La scelta delle letture estive, si sa, risulta spesso difficile perché si tende a voler conciliare il bisogno di leggerezza che le torride giornate estive impongono, con l’urgenza di non sprecare il mitologico “tempo libero” in letture che non siano di un certo spessore. Ecco delle valide alternative all’insostenibile leggerezza di Candace Bushnell o alle riflessioni esistenzialiste di Simone de Beauvoir per impiegare il prezioso tempo estivo in letture agili ma soddisfacenti, consigliate dalle ragazze della redazione.

Denti Bianchi (Zadie Smith)
C’è una Londra che conosciamo tutti: quella della famiglia reale, del Big Ben, della Union Jack, dei Beatles e del the delle cinque. E poi c’è un’altra Londra, una Londra sconosciuta, diversa, fatta di macellerie halal e di parrucchiere afro, di testimoni di Geova che bussano alla tua porta e di centri islamici, di attivismo animalista e di vecchi inglesi che ti urlano di tornartene da dove sei venuto. È in questa Londra che Archie Jones scampa per poco il suicidio; è qui che vive con la sua famiglia, poco lontano dal suo amico ed ex- commilitone Samad Iqbal. Attraverso i loro occhi e quelli dei loro figli, Zadie Smith scrive della Londra in cui è cresciuta, una realtà post-coloniale fatta di codici, esclusioni e stereotipi a cui ci si può adattare o ribellare.
Denti Bianchi non è uno di quei libri spensierati che si legge e si dimentica, ma io mi sento di consigliarvelo per la sua disarmante sincerità nel descrivere quella Londra delle zone 2 e 3 e 4 della metro, quella che é riuscita ad emergere (anche se per poco) durante le rivolte dell’estate scorsa, quella che é stata subito spazzata via per fare posto al Giubileo, alle Olimpiadi, alla Londra ufficiale. (Chiara Puntil)

Il Dottor Živago (Borìs Pasternàk)
Se siete un minimo abituati ai romanzoni russi, questo libro vi piacerà, altrimenti potrebbe risultare un po’ indigesto. Per darvi un’idea del perché, vi dirò che all’inizio del libro c’è una lista dei personaggi con una breve descrizione: vi troverete a consultarla febbrilmente, colti da capogiro tra i vari Aleksàndr Andrèevič, Andrej Aleksàndrovič e Nikolài Nikolàevič. La trama, composta da varie vite intrecciate sullo sfondo della rivoluzione russa, si dipana piano piano, grazie a molteplici punti di vista. Nel frattempo il lettore si trova ad immaginare un romanzo parallelo, in cui la guerra e la rivoluzione non arrivano, come invece accade, a sconvolgere il corso naturale della vita dei personaggi, come sassi in uno stagno.
Tutto questo è molto avvincente ma anche un po’ confusionario, tuttavia se siete disposti a prestare un po’ di attenzione questo libro vi farà dimenticare la fermata del treno a cui dovete scendere e vi regalerà intense emozioni. (Bianca Bonollo)

Autobiografia erotica di Aristide Gambìa (Domenico Starnone)
Il contenuto di questo romanzo è chiaro fin dal titolo: tutta la narrazione ruota attorno alla biografia erotica del personaggio di Aristide Gambìa, un anziano esperto d’editoria originario di Napoli. Pur trattandosi di un’opera molto grafica, che di certo non presterei a mia nonna, essa mi ha stupita per la sua raffinatezza. Il principale pregio del romanzo sta nel modo in cui Starnone usa il racconto dei desideri e delle molteplici scopate di Gambìa per narrare della trasformazione culturale che ha investito l’Italia dal dopoguerra in poi, con particolare attenzione ai tardi anni ’60 e ai primi ’70, ovvero il periodo in cui il protagonista ha poco più di trent’anni ed è in corso la cosiddetta rivoluzione sessuale. Un altro motivo per cui consiglio questo libro è l’attenzione che Starnone rivolge alla sessualità femminile. Anche se buona parte della storia è narrata da una prospettiva maschile, mano a mano che si segue la maturazione e la degenerazione di Gambìa, nei suoi racconti trovano spazio attenti resoconti dei gusti e delle abitudini delle sue partner, oltre che delle belle analisi psicologiche di tali personaggi e del tempo in cui vivono. In tal senso, mi è parso un romanzo molto realistico, in cui i personaggi femminili sono molteplici e davvero ben scritti.
Infine, ho trovato splendido l’uso che Starnone fa del dialetto. A tal proposito vi segnalo un ottimo articolo di Michela Murgia. (Margherita Ferrari)

