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Ho fatto le elementari del libro "Cuore"

Ho fatto le elementari del libro "Cuore"

O anche di come la pedagogia non sia una scienza esatta e la Montessori sia passata inosservata per decenni in alcune enclave del piccolo ducato.
Quando ancora frequentavo le lezioni universitarie per la laurea specialistica (oh mio dio come sono vecchia!) ho seguito per alcuni mesi un corso di “Letteratura per l’infanzia e l’adolescenza”, il massimo che il mio piano di studi offrisse, a livello di materia pedagogica, nell’offerta formativa per una futura italianista. Durante il corso ci sono state illustrate una serie di teorie volte a rendere i bambini e i ragazzi appassionati lettori, per insegnare divertendo e stimolando le loro menti e senza mortificarli o farli entrare troppo presto nel duro sistema che regge le sorti del mondo adulto. Tutte cose apprezzabilissime e sulla cui sacrosanta verità io non avrei messo becco se il professore non si fosse accanito nel sostenere che, seguendo metodologie differenti, si sarebbe andati incontro ad un sicuro fallimento pedagogico e successivo naufragio della carriera scolastica dei giovani virgulti. Perché mi sono sentita così tanto chiamata in causa da mettere a dura prova il mio self-control per evitare di venire massacrata all’esame? Perché io ho fatto le elementari del libro “Cuore”.
Nessun metodo di “approccio lento” alla didattica, nessuna gradualità fra il disegno e il gioco e i primi rudimenti di scrittura. Fin dai primi giorni mi sono ritrovata alla lavagna a fare “le aste”. Alcuni di voi non sapranno nemmeno in che cosa consista questa barbara pratica e dunque vado a spiegare, novella etologa o storica della contemporaneità. Il lavoro consisteva nel ripetere all’infinito sul foglio di un quaderno, oppure alla lavagna appunto, una serie di aste: l’equivalente dello slash oppure di un manico d’ombrello. Variava di volta in volta. Aste, su aste, su aste. Il piano pedagogico prevedeva l’uso iniziale della matita per poi passare alla biro (omologata e rigorosamente Pilot blu punta fine, marca che mai più in vita mia ho comprato per una sorta di rifiuto post traumatico). I bambini più bravi passavano per primi alla biro, i più somari dopo, i casi umani, come la sottoscritta, ci sono arrivati per ultimi dopo mesi e una discreta umiliazione. “No, tu continua a matita” detto davanti a tutti è frustrante, soprattutto quando stai ricopiando per la milionesima volta delle aste. Poi è stata la volta dei timbri. Uno dirà “belli i timbri, si possono colorare!”: si, in parte vero, ma il timbro della lettera A-B-C-Q-F o dir si voglia, posizionato in cima alla pagina del quaderno in posizione centralissima, prevedeva poi l’estenuante copiatura di una parola che avesse come iniziale la lettera incriminata. In rosso la lettera iniziale, in blu le seguenti. Ape Ape Ape Ape Ape. In bella grafia, non basta che si capisca, e senza sbordacci. Io non ero una brava bambina. Diciamo che non ero satana, ma nemmeno tanto incline allo stare cinque ore a scuola e men che meno ad abbracciare la disciplina a me imposta dalla maestra (rigorosamente unica). Trovavo stupido ripetere allo sfinimento i nomi dei disegni appesi alle pareti con la lettera corrispondente all’iniziale del nome. “A…albero! Bene. B…barca! Bene. C…casa! Benissimo. G…Micio! No! Ma come ti viene in mente?”. Sapevo benissimo che G stava per gatto, ma era umiliante, omologante, frustrante proseguire all’infinito il giochino, senza mai uno stimolo differente, qualcosa che potesse far emergere un pochino di quello che ci piaceva all’interno dei muri della classe. Ricordo distintamente che in classe non c’era nulla che mi piacesse. Amavo l’abaco, ma stava sempre chiuso nell’armadio, lontano dalle mani che potevano eventualmente giocarci nelle pause. Amavo i miei regoli, che dovevano però stare sempre ben chiusi nella scatola sotto al banco. Ero una bambina che adorava la televisione e quella che l’aula aveva in dotazione per i filmati educativi stava sempre coperta da un telo. “Niente film” era il dictat. A differenza di quanto avveniva in altre classi di miei coetanei. Noi fermi, “braccia conserte”, come diceva la maestra. Dubito che oggi, se si dicesse a un bambino di prima elementare “Stai con le braccia conserte”, capirebbe quello che gli si sta chiedendo. Ed è giusto così. Ma io vivevo nel libro Cuore. Matita rossa e blu per le correzioni, nessun atteggiamento materno, lo stimolo (o supposto tale) della prima della classe che veniva sempre presa ad esempio e lodata pubblicamente, il banco della vergogna di fianco alla cattedra. Insomma, ho le mie buone ragioni per dire che i concetti impartiti durante le lezioni universitarie erano quantomeno relativi se sono poi finita a fare un dottorato? Ho già accennato al fatto che la mia scuola era una scuola cattolica? No? Mi è in qualche modo servito? Beh…nelle prossime puntate, se avrete la pazienza di leggermi, magari avrò modo di parlarne.

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