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Parola di donna, un’ora al Salone del Libro.

Parola di donna, un’ora al Salone del Libro.

 

Il Salone internazionale del Libro di Torino non è mai stato un mio rito annuale. Certo non per la sua natura di luogo di consolidamento del potere e neanche per la noia del viaggio in tram. È proprio che il libro a casa mia non si usava. “Per i libri ci sono le biblioteche”, tuonava (ma benevolmente) mio padre, il cui unico affetto materiale si dirigeva (e si dirige tuttora) verso affarini dalle forme bizzarre, presumibilmente materiale elettrico di recupero, con cui sono sempre stata tentata di fabbricare orecchini. “E poi ti fanno anche pagare il biglietto! Per spendere altri soldi! Follia.” Certo che se vai alla fiera del libro per comprare e farti firmare l’ultimo libro di Mario Giordano (ma come fa ad avere quella pelle lì, mi chiedo, nivea) in coda allo stand Mondadori (la cui evitazione a questo punto è un atto politico e di buonsenso) sono dieci euro spesi molto, molto male. Ma poi il tempo, dico io. Il tuo preziosissimo tempo. S’intitola Sanguisughe. L’uomo di spalle si volta e dice: “Parla di giornalisti, immagino”. Il pubblico ride. La scena non si svolge in questo paese. Perché non farebbe ridere.

Uno degli incontri del Salone a cui ho assistito è pertanto di interesse in questa sede. Si tratta della presentazione del volume Parola di donna curato da Annarita Armeni, edito da Ponte Alle Grazie. Presenti la curatrice, Anna Bravo storica delle donne, Farian Sabahi giornalista e storica dell’Iran, Michela Murgia scrittrice (e, mi han detto, telefonista). Femministe, liberali o radicali che siano, di provenienza comunque istituzionale (se per istituzione intendiamo ciò che viene dall’università e dai quotidiani e dal mondo editoriale maggioritario) riunite per riparare insieme al “ratto delle parole”, definito tale da Armeni, operato ai danni dell’umanità femminile e per il quale sarebbe da pagare un riscatto, ciò che noi potremmo chiamare compromesso, così come per pagare il riscatto della bellezza si finisce sotto i ferri del chirurgo plastico. Le parole sono cambiate assecondando il cambiamento del mondo, il volume si propone dunque come vocabolario originale di cento lemmi scritti da altrettante eterogenee voci femminili, provenienti dai campi più disparati (seduta tra gli sparuti presenti c’è Susanna Camusso, autrice della voce Lavoro). Particolarmente interessante la chiave di lettura data alla voce Morte da parte di Murgia, la quale sottolinea un elemento mediatico che sarà anche sfuggito agli heavy (tv) viewers ma che a questo punto non può più sconvolgerci: è la mancanza di narratività della raffigurazione della morte della donna. La sua vita, piegata in effetti ad appendice funzionale di quella del compagno, che ne è il vero protagonista, non potrà che morire straziata dal dolore (sic), per quanto la morte possa essere dovuta a cause meramente organiche (l’esempio eclatante, come sottolineato dall’autrice stessa, è nella morte mediatica di Sandra Mondaini, di poco successiva a quella del consorte). Questa morte è, per l’autrice sarda, una rappresentazione invivibile, in effetti deprecabilmente radicata nel senso comune, una di quelle parole rapite che vanno restituite quanto prima e senza riscatto alcuno. [È in uscita il suo nuovo lavoro, Ave Mary, presentato altrove in questo enorme complesso espositivo. Quando esco dalla presentazione spero di essere in tempo per prendere una birra gratis presso uno stand di ragazzi cattivi (ometto volontariamente la casa editrice) ma il ragazzo in camicia di flanella ha finito tutto e mi consiglia qualche volume noir che mi limito a guardare sogghignando.] 
Sabahi, iraniana di seconda generazione in occidente, ci racconta che l’Islam non è un blocco monolitico e che la realtà del femminismo islamico è vitale e complessa. Mentre espone le sue disavventure yemenite (su come alle donne non sia concesso fare pressoché nulla senza la vigile presenza di un uomo) una signora seduta dietro di me prende a sbottare fastidiosamente. Mi guardo intorno e vedo solo vecchi. Non anziani. Vecchi. Incredibile come, anche in questo contesto, si sia trascinati e forzati al ragionamento sulla generazione. Le divisioni delle divisioni delle mie gerarchie mentali. Ho la sensazione di aver aggiunto comunque un tassello alla comprensione di come chi ci ha precedute – evidentemente sopravvivendo, nelle pieghe (o nelle piaghe) della società – ha interpretatogli ultimi anni e l’eventuale specificità del femminile, con le sue vecchie/nuove richieste.

P.s. Va detto che adesso faccio parte del club di coloro a cui la mensola svedese per i libri non basta più; e non solo, la mensola svedese è stata abilmente installata al di sopra del mio letto, dunque man mano che il carico culturale aumenta crescono le probabilità che io ne venga schiacciata e muoia – nel sonno o meno – sotto il suo gravoso contenuto e questo ha un potenziale metaforico che per ora si può tralasciare. In soldoni, questo è uno dei primi anni in cui io, da prodotto ottimale di una società tutto sommato scadente, ho cominciato ad interessarmi della totalità dei libri in commercio e di tutti i suoi generi.
Ok, a parte il thriller.
Ok, a parte i romanzi romanzati romantici romanzeschi. I romanzi-quelli.
Ok, a parte le ‘storie rock’.
Ok, a parte i memoir delle persone pubbliche.
Ok, facciamo a parte i memoir in genere.
Insomma, tutti quei volumi con una pessima copertina.

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