A game of thrones (George R.R. Martin)
Avete presente il mattone infinibile che posticipate e posticipate come io posticipo di cinque minuti la sveglia la mattina? Ecco, la mia proposta per quest’estate è che voi togliate da questa sfortunata lista A game of thrones. Se riuscite a passare attraverso i capitoli narrati da Ned Stark, pace all’anima sua, scoprirete che di mallopone noioso e ammuffito la saga di Martin non ha niente. È incalzante, avventurosa, seducente, piena di personaggi che lasciano una traccia sul cuore (come Arya Stark e Daenerys Targaryen). Se avete visto la serie tv (e se non l’avete vista, guardatela), sappiate che i libri contengono un pò meno sesso, ma i personaggi in generale sono meglio caratterizzate (avete presente Davos della serie tv? Avete presente che anche solo a guardarlo vi annoiate? Ecco, dimenticatelo, il Davos di Martin è un figo). I personaggi femminili sono adorabili e nel senso che quasi tutte sono delle guerriere: nonostante la maggior parte facciano parte della nobiltà dei Sette Regni e che quindi le loro esperienze di guerra e battaglie siano limitatissime, ogni volta che c’è da tirare fuori le unghie, Martin non si fa problemi a farle lottare e resistere in tutti i modi. Anche Sansa Stark, all’inizio interessata solo alle canzoni e al cucito, una volta che si ritrova prigioniera, mostra una tempra da combattente. È questa la cosa interessante di questa saga: la violenza e l’ambientazione fantasy potrebbero far pensare “Ah, ancora un mattone per fan sfegatati dei fantasy mallopposi”, ma in realtà, fidatevi, arrivati al secondo volume non riuscirete più a staccarvi.

P.S. Io li ho letti in francese, tuttavia ho sentito che la traduzione italiana (Mondadori) è riuscita a raggiungere un nuovo livello di obbrobri grammaticali e linguistici in generale. Il mio consiglio è quindi di andare a cercarveli su Amazon, risparmiare 40 euro e leggerveli in inglese. Unite l’utile al dilettevole! (Silvia Lanotte)

Il tempo è un bastardo (Jennifer Egan)
Premio Pulitzer, caso editoriale, titolo di punta di un’intera stagione di dibattiti su blog letterari, paragoni illustri come se piovesse, addirittura Steinbeck e Wallace scomodati e insomma che ve lo dico a fare. L’autrice statunitense, in occasione di un mini-tour in Italia per incontrare pubblico e critica estasiati, ha ammesso durante un reading al Teatro Parenti di Milano (a cui ho veduto bene di non mancare vista la possibilità, concretizzata, di avere una copia firmata da un Pulitzer. Per caso ho già menzionato il Pulitzer?) che la struttura così particolare del romanzo, una serie di racconti-capitoli narrati di volta in volta dal punto di vista di personaggi diversamente correlati tra loro, è stato un mero caso. Egan si trovava schiacciata nella stesura di un romanzo che non la soddisfaceva, per cui si è ritrovata a sfogarsi su questo strambo progetto senza capo né coda, ma che ha finito per raggiungere un risultato che ha dello straordinario.
A dispetto di quanto si possa aspettare da questa premessa, la lettura è scorrevole e magnetica, la complicatissima impalcatura narrativa è sorretta da uno stile leggero ma fermo, come in una prova di acrobazie circensi. Si passa con maestria tra molteplici voci narranti, a cavallo di epoche e luoghi, in un intricato intreccio che si dipana con una facilità sorprendente mano mano che si procede nella lettura. Non a caso la definizione di “saga umanistica magistralmente travestita da ironico pastiche postmoderno” della seconda di copertina, centra sinteticamente tutte le peculiarità di questo romanzo.
La traduzione del titolo, come di consueto stravolta dall’originale A visit from the Goon Squad, ha quantomeno il pregio di inquadrare il filo rosso che lega i mille livelli temporali su cui si muove, oltre a conferire notevole impatto. È infatti il tempo l’unico vero protagonista, accompagnato da quel “senso spietato di un non ritorno” che ti rimane impigliato addosso anche a romanzo terminato. L’opera di Egan non delude le – immense – aspettative mediatiche e il miracolo si è così potuto compiere. (Veronica Tosetti)

