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Which is scarier – lust or temptation? ̶...

Which is scarier – lust or temptation? “Blankets” di Craig Thompson e la vulnerabilità del lettore

Credo che il mondo sia pieno di persone che sono rimaste segnate dalla lettura di Blankets, la graphic novel del 2003 di Craig Thompson. In certi ambienti sembra un dato per scontato: tutti abbiamo letto Blankets. Solcando questi mari è raro che ci si imbatta in giudizi negativi. Quest’ultimi sembrano urla disperate di chi è solo alla ricerca d’attenzione; non ho mai sentito o letto stroncature di Blankets che mi paressero dotate di fondamento. I giudizi positivi, invece, si sprecano.
Per me Blankets è un po’ come le canzoni degli Smiths: un fatto privato.
Quando racconto qualcosa attraverso un testo di Morrissey mi rendo vulnerabile, soprattutto ora che sono passati anni dal periodo in cui Moz era il mio Virgilio, colui che mi indicava la via della salvezza attraverso la foresta delle avversità adolescenziali. Il Morrissey dalla brache ornate di gladioli gialli e dalle svolazzanti camicie rosa era un grande produttore di aforismi e di narrazioni in cui chiunque fosse moderatamente sfigato e prono all’idolatria finiva per identificarsi. Non c’era alternativa. Quindi il risultato è che ora il mondo è pieno di persone che sorridono con amarezza quando sentono dopo tanto tempo There Is a Light a that Never Goes Out, che si scoprono intente a riesumare Hatful of Hollow quando il loro cuore si infrange, che sperano segretamente che il dj di turno metta Handsome Devil anziché Panic, che sono soggette a fasi depressive cicliche, durante le quali guidano a caso versando lacrime amare sulla voce carezzevole del Maestro e sulle chitarre di Johnny Marr. Queste forme più o meno lievi di autocommiserazione non sono fatte per essere condivise. L’amore per gli Smiths, quello sì, funge da targhetta identificativa attraverso la quale individuare i propri simili, o per lo meno fare una prima scrematura. Ma l’attaccamento del singolo individuo ad un particolare verso ha qualcosa di sacro. Da qui nascono i resoconti amareggiati di chi si reca ai concerti di Morrissey e ne esce scosso: è strano vedere così tante persone che urlano ai quattro venti quel tuo personalissimo dolore di sedicenne cui nessuno voleva concedere il proprio corpo. Io credo che mi sentirei violata, quindi ho sempre evitato di trovarmi al cospetto di Moz, specialmente ora che mi sembra fuori di testa.
Come accennavo sopra, il discorso è abbastanza simile per la graphic novel Blankets, nonostante non si corra il rischio di sentirla alla radio o di vederne tavole sparse sul proprio zerbino. Blankets è oggetto di idolatria. Il mondo è pieno di persone che si sono fatte tatuare qualche pezzo dell’opera sul corpo. Per certi versi lo trovo un gesto comprensibile, perché è vero che Blankets ti resta nella carne. La natura autobiografica dell’opera e i livelli di profondità che raggiunge (per quanto diversissimi dal sarcasmo amaro e vivace di Morrissey) agevolano l’attaccamento alla vicenda narrata, che si dipana tra grandi nevicate, nasi schiacciati contro il finestrino di un’auto, bible camps e scambi di lettere. Quando lessi Blankets per la prima volta, pensai che Thompson era stato coraggioso a raccontare la propria infanzia e la propria adolescenza con tale limpidezza, senza autocompiacimento. Ciò che ne esce è un romanzo di formazione con cui si potrebbe ammazzare una persona – tanto è imponente – ma che si legge tutto d’un fiato. Si rimane travolti dallo scambio di lettere tra Craig e Raina, dai loro sparuti incontri, dal rapporto combattuto e doloroso di Craig con i dettami della Chiesa Evangelica (cui aderisce la sua famiglia e dal quale egli fatica a prendere le distanze, nonostante animo, sentimenti e corpo gli suggeriscano il contrario). La notte che passai sveglia a leggere Blankets provai più e più volte il disorientamento che mi aveva colta quando compresi per la prima volta quanto i testi di Morrissey parlassero di me e con me. Il distacco inesorabile dal Dio con cui Craig era solito parlare, l’attesa accecante di una lettera, il regalare un pezzo di sé stessi ad un’altra persona facendole un nastrone, l’attaccamento quasi sensuale alla calligrafia di un altro essere umano, i roghi necessari per cancellare un dolore mai provato prima e ciò che da quel rogo si sceglie di salvare; tutti questi elementi, che sono solo una minima parte dell’ordito e della trama di Blankets, parlarono alla mia esperienza al punto da rendermi quasi muta per giorni.
Il modo in cui il tema del sacro viene attaccato e scomposto da Thompson non lascia scampo al lettore. Il conflitto sempre presente tra la sacralità del corpo di Raina, della quiete provata da Craig quando sono insieme sotto la coperta che dà titolo all’opera, e la sacralità crudele dei racconti proscrittivi dell’Antico Testamento che costellano la sua immaginazione, è forse l’aspetto più commovente della narrazione di Thompson. E quando anche la parola viene meno, restano le sue tavole, la cui bellezza esuberante e la cui compenetrazione di elementi biblici e carnali lascia senza fiato.
È questa sacralità narrata ed incarnata da Blankets a renderne difficile una condivisione che non sia per forza di cose superficiale o rischiosa. Così come certi testi di Morrissey danno agli altri un accesso incontrollato alla mia storia e alla storia di chi li ha usati per tanto tempo come corazza, anche Blankets è un monocolo attraverso cui osservare la vulnerabilità del lettore.
Il problema, allora, sta tutto nella scelta dei propri interlocutori, sperando che tra i tanti che useranno le parole di Moz e le tavole di Thompson per schiacciarti, ci sia anche qualcuno capace di trattarli da indizi e da scorciatoie quali sono. Per ascoltare davvero, per raccontarsi allo stesso modo.


