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Dello sbattersi: verbo riflessivo con annesso movi...

Dello sbattersi: verbo riflessivo con annesso movimento di polsi. Cronache di una vita spesa viaggiando

Chi di voi ha letto il mio profilo qui su Soft Revolution (per chi non l’ha letto: non vi biasimo) avrà notato che a diciassette anni mi sono “rifugiata ad Hong Kong”. Nel caso in cui ve lo steste chiedendo, il motivo è semplice: ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di trascorrervi due anni, completando le superiori lì. Per ottenerla, ho dovuto inviare una richiesta scritta (personal statement, voti dell’anno precedente, referenze di un docente e via dicendo) e superare due selezioni, la prima a livello regionale, la seconda a livello nazionale. Fino a qui nessun problema, ossia, non è stata proprio una passeggiata ma perlomeno le cose dipendevano principalmente da me. Dopo essermi diplomata, mi sono trasferita in Inghilterra, prima a Bristol e poi a Londra, dove vivo tuttora.

Quando ho saputo di essere stata accettata ad HK, è iniziato un periodo di scartoffie, burocrazia e tensioni tale che ancor oggi ringrazio Dio o chi per lui/lei se non sono venuta alle mani con:
a)il resto della famiglia,
b) individui come la segretaria del mio liceo o un certo impiegato della posta, gente il cui livello di efficienza
è inversamente proporzionale alla loro ottusità.
Per chi fosse interessato, posso citare stralci di conversazione da cui si evince tale proporzione (purtroppo, ve lo dico fin d’ora,
è svantaggiosa).

Ad Hong Kong ho dovuto adattarmi a molte cose: al metodo di studio diverso, alle lezioni in inglese, a condividere quasi ogni momento della giornata con un sacco di persone dalle abitudini e dal background culturale molto diversi dai miei, a dividere la stanza con altre tre persone (io che sono figlia unica e avevo la casa intera a mia disposizione per pomeriggi interi!), a gestire i momenti di tristezza e di malinconia, quando tutto ciò che vorresti (la famiglia, la tua stanza, le tue amiche, il bar dove andavi ogni sabato sera) sono a due giorni di viaggio da te. Ma questi sono solo i momenti difficili, e il fatto che fossimo tutti nella stessa situazione, lontani da casa e alle prese con una cultura totalmente diversa, li ha resi molto più tollerabili, quasi dei riti di passaggio necessari a questa esperienza. Non è stato sempre facile, ma ne è sempre valsa la pena.

Anche in UK ci sono stati problemi prima della partenza: in questo caso, l’Accomodation Office inglese ha aspettato il 15 di agosto per dirmi che sì, avevo diritto ad un posto nelle halls of residence dell’università e darmi l’indirizzo della mia nuova “casa”. Il corso iniziava il primo settembre, quindi vi lascio immaginare il panico, le paranoie, gli svariati “Arriverò in Inghilterra e dovrò dormire sotto un ponte o per stradaaaaaa!”(sono una tipa positiva), le innumerevoli telefonate agli uffici universitari mezzi chiusi per ferie, i messaggi in segreteria, le e-mail, le tonnellate di consigli e commenti a fin di bene che però sono solo riusciti ad innervosirmi.

Una volta arrivata, ero spavaldamente convinta che sarebbe andato tutto bene e non avrei avuto problemi, perché ero ormai abituata a vivere fuori casa. Invece, è stato molto più difficile, perché i miei compagni di corso, quasi tutti inglesi, non si sono dimostrati particolarmente comprensivi con me durante i miei tentativi di capire “come funziona” l’Inghilterra, e quindi mi sono ritrovata sola, in un paese straniero e a volte davvero inospitale, a cercare di superare il mio shock culturale senza che ci fosse nessuno a dirmi “Ci sono passato anch’io, è una cosa normale”. Al momento sembrava una tragedia, ma pensandoci adesso, sono contenta che sia successo. Ho imparato a stare da sola, e starci bene. 

A Londra, per fortuna, mi sono trovata molto meglio con i miei compagni di corso. Ho avuto dei problemi all’università (nello specifico, una tutor con cui il dialogo era impossibile) e con l’alloggio: traslochi, coinquilini da film horror o da denuncia, una casa insicura e non a norma, uno sfratto (non per colpa mia), litigi… sono cose che succedono. Nonostante tutto, sono sopravvissuta e sono ancora qui, dopo quasi cinque anni.

