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DIY: Perché fanzine è bello – due chiacchier...

DIY: Perché fanzine è bello – due chiacchiere con Giulia Sagramola di Teiera Autoproduzioni

Giulia Sagramola e Cristina Spanò sono due giovani illustratrici barra fumettiste che hanno dato vita nel marzo dello scorso anno ad “un’etichetta indipendente di fumetti, illustrazioni ad altro” di nome Teiera. Un’autoproduzione nel senso più autentico, faticoso e gratificante del termine. Hanno pubblicato lavori di Álvaro Ortiz,  Serena Federici, Eleonora Antonioni, Daniela Tieni e molti altri. La loro ultima pubblicazione è un’antologia di storie a fumetti dal titolo “Ten steps until nothing”. Entrambe classe 1985, la prima marchigiana e l’altra romana, studiavano insieme all’ISIA di Urbino. Sono amiche, e ora socie. Tutte e due con un curriculum d’esperienze niente male alle spalle: Giulia ha appena pubblicato una sua autobiografia a fumetti per Topipittori, e una sua illustrazione è finita pure nell’ultimo numero del New Yorker; Cristina sforna fior fiori di flyer, collabora con la fanzine spagnola El Estafador e diverse sue illustrazioni sono finite sul settimanale La Directa. Data l’estrema pregevolezza dei loro lavori, non potevo che sentirmi moralmente obbligata a farvele conoscere su queste pagine. Quanto segue è il resoconto della mia intervista a Giulia, che ho incontrato a Bologna, dove vive. Cristina ora abita a Barcellona, quindi non mi è stato possibile raggiungerla.

La mattina in cui devo prendere il treno che mi porterà a Bologna (dove ho appuntamento con Giulia), mi sveglio notando subito che fuori il tempo è splendido. Una luce arancione filtra dalle fessure della persiana chiusa male. “Dev’esserci il sole”, mi dico mentre scivolo fuori dal piumino. E il sole c’è, in effetti. Mi stropiccio gli occhi e ne ho conferma mentre sporgo la testa fuori dalla finestra. Un segno positivo, dopo tutta l’acqua che c’è stata nei giorni scorsi.

Stranamente il viaggio in treno fila liscio e riesco ad arrivare a destinazione con leggero anticipo rispetto all’orario concordato con Giulia. Le vado incontro lungo il ponte di via Matteotti e quando siamo finalmente insieme, grandi sorrisi, ed ha inizio la nostra lunga chiacchierata. Mentre passeggiamo sotto i portici bolognesi, a Giulia viene in mente di farmi vedere un posto dove si può mangiare e parlare in tranquillità. Si tratta di Camera a sud, un localino delizioso che in passato ha pure ospitato un’esibizione di Teiera Autoproduzioni. Mi sembra il posto ideale per fare dei set acustici, delle mostre di fanzine, delle esibizioni fotografiche e delle abbuffate di cheese cake. L’arredo colorato e vintage è molto accogliente: c’è diversa gente, quando arriviamo; scegliamo di accomodarci nel tavolino che sta sopra un mini soppalco. Ed ha inizio la ciarla.

–       Come è nata l’idea di Teiera?

All’epoca io e Cristina non vivevamo nella stessa città. Ci incontravamo ogni tanto alle fiere del fumetto, alle lauree dei nostri amici dell’ISIA. Ci dicevamo sempre che avevamo voglia di fondare un’etichetta di autoproduzioni; io facevo già parte di un’etichetta del genere, la Self Comics, e Cristina aveva voglia di partecipare a un’iniziativa simile. Poi, un paio di anni fa, salta fuori questa possibilità di prendere un banchetto alla Self Area del Lucca Comics, assieme a degli amici, e noi l’abbiamo colta al volo: abbiamo scelto il nome e ci siamo presentate. Non è stato semplice scegliere “Teiera”, perché avevamo mille nomi per testa, ma poi ha “vinto” quello e da lì è iniziato tutto. La filosofia di fondo è che sia a me che a Cristina piaceva l’idea di poter pubblicare autonomamente i nostri lavori e magari anche i lavori di persone che ci piacciono, ma che non sanno autoprodursi, oppure semplicemente non hanno tempo/voglia per farlo.

