donna o l’uomo “preda – volontaria -” che a lui si offre è semplicemente un corpo. Ribadiamo ancora che i ruoli sono una componente vitale del sesso, e che quelli stereotipati funzionano benissimo – dio li abbia in gloria! – ma qui si sta parlando di una generale influenza del modello del rapporto sessuale standard sulla società. La sottomissione della donna e il modello patriarcale che ancora traspaiono anche nella nostra società fintamente secolarizzata dal potere salvifico di Mediaset, derivano anzi proprio da questa, e sono lampanti non solo nell’uso mediatico sconsiderato e imbarazzante del corpo della donna, ma anche nella scelta di ogni adolescente che al mattino opta per una minigonna perché teme altrimenti di non interessare ai suoi compagni di classe, o in quella speculare della ragazzina che vorrebbe mettersi uno smalto e non osa perché non vuole essere etichettata come cretina o superficiale.
Per questo è molto difficile dire, per raggiungere un rapporto paritario, quale dovrebbe essere il livello su cui portare entrambi, quale cultura vada promulgata maggiormente.

Da un lato, infatti, ci sono dei segnali di cambiamento nelle classi sociali più basse: non solo la ragazzina si sente in dovere di mettersi la mini, ma il suo coetaneo si vergogna di andare al mare se non si è fatto la lampada in città (true story). Uomini e donne, ad esempio, è perfettamente paritario in questo senso: possiamo vedere che uomini palestrati e donne scosciate dedicano al loro aspetto esattamente la stessa attenzione, entrambi consapevoli che la vita è troppo breve per essere nerd e che la bellezza è un valore aggiunto, forse il più importante, qualunque siano la tua professione, le tue ambizioni, i tuoi valori.

Pretendere invece un mondo di “brutti”, o comunque di persone incuranti del proprio aspetto esteriore o attratti solo dai buoni sentimenti dell’altro, però, non è la soluzione. Farlo vorrebbe dire cedere alla retorica di “Se non ora quando”, dividere le donne in donne per bene (l’angelo del focolare/la ragazza “con le palle” impegnata in politica e che non cede a compromessi/la studentessa diligente che per racimolare due soldini e aiutare mamma e papà fa la cassiera al supermercato nonostante la laurea in giurisprudenza e che dice che “non è vero che non c’è lavoro in italia, sono i giovani che sono bamboccioni”/la donna che fa sesso malvolentieri per dovere coniugale/la donna che siccome “certe cose non le fa” è pronta a giudicare le altre/la donna che fa sesso solo per amore e condanna chi fa una scelta diversa/etc) e donne per male (le ragazze facili/le sex workers/le donne che si vestono in modo provocante/le donne che rivendicano il diritto all’autonomia nella gestione del proprio corpo).
Di fatto insomma cedere di nuovo alla dicotomia suora vs. puttana della chiesa, e negare il diritto al godimento e al mero sesso in quanto tale che da anni difendiamo come insindacabile per le donne, vorrebbe dire metterci contro le donne che affermano il loro diritto a piacere, vorrebbe dire spezzare una lancia verso chi crede che “se una si veste da zoccola, se l’è cercata”, e in fondo, meno tragicamente (forse) vorrebbe dire negarci il piacere dell’ostentare la nostra femminilità, di giocare con i nostri corpi e con quel modo immediato e creativo di esprimere se stessi che è la moda, bollare come superficiale e piegata a un sistema corrotto e sbagliato ogni persona che si interessi della cosa, e contemporaneamente anche voltare quindi le spalle a chi è vittima di un sistema dandogli la colpa della propria schiavitù.

Così non si sa cosa sia peggio, e sembra di lottare alla cieca, di combattere per costruire un mondo migliore senza avere neanche un’idea vaga di come dovrebbe essere, di a cosa dovrebbe assomigliare. Ma forse proprio qui sta il punto. Questo è l’ideale della rivoluzione permanente: non dobbiamo dare un volto all’ideale, non dobbiamo avere un piano di come dovrebbe essere il Mondo Nuovo, perché ogni utopia, imposta e normativizzata, diventa una distopia.