Come è comprensibile, mi vengono rivolte molte domande riguardo le mie esperienze all’estero. Alcuni si complimentano con me per il mio coraggio; a mio avviso il coraggio vero è quello di chi parte controvoglia e perché non ha altra scelta, non di chi vuole assolutamente qualcosa e va a raggiungerlo. È ovvio che non sempre le cose sono come le si immaginano, ma questo è un altro discorso. In ogni caso, li ringrazio. Il commento che invece mi ha sempre fatto infuriare è “Quindi hai studiato prima a Hong Kong e poi a Londra? Eh, quando si è fortunati…” Essendo una persona molto polemica e ben poco diplomatica, ho sempre evitato di rispondere come avrei voluto per non provocare una discussione, ma vi giuro che questa cosa della “fortuna” mi ha sempre dato fastidio.

Non v’è dubbio che io sia stata per certi versi fortunata: la mia famiglia mi ha sempre incoraggiata e sostenuta, sia moralmente che economicamente, dandomi fiducia e permettendomi di andarmene dall’altra parte del mondo a 17 anni (non è così scontato). Ho avuto fortuna perché ho avuto le occasioni giuste al momento giusto. Ho avuto fortuna perché, durante i colloqui e le selezioni, ho trovato persone sulla mia stessa lunghezza d’onda, perché mi sono state fatte le domande “giuste”, perché sono riuscita ad emergere per come ero, ed apparentemente la mia personalità e le mie capacità sono state ritenute adatte sia alla scuola che alle università a cui volevo accedere. In questo senso sì, sono stata fortunata. Ma senza voler peccare di presunzione, non credo che sia stata sempre e solo fortuna, ma anche di impegno ed in certi casi di perseveranza.

Negli aneddoti descritti sopra, ho volutamente tralasciato tutte le cose positive che mi sono successe, scegliendo invece di concentrarmi su tutti i disguidi che sono emersi come conseguenze dirette del mio voler studiare all’estero. Se, sfortunatamente, non fossi stata selezionata, mi sarei indubbiamente risparmiata un sacco di seccature. Ho anche evitato di includere i problemi personali seri, le crisi e le delusioni, perché colpiscono indiscriminatamente, senza badare a dove ci si trovi.

Durante gli anni in cui sono stata lontana, mi sono ritrovata a volte a chiedermi se ne valesse o meno la pena. Nei momenti di sconforto e di solitudine, mi è capitato di pensare (molte più volte di quanto sia disposta ad ammettere) che forse sarebbe stato più facile lasciar stare tutto e tornarmene a casa. Ci ho pensato, ma non l’ho mai fatto. Mi sarebbe sembrata una resa, e io non volevo arrendermi: lo consideravo un fallimento. Non volevo lasciare le cose a metà. Non volevo dare soddisfazione a coloro che sarebbero stati felici di sapere che le cose non avevano funzionato. Anche quando mi sono trovata in quelle che sembravano serie difficoltà, non mi sono mai sentita talmente male da dire “Non sopporto più questa situazione, va tutto talmente male che è meglio se ci rinuncio e torno a casa”. Con questo non voglio dire che chi torna a casa si arrende facilmente, o è un fallito: non mi permetterei mai di giudicare le scelte degli altri. Ognuno ha i suoi livelli di tolleranza, un personale limite di sopportazione: per me sarebbe stato molto più difficile tornare indietro ed ammettere la “sconfitta” che continuare ad andare avanti, stringendo i denti. Mi rendo conto che, a dirlo così, questo atteggiamento possa apparire incosciente, arrogante o testardo, ma credo che, semplicemente, non mi sia mai successo niente di così intollerabile da farmi vedere il ritorno a casa come l’unica soluzione possibile. Anche da questo punto di vista, se fossi stata a casa mia il problema non si sarebbe posto.

Non dico che la fortuna non esista, ma mi sono sempre rifiutata di pensare che tutto dipenda dalla divina provvidenza, dal fato, da un disegno già tracciato e più grande di noi. Preferisco invece credere che siano necessari la determinazione, l’interesse, l’impegno, lo sbattersi- che sia necessario il coinvolgimento di una persona, la sua voglia di riuscire – e che sia questo impegno ad essere riconosciuto e premiato, non “la fortuna”. È innegabile che ci siano un sacco di persone che lavorano duramente, che si impegnano, che rischiano e si mettono in gioco ma che purtroppo non ottengono risultati, ma parlando più in generale, trovo sia troppo facile cedere alla tentazione di liquidare i propri insuccessi, o i successi altrui, come fortuiti colpi di s/fortuna, confondendo la buona sorte con l’impegno e il merito. La fortuna esiste, ma da sola non basta. Non è possibile andare avanti solo e soltanto a colpi di fortuna, senza un minimo di impegno, di costanza e di passione. Se qualcuno preferisce pensare altrimenti, la soluzione è semplice:basta che si affidi totalmente alla fortuna, e lei provvederà a tutto. Non si lamenti, però, se poi i risultati non sono quelli sperati. Sarebbe una vera sfortuna, non trovate?


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