Quanti fra di noi hanno pensato, almeno una volta nella vita, di abbandonare l’Italia ed emigrare all’estero? Quanti si sono detti che questo paese non aveva più nulla da offrire alle giovani generazioni e restare sarebbe equivalso ad insistere per non staccarsi da una nave che affonda? Quanti passano gran parte del loro tempo a criticare la situazione italiana ed immaginare un roseo futuro “altrove”? Tanti immagino e non c’è da stupirsi: in Italia la situazione è desolante. Non c’è lavoro, non ci sono prospettive, la cultura annaspa in un mare magnum di sottoprodotti scadenti, la creatività è zavorrata dal peso della tradizione, il potere è detenuto da una classe dirigente attempata (per non dire decisamente decrepita). Difficile trovare lati positivi in questo scenario, ma è quello che, per necessità, sembra dover fare Luca, co regista e co protagonista del documentario Italy, love it or leave it insieme a Gustav Hofer.
Prima scena, interno, scatoloni sparsi ovunque per un trasloco. La coppia composta da Luca e Gustav è stata sfrattata dalla dimora romana e si trova davanti alla scelta di una nuova sistemazione, ma dove andare? Restare a Roma o emigrare all’estero, a Berlino per la precisione, come tanti loro amici hanno già fatto? Gustav è stanco delle brutture italiche: lui, mitteleuropeo per nascita e formazione, vive con insofferenza la crisi culturale e sociale che investe il paese. Luca ama Roma, la città dov’è nato e cresciuto e non riesce a convincersi della bontà di una vita lontano. Davanti a questa empasse i due decidono di darsi sei mesi per scegliere, sei mesi durante i quali affronteranno un viaggio in 500 attraverso tutto il Belpaese nel tentativo di riacquistare un amore e una fiducia tali da farli restare. Ovviamente non posso svelare la loro scelta finale, ma importa poco in fondo. Quello che importa sono i volti, le voci delle persone con le quali i protagonisti entrano in contatto. Persone segnate dalla crisi economica, luoghi deturpati da brutture edilizie ed inquinamento ambientale, famiglie minacciate per aver deciso di resistere alla stringente morsa dell’illegalità, ma anche scenari mozzafiato, un patrimonio storico immenso, la forza d’animo di chi non si arrende e mette in campo tutte le sue risorse per una “resistenza attiva” al brutto che avanza. Scatti da un’Italia per metà bella addormentata, per metà coscienza che ribolle. Il documentario pone con forza il tema scottante della scelta esistenziale cui si trovano davanti tanti giovani (e meno giovani): andare o restare? Certo si deve comunque avere la possibilità di farlo, viene da dire, perché senza un lavoro, senza un appoggio economico anche il sogno di una vita migliore all’estero sfuma. D’altra parte non si deve restare con rassegnazione, non si deve accettare lo status quo, non si può pensare di non essere chiamati in causa uno per uno. Bellissimo il cammeo di Camilleri che, con estrema pacatezza, delinea un preciso dovere di “presidio culturale e sociale” che dev’essere assunto dagli italiani ancora dotati di coscienza, perché “il posto che viene lasciato vuoto al momento di una partenza verrà preso da coloro da cui si sta fuggendo”. Non si tratta di un’accusa di tradimento nei confronti della patria, ma di un monito per chi, pur potendoselo permettere, preferisce voltare la testa dall’altra parte e fingere che i problemi italiani non sussistano oppure decide di lavarsene le mani con una diplomatica fuga all’estero (da dove magari potersi scagliare, in tutta tranquillità, contro le storture italiche). Personalmente credo che partire non sia mai una scelta facile. Per molti giovani anzi è una scelta obbligata, l’unica alternativa possibile al niente. Penso però anche che siano tanti coloro che tuonano dai pulpiti senza poi voler scendere a contatto col terreno e “sporcarsi le mani” nelle battaglie di tutti i giorni necessarie a migliorare le cose. Penso che non sia giusto che le giovani generazioni non possano scegliere la via dell’estero come libera scelta culturale, di formazione e di arricchimento personale, ma solo come “mezzo di sopravvivenza”, valigia di cartone alla mano come i loro bisnonni. Infine faccio mia la preoccupazione espressa in parte da questo film, ovvero che non rimanga nessuna mente a presidiare il vuoto incolmabile della cultura italiana di oggi, nessun animo pronto a confrontarsi con le sfide che la politica e la società impongono a chi voglia davvero cambiare le cose. Il film non offre facili soluzioni, ma si fa promotore di un tentativo di analisi del reale, di sintesi rispetto alle tante “Italie” qui rappresentate. Per chi ha deciso di andare e per chi invece ha pensato di restare: guardatelo e viaggiate a bordo della piccola 500, potrebbe farvi bene.