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Di quando enormi uomini pelosi scappano alla vista...

Di quando enormi uomini pelosi scappano alla vista di un rossetto fucsia.

“It’s fascinating, really: femininity is depicted as weakness, the sapping of strength, yet masculinity is so fragile that apparently even the slightest brush with the feminine destroys it.” Gwen Sharp

Cominciamo immaginando una casa, una di quelle un po’ stantie, con la carta da parati ingiallita e dai bordi arricciati. Non è carta da parati normale: sono pagine di libri, incollate una dopo l’altra fino a tappezzare ogni singolo muro. Ad un’occhiata attenta notiamo che non si tratta di testi qualsiasi. Non sono frammenti di romanzi o poesie. Ciascuna pagina appartiene ad un genere ben definito e il tema è lo stesso per tutte.
I muri della casa sono tappezzati con testi antropologici dedicati alla segregazione fisica di donne gravide, partorienti o mestruate fuori dal loro villaggio. Ora, chiediamoci, quanto grande è la casa che sui propri muri espone l’intera produzione antropologica sull’argomento?

Chilometri di pagine sono stati stesi sul tema della contaminazione, e molti di essi descrivono scenari marchiati da confini più o meno simbolici tra uomini e donne. Ad una prima occhiata, viene spontaneo focalizzarsi sullo squilibrio di potere visibile laddove gruppi di uomini hanno la possibilità di definire spazi separati per genere. Pensiamo ai golf club per soli uomini, ad esempio, che oltre ad essere luoghi imbevuti di privilegio, sono anche spazi sempre più spesso oggetto di contese, nel momento in cui donne divenute parte di un’élite chiedono di averne accesso. Di frequente le giustificazioni volte a spiegare tale trattamento differenziato seguono la retorica del “noi ragazzi abbiamo bisogno di spazio per poter dar sfogo alla nostra natura virile”. E’ una linea argomentativa che abbiamo sentito tante volte e che non passa mai di moda. Ma quali sono gli assunti impliciti sui quali si regge?
Il primo è quello di una differenza “naturale” nelle caratteristiche di uomini e donne; generalmente i primi sono pensati come razionali, impavidi, forti e competenti, mentre le seconde divengono veicolo di irrazionalità, frivolezza, grazia e tenerezza. Il secondo implicito, che si regge sul primo, rivela la possibilità che “l’essenza maschile” sia contaminata dal contatto con tracce di femminilità, e impone dunque la costituzione di spazi separati in cui gli uomini possano confermarsi reciprocamente come tali. Un esempio storico interessante è quello della fondazione, nel 1910, dei Boy Scouts of America, un’associazione che aveva, tra gli altri, anche l’intento di contrastare la supposta femminilizzazione della società americana, spingendo i bambini maschi a passare del tempo tra di loro svolgendo attività “virili e fortificanti”.

Tracce dell’inconsapevole paura da contaminazione da parte “del femminile” sono visibili in continuazione un po’ ovunque; basta avere occhi per vederle. Un esempio classico è quello dei bambini maschi che dichiarano di schifare il colore rosa, o quello di ragazzi e uomini che fuggono urlando quando chiediamo loro di farsi mettere il rossetto o lo smalto. La domanda da mille punti è infatti: “Cosa c’è di così terrificante in un rossetto o un quaderno rosa?”. “Sono da femmine”, vi risponderanno in molti.

Una volta preso atto di questa dinamica onnipresente, viene da chiedersi dove stia, sul piano simbolico, la solidità rocciosa della maschilità, se basta davvero solo una mano di rossetto, un gesto vezzoso o un paio di calzini rosa per distruggerla. Questo mese partiamo da tale riflessione per fare ciò che facciamo quasi ogni giorno, ovvero parlare di stereotipi di genere e, per contrasto, della complessità che in essi si perde. Dato che siamo dell’idea che sia fondamentale portare avanti una riflessione che non riguardi solo le donne, ma tutte le persone che si trovano ad abitare la nostra società, novembre sarà dedicato alle aspettative sociali sugli uomini, ma anche ad una riflessione critica sulla dicotomia maschile-femminile. Infine, non ci lasceremo sfuggire l’occasione per parlare di tutto ciò che tale dicotomia non considera, come mascolinità non eteronormativa, genderqueer, genderfuck, ecc.

Ovviamente la mascotte del mese è Ed Wood con il suo golfino d’angora.

Fonti:
Hantover, J. P., 1978. “The Boy Scouts and the Validation of Masculinity”. Journal of Social Issues 34(1): 184-195.
Martin K., 1998. “Becoming a Gendered Boy: Practices of Preschools”. American Sociological Review 63(4): 494-511.


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  1. elisa

    5 novembre

    Perfetto, sul serio.

  2. Bianca Bonollo

    5 novembre

    Bellissimo post! Pensa che qualche giorno fa ero in un gruppetto di uomini, i quali raccontavano con soddisfazione aneddoti scatologici. Per dare un’idea: gente che si caga addosso alle feste, persone ricoperte di merda a seguito di scherzi, e via così… non andavano troppo per il sottile, ecco! A turno, gli altri ascoltavano con un sorrisetto soddisfatto. Poi ho preso la parola io, e ho raccontato una storiella sul tema, anche piuttosto “soft” rispetto alle loro, solo che la mia riguardava le mestruazioni… tutti hanno fatto delle smorfie e si sono ritratti disgustati, dicendo “bleeeeeh che schifooo!” …che molti uomini abbiano un problema con tutto ciò che è femminile, è indubbio.

  3. Nicolò

    5 novembre

    E’ un tema bellissimo che sta anche a me molto a cuore. Non vedo l’ora di leggervi! 😉

  4. Erica

    8 novembre

    Ho appena letto questo, da una raccolta di saggi di Jung sull’Oriente, e mi è venuta voglia di condividerlo qui con voi.

