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East 17 Appreciation (kinda nostalgic) Moment

East 17 Appreciation (kinda nostalgic) Moment

Sulla metà degli anni Novanta, tra un volume di Piccoli Brividi e l’altro, solevo dilettarmi nell’ascolto estatico dei dischi di mio fratello maggiore. Ai tempi, nella pila di compact disc originali presenti nella sua camera, compariva anche qualche disco della boyband inglese East17. Il gruppo, capitanato dal giovine Tony Mortimer, spopolava tra i ragazzini del nostro quartiere: ascoltarlo costituiva una vera e propria presa di posizione sulle proprie preferenze musicali. Nientemeno. Gli East 17 non erano infatti come i Take That (che di fatto erano emersi nello stesso periodo, conquistando le copertine di tutte le riviste per ragazzi di quegli anni): erano la loro nemesi, la loro versione badass e teppista. Che tu frequentassi l’ultimo anno delle elementari o le scuole medie, se ascoltavi gli East 17 eri automaticamente etichettato come un duro.
Gli East 17 non erano esattamente un gruppo di ragazzi da presentare ai genitori (specialmente quando tu hai sette anni e loro venti): portavano gli orecchini, qualcuno di loro aveva la testa rasata, e sembravano appena usciti dal riformatorio. Ma a me piacevano parecchio. In particolare ero una fan di Brian Harvey, il comandante in seconda del gruppo (quello che cantava più spesso, oltre a Tony; una sorta di Robbie Williams della situazione). Brian non era particolarmente belloccio, ma le parti che cantava erano le più orecchiabili, e di conseguenza quelle che memorizzavo più in fretta. Altri membri del gruppo erano John Hendy e Terry Coldwell. I ruoli erano distribuiti in modo molto antidemocratico all’interno del gruppo, e costoro non si occupavano di molto altro oltre i coretti e le coreografie (la dura legge della boyband). Ma John era bravissimo ad annuire stando serio e Terry aveva un sorriso simpatico. Nel complesso, funzionavano benissimo.
Erano una band apprezzabile perché in fin dei conti piacevano a maschi e femmine allo stesso modo. Credo sia l’unica popband che io e mio fratello abbiamo ascoltato insieme. Nei casi successivi (Spice Girls? Backstreet Boys?), l’alchimia era già sparita.
Il loro era un pop non convenzionale, ricco di influenze hip-hop, R&B e dance. Tony, cui si deve la formazione della band, scriveva la gran parte dei testi, inserendovi qua e là delle parti rappate, poi  bilanciate dalla vocina di Brian. Ora possono sembrare dei tamarri, ma ai tempi avevano davvero senso.

Da sinistra: Brian, Tony, John e Terry.

 

Ma dicevamo, ragazzacci. Allora non me ne rendevo conto; ascoltavo i loro dischi senza capire i testi (in fin dei conti avevo appena iniziato a studiare inglese), ma vero è che accanto a canzoni sulle relazioni che finiscono (p.e. “Stay another day”) e sul bisogno di sentirsi amati (p.e. “Someone to love”), comparivano anche pezzi piuttosto espliciti e ammiccanti. “Steam”, per dirne uno. Singolo di punta dell’album omonimo uscito nel 1994, “Steam” parla d’incontri di corpi e si conclude con il verso emblematico

outside it’s raining but inside is wet

che, per come è pronunciato, alle mie orecchie risultava semplicemente

azarisweri, barinzari zue

(traducibile con: beata innocenza). Ma la fama degli E17 non poteva vivere solo di corpi sudati e cuori spezzati, nel loro repertorio spuntano infatti anche brani più impegnati come “Let it rain” e mantra ingentiliti come “It’s alright”.

La carriera dei quattro di Walthamstow (nordest di Londra) è durata, ahinoi, pochi anni: dal loro esordio nel 1993 al 1997, l’anno in cui Brian disse in un’intervista radiofonica che l’ecstasy non faceva male, bensì poteva renderti una better person. Fu uno scandalo. Messo alle strette in modalità Morgan, Brian fu costretto a lasciare la band e dì a poco lo seguì anche Tony. Gli altri provarono a proseguire la loro strada rimanendo insieme e tenendo il nome del gruppo, ma ormai lo zoccolo duro della band era andato. In tempi recenti hanno tentato una reunion, come i rivali Take That, ma con risultati decisamente inferiori. I quattro non hanno più suonato insieme e ora che Tony è tornato (2010) sono rimasti solo in tre a portare avanti il nome East 17.
È la triste sorte delle popband: si rimane sulla china per pochi anni e poi ci si scioglie come neve al sole. C’è sempre qualcuno che tenta la carriera solista, o qualcuno che necessita di riabilitazione; qualcuno che ruba la fidanzata all’altro, o qualcuno che dice la cosa sbagliata. Per loro è andata così, e ora che sono invecchiati e diventati più seri non piacciono più (io stessa ricordo bene di aver tolto il poster dalla cameretta in seguito alla dipartita di Brian; da lì i miei interessi musicali sono cambiati molto). Ma l’appreciation moment serve anche per riaprire vecchi cassetti e ricordare i bei tempi andati. Ho amaramente constatato che pochi miei coetanei si ricordano di loro, perciò credo sia il momento di sparare a tutto volume un paio di loro pezzi e mettersi a ballare.

 

“House of Love” (o: gioventù spensierata ft. cuteness di Tony)

“Let It Rain”, dove si intravede la Battersea Power Station, fabbrica londinese nota per la copertina di Animals dei Pink Floyd.

“Someone to love” (o: il romanticismo schitarrato)

“Steam”, ovvero il pezzo incriminato (al minuto 3:19 il verso misterioso)

“Thunder”, che di certo avrete sentito almeno una volta nella vostra vita.
Era nell’album Up All Night, quello con la copertina olografica (l’immagine cambiava se muovevi la custodia avanti e indietro).

Per chiudere “West end girls”, cover dei Pet Shop Boys.


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