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I’m an ordinary guy (burning down the house)

I’m an ordinary guy (burning down the house)

Un mese fa, mentre ero impegnata nel tragico, demoralizzante, avvilente e devo ammettere a tutt’oggi non del tutto concluso trasloco dell’anno, stavo rincasando dopo aver spostato altri scatoloni dal punto a al punto b, e mi trovavo sulla 90 ( per i non milanesi: la 90/91 è quell’autobus infernale che si fa tutta la circonvallazione, un’ancora di salvezza per i non automuniti) stanca, stravolta, non truccata e con dei capelli degni di un giovane David Lynch prima che rinunciasse alla cotonatura. Mentre attendevo paziente la mia fermata, una simpatica signora a cui stavo ostruendo la via con la mia poco composta figura mi ha rivolto la parola – scusa ragazzo, mi fai passare? – e questo, questo è stato uno dei momenti di pura gioia del mio 2012.
La combinazione dei geni dei miei genitori oltre ad avermi dotata di un’impressionante quantità di capelli mi ha fornita anche di una fisionomia difficilmente equivocabile: posso anche impegnarmi, ma sembrerò sempre una ragazza. Gli zigomi sono un concetto molto vago per me e le  nonne ancora si divertono a dare il tormento alle mie guance paffute. Anche se sono secca come un’acciuga e potrei benissimo smetterla di comprare reggiseni in favore di acquisti più intelligenti, utili e sensati, è veramente difficile che io possa passare per un ragazzo. Mentirei se dicessi che questo non mi causa qualche dolore. Perché, sebbene mi ci trovi piuttosto bene ad essere una ragazza, non mi è mai importato più di tanto sembrarne una, e nonostante sia difficile che io varchi la soglia di casa senza aver messo qualche strato di rossetto, sembrare un ragazzo non mi spiacerebbe affatto. Disamina:
quando anni fa sono entrata nel ridanciano mondo delle lesbiche ed ho scoperto l’ancor più ridanciano mondo dell’androgina, ho capito che quel campo di gioco mi sarebbe stato per sempre precluso. Nulla da fare, carina. E comunque hai i fianchi un pochino più larghi del consentito.
Ouch.
Qualche anno dopo sono andata all’università e ho scoperto le teorie queer, ed allegramente ho compreso che nonostante le guance paffute e i fianchi un pochino più larghi del consentito non era importante se volevo sentirmi un ragazzo, una ragazza o nessuna delle due cose: il mio cervello non aveva alcun genere ed andava benissimo così. Pretendo, rivendico  che il mio cervello non abbia un genere, che non possa essere definito un cervello femminile perché (sicuramente) sono una persona piuttosto emotiva o un cervello maschile perché il grado di empatia che mi suscitano bambini piccini è praticamente zero. E quando sento frasi come “si, perché noi donne siamo così, dolcemente complicate, siamo più sensibili, meno pragmatiche, più empatiche e bla bla bla” vorrei solo dare un cazzotto alla mia ipotetica interlocutrice.
On the day that your mentality, decides to try to catch up with your biology
(grazie Moz che hai sempre la cosa giusta da dire). Spesso mi ritrovo ad appellarmi al maschile “effettivamente sono stato molto bravo oggi”, e la cosa non smette mai di suscitare un certo sconcerto. I pronomi hanno assunto un’accezione piuttosto vaga e anche il mio guardaroba negli ultimi anni si è arricchito di capi che potrebbero venir definiti “da uomo” e che fanno sempre storcere un pochino il naso a mia madre.
Mi sembra una cosa perfettamente sensata, la teoria genderqueer. L’ho accolta a braccia aperte con una certa dose di sollievo, ma devo ammettere che ci è voluto un pochino in più di quello che avrei gradito per arrivare a comprendere che il problema (nel caso sussista un problema) non sta nella mia percezione di ciò che può essere definito maschile o femminile.
Durante l’anno in corso ho messo la parola fine a qualsiasi dubbio potessi avere sull’orgogliosa mancanza di genere del mio cervello con la lettura di (il titolo è orrido ma vi assicuro che ne vale la pena) Maschi = Femmine. Contro i pregiudizi sulla differenza fra i sessi. Fiat lux.
Non mi sono mai percepita come una ragazza in senso stretto, perché ho sempre ritenuto che le attività da ragazze (o presunte tali) non fossero particolarmente interessanti, così come non ho mai pensato di potermi considerare un ragazzo in favore della smodata passione per i videogiochi che ebbi in età adolescenziale (ora alzi la mano chi non ha mai perso almeno un paio d’ore davanti alla Playstation. Ecco.)
Ho la fortuna di aver ricevuto, insieme ad una valanga di capelli, un’educazione assolutamente neutrale da parte dei miei genitori. Arco e frecce: check. Barbie: check. Martello con cui martellare chiodi: check. Libri di cucina: Check. Volontariamente o meno, i miei genitori non mi hanno cresciuta con tutti quegli stereotipi per cui “sei bambina e non si fa”, né mi sono sentita dire questi giochi sono “da maschio; lasciali a tuo fratello”. Per cui l’idea che certe attività siano maschili ed altre femminili, certi comportamenti possano essere considerati femminili (es. cura) mentre altri maschili (es. azione) è una cosa che mi fa veramente uscire di testa.
L’idea che debbano piacermi i bambini perché questo è scritto nel mio dna e che non possa essere abile nelle materie scientifiche per via della combinazione dei miei cromosomi è qualcosa che mi avvilisce. Il principio per cui si suppone che dinnanzi a cuccioli di gatto indifesi io debba mollare capra e cavoli mentre la controparte maschile può fumare un sigaro sul ciglio della strada in tutta tranquillità mi fa saltare in nervi. L’affermazione: Il cervello femminile è programmato in prevalenza per l’empatia. Il cervello maschile è programmato in prevalenza per la comprensione e l’elaborazione di sistemi scatena in me istinti omicidi.
Però, come ho amorevolmente imparato nelle 290 pagine di Maschi = Femmine queste affermazioni sono semplicemente aria fritta e stereotipi che vengono perpetrati un po’ per ignoranza, un po’ per comodità, un po’ perché semplicemente l’idea che non sussista nessuna natura umana prestabilita è dura a morire:
Il contesto sociale influenza chi siamo, il modo in cui pensiamo e ciò che facciamo, e questi nostri pensieri, atteggiamenti e comportamenti a loro volta diventano parte del contesto sociale. È un rapporto stretto,  ma anche una questione intricata, che rende necessario pensare ai generi in modo diverso.

Probabilmente mi ricapiterà raramente d’essere appellata con un ragazzo come quella sera sulla novanta. E per quanto desideri disperatamente che il mio aspetto esteriore sia un po’ meno così nettamente femminile per consentire a mente e biologia d’andare d’amore e d’accordo come farebbe tanto piacere a Moz, so che questa resta una mia pallida, innocua, tiepida speranza mancata.
Per cui: anche se non potrò mai, ahimè, sembrare un ragazzo tanto quanto vorrei, rivendico almeno che il mio cervello non venga, seguendo la falsariga dei peggiori stereotipi, tinto di rosa o d’azzurro in base alle decisioni che mi trovo a prendere (più o meno ottenebrata dalla confusione degli ormoni), ai vestiti che indosso, alle persone con cui mi circondo, ai pronomi che scelgo o non scelgo di usare.
Alla fine di questa lunga giornata (è stata molto lunga) vado a dormire piuttosto stanco: one day i’ll grow up, i’ll be a beautiful girl. But for today, i am a boy.

Le citazione sono prese rispettivamente da pagina 9 e pagina 17 di Maschi = Femmine.


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