Noi dobbiamo solo lottare per creare uno spazio, uno spazio vuoto in cui ciascuno sia libero di scegliere se andare in giro indossando un sacco della spazzatura (suggestioni fetish a parte), un burka, un completino intimo di pizzo rosa o completamente nudo, senza che nessuno lo giudichi per questo, in cui ognuno possa immaginarsi e dare di sé l’immagine che crede, puntando come e quando vuole su quello che desidera in base a ciò che desidera ottenere in quel momento.
Il nemico sono il pensiero unico, l’idea che ci sia un modo giusto di relazionarsi all’altro, il conformismo e l’omologazione, il condizionamento del “si” impersonale (si dice, ci si veste, si scopa) che, come direbbe Heidegger ci allontana dalla nostra autenticità. Bisogna sgomberare degli spazi liberi da tutto questo, prima di tutto nelle nostre teste.


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  1. Sonomi

    6 settembre

    Dispiace che di Se non ora quando sia passata questa immagine 🙁 perchè ho seguito nel tempo parte del dibattito che c’è e c’è stato dietro, e anche se purtroppo, specialmente con la manifestazione del 13 febbraio, è emersa di più la connotazione di cui sopra, fra le persone di cui leggevo le discussioni questo bigottismo non c’era; anzi era ben presente la consapevolezza che la divisione fra donne perbene e donne permale è una trappola funzionale al patriarcato.
    Non si contesta la donnina scosciata e frivola: si contesta il fatto che in Italia venga presentata come unico modello possibile.

  2. elisa

    6 settembre

    Anch’io all’inizio ero più vicina a SNOQ, però quasi da subito si è delineato questo discorso, e la manifestazione, fomentata dal famigerato editoriale di Concita De Gregorio, ha virato decisamente in questa direzione. Dispiace anche a me, ma per fortuna ci sono gruppi che si occupano della questione da prima del caso Ruby, e che hanno elaborato delle linee teoriche un po’ più coerenti, come ad esempio il blog di Femminismo a sud. Non ha senso partecipare a un movimento che non abbia alla base una reale volontà emancipatoria.

  3. Paolo1984

    6 settembre

    ma perchè dover pensare che una donna si vesta in un certo modo solo ed esclusivamente per piacere agli uomini (o ad alcuni uomini)? Forse c’è anche quell’aspetto (non c’è nulla di male) ma non solo quello. Io mi faccio la barba prima di uscire sia perchè mi piace sia perchè così facendo ritengo di avere un aspetto più gradevole per le altre persone. Tutti cresciamo in un dato ambiente familiare, sociale, economico da cui non possiamo prescindere, e in una data cultura e crescendo decidiamo se e quanto e come adeguarci ad essa o se e quanto e come “andare contro”,ma questo non significa che le nostre scelte e preferenze siano meno nostre solo perchè ritenute maggioritarie.
    Sono d’accordo che gli stereotipi (a cui non guardo sempre e comunque come il Male) per quanto rozzi hanno dei riscontri nel reale altrimenti non si diffonderebbero e sono anche d’accordo che non è giusto estirpare l’estetica, il desiderio di piacere e piacersi, dalla nostra vita.
    Però non capisco cosa si intende per “spazio vuoto”: noi siamo animali
    sociali e culturali, nessuno di noi compie le sue scelte, maggioritarie o minoritarie che siano e qualunque siano le nostre ragioni, in “spazi vuoti”, dell’incontro-scontro con lo sguardo altrui abbiamo bisogno secondo me. Sartre diceva che “l’inferno sono gli altri” eppure non possiamo farne a meno.
    Il punto secondo me, banalmente, è questo: rispettare gli altri anche quando vestono, scopano o si atteggiano in un modo che non ci appartiene o che riteniamo “omologato” solo perchè più diffuso: nessun comportamento è a priori “meno libero” di un altro (es. chi si mette la minigonna non è necessariamente meno libera di chi non se la mette, chi non separa il sesso dai sentimenti non è necessariamente meno libero/a di chi fa scelte diverse)