–       Quando avete deciso di concretizzare questo progetto, come avete pensato di gestire la questione monetaria (argomento delicato per le autoproduzioni)?

All’inizio pensavamo “pagheremo gli altri autori coi soldi che guadagniamo”, ma non è così semplice. Al mercatino magari ti rubano una copia, poi quello che guadagni ti serve per la stampa; abbiamo quindi iniziato a gestire la faccenda proponendo due opzioni, a chi collabora con noi: una prevede che noi ci si carichi sulle spalle tutta la fase di realizzazione (stampa, rilegatura) e promozione, così quello che l’autore deve fare è sostanzialmente darci il suo lavoro da stampare e basta. In questo modo in cambio gli diamo cinque copie delle trenta che di solito stampiamo (quelle cinque copie potranno poi gestirle come vogliono) e gli incassi così restano a noi, che li riutilizziamo per le stampe successive. Altrimenti, l’altra opzione sarebbe dividere a metà le spese di stampa, e conseguentemente dividere con l’autore anche il numero di copie realizzate – ma per il momento abbiamo utilizzato di più l’altra modalità.

Nel caso delle antologie di solito diamo due copie del libro a ogni autore. Per “Foto di gruppo” [prima antologia pubblicata da Teiera, nel 2010] è andata diversamente: data la numerosità degli autori e il numero fisso (170) di copie stampate, siamo riuscite a darne solo una copia a ciascuno di coloro che ha collaborato.
Siamo sempre molto chiare all’inizio, comunque. Siamo tutti sulla stessa barca: capiamo bene quando uno non ha tempo di fare sette tavole gratis. Quando proponiamo un lavoro questi dettagli li spieghiamo sempre molto chiaramente, di modo che non si creino spiacevoli equivoci alla fine. Ecco tutto.

–       Ti va di spiegarmi come funziona l’autoproduzione di Teiera?

Teiera finora ha sempre fatto fotocopie. Molto banalmente, si va in copisteria col progettino già impostato in pdf…

–       … mai che sia un altro formato!

No, infatti, ché altrimenti ti fanno dei gran sbagli. Tu vai là col pdf già impostato e stai solo attento a  non adattare la stampa, se no ti esce tutto più piccolo. Insomma, tante tante fotocopie, di cui molte anche su cartoncino (per le cover). Poi si assembla a mano.

–       Mentre l’ultima antologia…

“Ten step until nothing” invece è stato stampato in tipografia. Noi abbiamo fatto il progetto grafico. Nello specifico, per questo volume la grafica e il design li ho seguiti io, mentre Cristina se ne era occupata per l’altra antologia [“Foto di gruppo”, di cui sopra]. Prima di mandarlo alla tipografia [una tipografia che si trova nelle marche, Fast Edit, che le avevano consigliato degli amici che vi si erano già serviti] ho chiesto dei preventivi: non ti conviene rivolgerti a queste aziende se non stampi almeno 500 copie. Noi per quest’antologia ne abbiamo fatte addirittura 600 (la differenza era minima). Quindi ora [ride] posso farmici della carta da parati, da quante copie ne ho a casa. “Foto di gruppo” era invece digitale e per stamparlo ci siamo rivolti a un servizio di copisteria on demand, che credo pure stiano a Vicenza, si chiama Pixartprinting [ho controllato, sono di Venezia. Quasi!]; ci siamo trovate bene, ma con questo tipo di servizi bisogna stare sempre molto attenti.

–       Non puoi seguire il lavoro mentre viene svolto, già, devi fidarti fino a quando non ti rimandano tutto.

Beh, sì. In tipografia potresti seguire il lavoro mentre ti stampano le copie, ma io, per una questione di “distanza”, non sono andata a controllare. Coi servizi on demand comunque una garanzia c’è: ti ripagano le copie sbagliate, o te le ristampano. Per “Foto di gruppo” per fortuna è andato tutto liscio. Abbiamo fatto 170 copie, numerate. Vuoi che ti parlo un po’ del libro?

–       [Ma che intervistatrice professionale sono!] Sì,vai pure a ruota libera.