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  1. Cate Ghobert

    2 Dicembre

    appena torno in italia devo procurarmelo

  2. Marta Magni

    2 Dicembre

    Io blankets non l’ho ancora letto (e dopo questo post provvederò sicurmente) ma devo ammettere che quanto hai scritto sugli Smiths mi ha fatta un po’commuovere

  3. Margherita Ferrari

    2 Dicembre

    per marta:
    grazie cara.

    per marta e cate:
    sì, procuratevelo. ne vale proprio la pena, nonostante costi un po’.

  4. Ilaria

    2 Dicembre

    Hai ragione sulla lettura “privata”. E’ difficile parlarne senza essere superficiali o senza d’altra parte scoprirsi troppo. E’ una lettura che ogni volta che mi ci immergo mi fa bene e mi ferisce anche un po’, perché per chi abbia avuto un’adolescenza un minimo consapevole è un attimo ritrovarsi lì, nudi, fragili, pieni di desideri, paure, voglia di lanciarsi. Poi mi piace molto il modo non fanatico con cui affronta il tema della religione, cioè sempre dal suo punto di vista intimo e personale, mostrando la difficoltà di staccarsi da quel mondo, ma anche il bisogno di farlo, senza ideologismi antireligiosi (qui nel nostro contesto cattolico diremmo “anticlericali”).

  5. Margherita Ferrari

    2 Dicembre

    sì, è vero. il modo in cui parla di religione è molto molto umano e vicino alle esperienze che tutti noi abbiamo fatto e facciamo. per questo l’ho apprezzato molto. mi è parso molto più onesto di tanti libri letti o di tante opinioni ostentate che ho ascoltato da dieci anni a questa parte.

  6. Giulio

    2 Dicembre

    Habibi l’hai letto? Su Blankets non mi pronuncio, perchè è appunto una faccenda abbastanza privata, e perchè già fiumi di inchiostro sono stati versati su questa graphic novel. Comunque, restando in tema “graphic novel che costano troppo”, ti consiglio altri due volumi bellissimi, anche se molto diversi da Blankets:

    -“Jimmy Corrigan the smartest kid on earth” di Chris Ware, Mondadori
    -“Asterios Polyp” di David Mazzucchelli, Coconino/Fandango

    Per me questi sono i migliori fumetti dello scorso decennio.

  7. Margherita Ferrari

    2 Dicembre

    Habibi l’ho comprato ma non l’ho ancora cominciato. Per certi versi ho paura di aprirlo perché so che poi farò fatica a staccarmene.
    Jimmy Corrigan non l’ho mai finito perché (1) il lettering della mia edizione (Fantagraphics) è piccolissimo e faccio molta fatica a leggerlo, (2) quella graphic novel è troooooooppo triste.
    Asterios Polyp è in wishlist 🙂

  8. Giulio

    2 Dicembre

    Beh se non l’hai finito non sai ancora QUANTO è triste 😀 io lo lessi in pochi giorni e lo adorai, anche se di certo è una lettura poco allegra. Habibi è molto bello, anche più maturo per certi versi, ma è diverso da Blankets. Meno “indie”, meno “Morrissey”, ma ugualmente intenso. Dopo averlo finito non ti verrà voglia di abbracciarlo, probabilmente, ma è bello, non concordo assolutamente con le stroncature.
    Asterios Polyp devi leggerlo 🙂

  9. Ilaria

    2 Dicembre

    Jimmy Corrigan, anch’io ho l’edizione Fantagraphics (effettivamente è ostica), è vero, non solo è davvero triste, ma soprattutto mi trasmette un’impressione di estrema freddezza, come tutti i lavori che ho visionato di Chris Ware. Io credo che lui sia davvero maniacale nella cura della forma, ogni dettaglio è pensato e definito, ricordo di avere letto tempo fa un articolo di Daniele Barbieri che si era messo a esaminare tutte le simmetrie (a livello figurativo) presenti in Jimmy Corrigan. E questo senso di freddezza è l’opposto di ciò che trasmette Blankets, tuttavia è altrettanto geniale.
    Per me, come “raccontatore dell’adolescenza” è imprescindibile anche Daniel Clowes, e non solo per “Ghost World” (che adoro letteralmente, sia il fumetto che il film).
    Ma anche interessante il Chester Brown di “Non mi sei mai piaciuto”, ediz. Black Velvet ma non so se ancora in commercio. Conoscete?

  10. Margherita Ferrari

    2 Dicembre

    Chester Brown non lo conosco. Vedrò di recuperare qualcosa. Magari direttamente in lingua originale se l’edizione Black Velvet non si trova…

  11. […] to let them go is to write them down. I’ve been thinking about this for several months and two posts have set off the decision to express my thoughts about it. I’m 37 and I’ve spent […]

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