  4. elisa

    6 settembre

    Concordo, Paolo, ma dire che è una questione culturale, come è chiaro che sia, non vuol dire che non ci siano culture che invitano al rispetto e alla tolleranza e altre che per tradizione, abitudine o interessi economici preferisce proporre un unico modello. Ci sono persone più o meno forti, non tutti sono in grado di decidere se andare contro o meno, e nemmeno è giusto che debbano farlo se questo vuol dire perdere il rispetto o l’affetto delle persone intorno. Sfortunata la terra che ha ancora bisogno di eroi. In una realtà in cui i media, la scuola etc invece di presentarti un modello standardizzato, ti insegnano che ci sono un sacco di modi per piacere a te stesso o a chi vuoi tu (la tua prima domanda sembra presupporre che se una donna si veste per piacere agli uomini fa qualcosa di sbagliato, ma non è affatto quello che intendevo, anzi), che vai bene come sei o che se vuoi ti puoi cambiare ma che qualunque cosa tu decida sono stracazzi tuoi, penso che nessuno sarebbe costretto a scegliere tra essere fedele a se stesso e deludere le aspettative di qualcuno o sentirsi offeso o emarginato dal giudizio degli altri (genitori, amiche/amici, fidanzato, vecchi che passano il giorno al bar sotto casa tua e si sentono in diritto di esprimere un loro parere sul tuo aspetto ogni benedetto giorno). Il punto che dici tu non è affatto banale, purtroppo, è proprio di questo che si tratta, per questo non ritengo banale o superfluo quello che ho scritto: proprio perché è una questione di cultura ha senso parlarne.

  5. D.G.

    7 settembre

    Per quanto condivida il succo dell’articolo, faccio fatica a vedere come complementari il biasimare chi mostra anche una velata attenzione al proprio aspetto—non vi sarebbe nulla di male in essa anche se implicasse indossare un sacco della spazzatura—e il “voltare quindi le spalle a chi è vittima di un sistema dandogli la colpa della propria schiavitù”. A personaggi come Todd Akin, delle minigonne, non importa nulla. Per di più non è estremamente produttivo definirla semplicemente una questione di “sistema”, se siamo ormai tutti abbastanza maturi per mettere in dito sulle vere, profonde cause del problema. Ad ogni modo, in un mondo migliore una ‘zine come SR eviterebbe di scrivere cose come “la vita è troppo breve per essere nerd” e di usare a sproposito il non del tutto neutrale appellativo “frocio”.

  6. Paolo1984

    8 settembre

    Sì, è chiaro che non tutti sono forti allo stesso modo (bisogna vedere appunto da che ambiente sociale e familiare vengono) ma anche quando decidiamo di fare qualcosa che non gradiamo solo per “accontentare” chi ci sta intorno, in realtà, abbiamo preso una decisione…come ho detto lo sguardo altrui ci sarà sempre ma se si tratta di amici, genitori e fidanzati si presume che queste persone ci amino e ci rispettino per come siamo..e sottolineo “si presume”: per fare un esempio, al tuo fidanzato dovresti piacere anche fisicamente così come sei quando vi siete innamorati, se ti chiede o peggio pretende, esige, che so, che tu ti faccia la plastica al seno, io qualche domanda su cosa prova davvero per me me la porrei.
    Quanto ai vecchietti del bar..forse la faccio troppo semplice ma dir loro di star zitti non funziona?
    Comunque quel che mi premeva era dire solo che nessun comportamento è a priori, sempre e comunque, meno “emancipato” di un altro. Comunque sono d’accordo che ci sono molti modi di piacere a se sessi/e e a chi si vuole

  7. elisa

    8 settembre

    D.G. la prima obiezione è sensata, ci rifletterò. Mi stupisce davvero invece dover preciare, che ho scritto “frocio” proprio per trasmettere anche la connotazione più meno implicitamente dispregiativa che non di rado accompagna i giudizi di chi etichetta con facilità le persone. Per precauzione avrei dovuto virgolettarlo probabilmente. Chiedo venia.

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