Dunque. L’idea che avevamo io e Cristina era di fare un antologia a fumetti, ma per realizzarla volevamo muoverci diversamente rispetto a come avevamo fatto per “Foto di gruppo”. Per quell’antologia avevamo contattato 34 autori, e ciascuno di loro era stato lasciato libero di realizzare dalle 2 alle 6 pagine. Potevano essere illustrazioni, lavori di grafica, fumetto; quello che volevano. Era molto bello, ma c’erano moltissimi autori e moltissime pagine da gestire. Questa volta volevamo fare qualcosa di più “compatto”, che seguisse in qualche modo una linea narrativa. Ci siamo concentrate su di un numero minore di collaboratori: dieci (cinque italiani e cinque stranieri). A ciascuno di loro abbiamo chiesto un numero fisso di tavole, cioè sette.

–       Gli autori li conoscete? Come li arruolate di solito?

Un po’ li conosci perché ti piacciono i loro lavori; un po’ li conosci alle fiere, altre volte sono amici con cui hai già scambiato delle cose; altre ancora semplicemente li contatti via internet. Ad esempio, la prima autrice che trovi nel libro, Lilli Carré, è una delle mie fumettiste preferite: è americana, io l’ho conosciuta in Spagna [Giulia è stata un anno a Barcellona in erasmus] dove vendevano i suoi libri in inglese. Ne avevo presi due ed ero rimasta subito colpita dal modo in cui raccontava storie e dal modo in cui le disegnava. Le ho mandato un’email per chiederle di partecipare al progetto e lei ha detto “sì” [sorride, sorrido anche io e mi scappa un “Madonna!”]. Poi ci sono state anche delle persone che ci hanno detto di no, per carità, ma avevamo una lunga lista di scelte; non è stato difficile raggiungere la decina prestabilita.

–       E per quanto riguarda gli altri autori dell’antologia?

Mireia Pérez è di Madrid, la conoscevamo perché avevamo visto online i suoi lavori. Cristina poi fa parte dello stesso blog di fumetti [El Estafador]. Quindi la conosceva. A livello internautico, ma hai capito cosa intendo.
Clayton Jr. l’ho conosciuto al BilBolBul l’anno scorso. Vagava da solo per la fiera e l’avevo notato perché sembrava uno studente dell’accademia, ma con un aspetto più maturo. Mi incuriosiva, così un giorno ad una mostra ci ho parlato e ho scoperto che lui vive a Londra (ma è brasiliano) e aveva sentito parlare del BilBolBul e c’era venuto da solo. Abbiamo fatto amicizia e gli abbiamo fatto conoscere un po’ di posti, cose del genere. Quando ho visto i suoi lavori ho capito che mi sarebbe piaciuto coinvolgerlo in qualche progetto, è bravissimo. Così l’abbiamo contattato per l’antologia.
Clara-Tanit
l’ho conosciuta a Barcellona. Amici in comune, mi piace molto quello che fa. Tuono Pettinato è un amico. Roman Muradov mi ha aggiunta su facebook proponendomi uno scambio di fanzine (lui vive a San Francisco!). Insomma io gli ho mandato le mie, e lui mi ha inviato le sue. Anche lui è bravissimo, così l’abbiamo chiamato per questo lavoro. Anna Deflorian l’ho conosciuta qui a Bologna; molto brava anche lei. E Nicolò Pellizzon viveva a Bologna, ma è di Vicenza. Anche lui bravissimo. Io non lo conoscevo di persona, ma l’ho contattato perché mi piaceva.

–       Tornando all’idea di un filo narrativo comune a tutti i contributi, mi spieghi in cosa consiste quello di “Ten steps”?

L’idea di fondo dell’antologia è quella di una scala graduale che va dal piccolo al grande. Ci siamo arrivate insieme, io e Cristina, non ricordo nemmeno in seguito a quale strano flusso di coscienza. Comunque ecco, dieci autori, dieci storie e dieci passi. Verso cosa? Si parte dal piccolo oggetto e poi si passa alla stanza che lo contiene, la casa, il quartiere, la città, e via fino ad arrivare all’universo e al nulla. Di qui, il titolo.

–       Quindi le storie all’interno dell’antologia sono in ordine di “crescita”?