    L’abito da sera europeo è uno dei più evidenti sintomi della nostra morbosità sessuale: è un misto di impudicizia, esibizionismo, provocazione impotente, e un ridicolo tentativo di rendere il rapporto fra i sessi facile e a buon mercato. Eppure ognuno è, o dovrebbe essere, profondamente consapevole del fatto che il segreto dell’attrazione sessuale non è né facile né a buon mercato, ma è uno dei demoni che nessuna “educazione scientifica” ha mai dominato. Da noi la moda femminile è perlopiù inventata dagli uomini: è facile intuirne il risultato. Dopo aver esaurito tutti i mezzi per ottenere, con l’aiuto di corsetti e imbottiture, l’aspetto di un animale da riproduzione, essi cercano ora di creare l’ermafrodito adolescente, un corpo atletico, semimascolino […] Con l’istruzione nelle scuole miste ci si sforza di stabilire l’uguaglianza fra i sessi, invece di sottolinearne le differenze. Ma lo spettacolo peggiore è certo quello delle donne in calzoni, che tanto si pavoneggiano! Mi sono spesso chiesto se sapevano di apparire così brutte. Di solito si trattava di donne dall’aria borghese, tranquilla, tutt’altro che raffinate, ma solo colpite dall’attuale smania di androginia. E’ una triste verità, ma la donna europea, e particolarmente il suo modo sbagliato di vestirsi, non ci guadagna in nulla a esser comparata alla dignità e all’eleganza della donna indiana e al suo costume. Anche le grasse hanno probabilità di successo in India; da noi possono al massimo aspirare a morir di fame.

    C.G. Jung, 1939

  5. Luna

    9 novembre

    brava,
    grazie.

  6. Luca B.

    9 novembre

    Magnifica la citazione di Jung.
    A Bianca volevo dire che quando si tratta di mestruazioni e cose intime femminili, anche molte donne hanno problemi a parlarne. Sono tutte le persone, piuttosto, che hanno problemi con tutto ciò che è femminile, proprio perché la “norma” è l’uomo, quindi ciò che viene definito maschile. Sennò come spieghiamo il fatto che le mie compagne di corso hanno lo schifo a parlare di mestruazioni fra di loro, tutte donne? Mentre so benissimo che se esco con i miei amici “maschi”, non basteranno le dita di due mani per contare le menzioni del pene…

  7. Paolo1984

    13 novembre

    devo essere un maschio atipico dato che non fuggo quando si parla di mestruazioni e quando ho fatto l’attore teatrale (sia pure a livello amatoriale) mi sono messo fondotinta, contorno occhi e una volta, come richiedeva la scena, pure il rossetto senza alcun problema.

  8. Bianca Bonollo

    15 novembre

    Hai ragione Luca B, non ho mai detto il contrario 😉

  9. […] di New York. Lì ho avuto occasione di cominciare a ragionare sul concetto di maschilità fragile, di cui ho già scritto, e di raccogliere una lunga serie di spunti che, dal mio modesto punto di vista, potevano diventare […]

  10. Onorio

    12 dicembre

    Pecccato ai pochi post maschili la maggior parte dei quali noto essere più inclini alle tendenze femminili che a quelle maaschili, e sto parlando in modo particolare di Paolo1984 che è più bramoso di mettere in evidenza la sua parte femminile piuttosto che difendere o giustificare la sua mascolinità a spada tratta.
    L’argomento in se crea una certa morbosità, tipica del “virilismo” che è fondamentalmente solo esibizionismo.
    Parlare del proprio pene, o di quello dell’amico attrae l’attenzione sull’organo che vorremmo esibire, un pò per fierezza e orgoglio, dimostrando quanto siamo sicuri di noi stessi.
    In realtà non è che lo siamo così tanto, anzi, ne parliamo, ci esibiamo fra noi, proprio perchè quella sicurezza che pensiamo di possedere su noi stessi, la possediamo realmente solo quando abbiamo la prova tangibile che il nostro membro è più grosso (in senso metafisico) di quello dell’amico o conoscente.
    Ecco perchè abbiamo bisogno di luoghi in cui condividere solo cose nostre, perchè è impossibile confrontarsi con chi non possiede lo strumento idoneo al confronto.

  11. […] che un bambino abbia la tendenza a rifuggire il colore rosa, a volersene tenere a distanza, pena la contaminazione. Sono dinamiche di cui si è già scritto diverse volte su queste pagine. Ma c’è […]

  12. […] tutto ciò io vedo traccia di meccanismi di cui ho già scritto in altre occasioni, come quello di contaminazione del “maschile” da parte del “femminile”, e del riflesso che essa ha nei livelli di prestigio di un certo gruppo professionale nel momento […]

  13. […] stesso trattamento sacralizzante riservato a quello delle donne. Senza madonne non ci sono puttane. La coppia puro/impuro, nella quale molti antropologi hanno trovato il grado zero della mentalità religiosa, lavora […]

  14. […] stesso trattamento sacralizzante riservato a quello delle donne. Senza madonne non ci sono puttane. La coppia puro/impuro, nella quale molti antropologi hanno trovato il grado zero della mentalità religiosa, lavora […]

  15. […] delle personalità delle ragazze, ma anche quelle dei ragazzi, come se ci fosse una sorta di legge naturale che impedisca loro di essere “dolci” come noi […]

  16. […] tutto ciò io vedo traccia di meccanismi di cui ho già scritto in altre occasioni, come quello di contaminazione del “maschile” da parte del “femminile”, e del riflesso che essa ha nei livelli di prestigio di un certo gruppo professionale nel momento […]

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