In stato di ebbrezza (James Franco)
È difficile leggere questo libro senza pensare che è stato scritto da James “Daniel Desario” “Harry Osborn” “Allen Ginsberg” Franco (io stessa, ammetto di aver puntato il volume in libreria proprio per via di certo fanatismo relativo all’autore). La curiosità obbligata viene però subito ripagata dalla sfogliata preventiva delle prime pagine dove, oltre ad una magnifica citazione proustiana relativa all’adolescenza, si trovano accennati alcuni degli elementi portanti dell’intera opera: passaggio dalla scuola media al liceo, genitori ologramma, patenti di guida, festini, confusi approcci corporei, rabbia e solitudine. Privo di qualsiasi patina di pretenziosità (purtroppo tipica di taluni libri scritti da autori non più adolescenti che volgono uno sguardo al passato), il libro di James Franco ambientato nella Palo Alto (California) degli anni Novanta si legge in fretta e ogni capitolo/episodio fa ripensare alla propria adolescenza e ai modi in cui si gestivano le prime turbe amorose, le prime inimicizie scolastiche e le prime avvisaglie di maldivivere. In un certo senso, quindi, una lettura che costringe a fare i conti col proprio passato e le proprie “prime volte”. (Valeria Righele)

Sono una ragazza meravigliosa (Elizabeth Wurtzel)
Manuale di sopravvivenza per giovani donne – incazzate o meno – The Bitch Rules di Elizabeth Wurtzel è un libro che tutte le post-femministe dovrebbero leggere, non necessariamente apprezzandolo, almeno una volta nella loro vita. L’autrice viene ricordata soprattutto per il libro diventato cult Prozac Nation – La felicità difficile, romanzo autobiografico del 1994 sulla sua esperienza con la depressione e gli antidepressivi, fino all’arrivo salvifico del succitato farmaco, di cui il libro finisce per diventare una sorta di apologia generazionale. La vicenda di Wurtzel si barcamena tra abuso di droghe e sesso come risposta al vuoto esistenziale, ma sebbene da queste premesse l’autrice potrebbe apparire come una furbetta in cerca di fama e gloria utilizzando storie dai risvolti scabrosi, si tratta di una delle voci più significative di quel decennio. Di origini ebree e laureata a Harvard, vince il premio Rolling Stone per l’attività giornalistica e lavora come critico musicale presso prestigiose testate, viene definita “la Courtney Love della letteratura”, nel bene e nel male la definizione risulta calzante e decisamente appropriata.
In Sono una ragazza meravigliosa la scrittrice stila un vero e proprio elenco di raccomand-azioni che una donna dovrebbe seguire innanzitutto per diventare cosciente di sé stessa, per non sottomettersi al pensiero di subalternità maschile e infine, giusto per non farsi mancare niente, per sentirsi semplicemente bene nei panni femminili. Posso assicurarvi che nonostante la banalità di certe argomentazioni, l’acume e la leggerezza qui utilizzati sarebbero in grado di fare breccia nelle convinzioni ataviche persino delle reazionarie più recidive. A rendere la lettura di questo manualetto ancora più pregevole sono le onnipresenti citazioni musicali che infarciscono i capitoletti, a dimostrazione dell’importantissimo ruolo salvifico della musica nella vita dell’autrice.
Il rischio di apparire come un banale opuscoletto da magazine rosa è dietro l’angolo, e bisogna ammettere che certi temi scadono vagamente nel pruriginoso, ma la finalità del libro supera l’accezione meramente sessuale dell’emancipazione femminile e sprona le giovani donne a aprire la loro mente, non solo le gambe.  (Veronica Tosetti)