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I doppi sensi incompresi: Renato Zero e il Triango...

I doppi sensi incompresi: Renato Zero e il Triangolo.

renato zero triangolo

renato zero triangolo(MARTA CORATO) C’è un’età che è un limbo – non hai ancora gusti musicali tuoi, ma non ne puoi più delle canzoni da bambini. Dopo aver archiviato le mie cassette dello Zecchino d’Oro (ancora conservate come perenni testimoni del fatto che anch’io sono stata bambina) misi le mani su un cofanetto del “meglio della musica italiana”, ovvero qualsiasi cosa da Baglioni al salame dai capelli verderame, passando per Mina e la donna cannone.
Una delle mie canzoni preferite era Triangolo di Renato Zero: già alle elementari odiavo la geometria, e il suo accanimento contro un poligono mi rassicurava e mi dava ulteriore energia quando, in preda a moti di rabbia cieca,  spezzavo in due il righello e per poco non strappavo le pagine del quaderno.
Ero una bambina precoce in tante cose, ma ad anni sette/otto non avevo idea che un triangolo potesse essere anche qualcosa di diverso da una figura a tre lati – non credevo che i bambini li portasse la cicogna soltanto perché avevo visto mia madre incinta, insomma.
Se avessi avuto Wikipedia, sarei stata turbata per un paio d’ore ma poi il significato della canzone mi sarebbe stato chiaro; ma siccome non c’era ancora il web 2.0, passavo ore a chiedermi quale fosse il problema di Renato con il triangolo, perché avesse invitato una donna a bere del whisky e in che modo fosse un problema che lei avesse portato un altro amico. Non avendo idea di cosa stesse succedendo, dividevo le frasi in punti casuali: “mentre io rischierei  di trovarmi al buio fra le braccia” mi lasciava perplessa – insomma, io ero sempre fra le braccia, erano al lato del corpo, no?
E poi continuava “lui non è il mio tipo”: il chiaro riferimento era al suo tipo di triangolo. Equilatero, isoscele, scaleno? E poi comunque, perchè ci sarebbe dovuto essere un triangolo al buio? E fra le braccia?

(VALERIA RIGHELE) Triangolo di Renato Zero è una canzone degli anni Settanta, ma io, che compaio nel mondo solo sulla fine dei successivi Ottanta, non l’ho sentita che vent’anni dopo l’uscita. Evidentemente me ne sarebbero serviti altri dieci, perché il significato profondo del testo mi è rimasto ignoto almeno fino a metà dell’adolescenza (smalizia time). Do la colpa alla melodia: è così dannatamente orecchiabile che sorvolare sul testo (ai primi ascolti) è quasi d’obbligo. È tutto un “Uhhh!” e un trionfo di xilofoni. C’è da ballare, prima di tutto. L’unica cosa che avevo capito era che il Triangolo no, non l’avev[a] considerato. Alla pari di canzoni come Teorema (Prendi una donna…) o Ricominciamo (E lasciami gridare…) o Maledetta primavera (Che fretta c’era?), quello di Zero non mi sembrava un pezzo da ascoltare con attenzione; individuato un verso interessante (“che suonava bene, se riptetuto”) io ero a posto. Beata innocenza.
Certo sarei stata curiosa di sapere lui chi era, lui cos’era, lui com’era, ma non mi pareva così importante ai fini della fruizione della canzone (se Renato avesse voluto che questi quesiti venissero sciolti, avrebbe provveduto – mi ripetevo). Mi dispiaceva, quasi, quest’antagonismo nei confronti del povero poligono. All’epoca era già tanto riuscire ad immaginare che gli adulti potessero scambiarsi effusioni altre rispetto al braccio sul fianco o alla mano nella mano; immaginare ciò che andava immaginato, era impossibile. A scuola mi capitava, disegnando triangoli, di canticchiare mentalmente il “No” di Renato, ma si trattava di ingenua emulazione. Anche il “Mollalo!” non sortiva alcun effetto epifanico su di me: ripetevo a pappagallo alcune parole della canzone ed ero felice così. Chissà quanto si divertivano con me, i grandi.

(CHIARA PUNTIL) Non ricordo come (e quando) capii a che tipo di triangolo si riferisse questa canzone, ma sicuramente mi ci è voluto un bel po’ per notare i diversi livelli di ambiguità del testo (p.e. Il suo ruolo mi spieghi qual è? o Ora spiegami dai/ l’atteggiamento che dovrò adottare possono essere interpretati sia in modo superficiale nel senso di “per quale motivo l’hai portato?” o “ora spiegami dai come dovrei reagire” sia riferirsi specificamente alla posizione attiva/passiva). Ad oggi, so solo che rido ancora, immancabilmente, ogni volta che sento la dichiarazione d’intenti: La geometria non è un reato.


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  1. ita

    24 febbraio

    Valeria Righele. Ti amo.

  2. Silvia

    24 febbraio

    Ragazze, ho riso da sola a voce alta e sono stata costretta a mettere “Il tringolo” di sottofondo per la lettura!

  3. Valeria

    24 febbraio

    <3

    (la sto riascoltando pure io)

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