Esatto. E anche gli autori come li leggi sulla quarta di copertina, sono elencati seguendo l’ordine della prima fino all’ultima storia.

–       Che mi dici dei tempi di lavoro? Quanto avete impiegato a realizzare “Ten steps until nothing”?

Si impara sempre dagli errori e dalle cose fatte prima. “Foto di gruppo” l’abbiamo fatto in un mese [io strabuzzo gli occhi, lei annuisce]. Avevamo ottenuto un banchetto alla Self Area del Lucca Comics, così abbiamo dovuto velocizzare moltissimo questa cosa del libro. Sapevamo di non poter andare a Lucca solo con le piccole autoproduzioni che avevamo realizzato fino ad allora, perché la gente che va a questo tipo di manifestazioni cerca materiale più corposo. Volevamo fare questo libro, e ci siamo divise i compiti: io ho contattato le persone, Cristina ha realizzato la parte grafica. Gli autori erano tutti amici. Amici sia dell’ISIA che della scuola di Barcellona che ho fatto [la Massana, dove anche Cristina ha fatto un corso di qualche mese]. Ci ha salvato il fatto che fosse in digitale, altrimenti non avremmo mai fatto in tempo a stamparlo. L’idea per “Ten steps until nothing” ci è venuta in giugno; a luglio abbiamo contattato le persone, poi abbiamo fissato come scadenza per le consegne la fine di settembre, tenendo comunque presente che serviva del margine per eventuali ritardi, e a ottobre c’è stata la fase di raccolta e la fase grafica. Questa volta insomma ci siamo date quattro mesi di tempo, ma alla fine il grosso del lavoro l’abbiamo realizzato negli ultimi due. Una corsa folle!

–       Come fate tu e Cristina a gestire a distanza il progetto Teiera?

Lavorare a distanza non è facilissimo. C’è da coordinarsi, e le cose di Teiera sono principalmente qui in Italia. Comunque Cristina sta stampando del materiale anche in spagnolo, così può venderlo là e diffonderlo attraverso altri canali. Purtroppo in Spagna le fiere non sono tantissime. L’anno prossimo però è probabile che organizzeremo là una nostra mostra per pubblicizzare il libro (così con la scusa farò un viaggetto anche io!).

Una cosa che mi piace di Teiera è il fatto che siamo in poche. Siamo solo in due e ci conosciamo. Altri amici che hanno etichette indipendenti sono in dieci, se non quindici. Io e Cristina abbiamo un modo molto simile di lavorare, sarà anche per il fatto di aver frequentato la stessa scuola, non lo so. I nostri gusti, pure, sono molto simili e sicuramente anche questo fattore è da considerare. C’è intesa, ecco. E sicuramente questo rende il lavoro più scorrevole e naturale. Ma [ride] ora stiamo per coinvolgere anche una nuova… teiera. Aria di scoop! Sì, c’è questa ragazza che ho conosciuto lavorando al BilBolBul, che negli ultimi mesi mi ha aiutato a tenere il banchetto ad alcuni eventi. Lei ha già realizzato un libretto con noi, si chiama Sarah Mazzetti (nella foto, in mezzo tra Cristina e Giulia). Anche lei è molto precisa sul lavoro, ha le idee chiare, e credo sia un ottimo acquisto per il nostro team di infusi. Ancora non l’abbiamo annunciata sul sito, perché vogliamo prima pubblicare la sua intervista per ‘Sutrino, ma tu lo puoi scrivere.

[È proprio uno scoop, softlettori! Gongolo! Per festeggiare ordiniamo il caffè e finalmente assaggio questo magico cheese cake di cui avevamo parlato poco prima. Se prima gongolavo, ora godo.]

–       Com’è andata al Lucca Comics, quest’anno?

Molto bene: abbiamo venduto 55 copie del libro! C’erano molte persone interessate; molte di queste ci avevano visto a Lucca l’anno scorso e si ricordavano di noi per via del nostro biglietto da visita [ovvero una bustina di thé… dopottutto sono produzioni Teiera]. Molti anche gli addetti ai lavori, il che per noi è molto importante, visto che partecipiamo a queste manifestazioni anche per far conoscere i nostri lavori e trovare contatti.

–       Come gestite le “pubbliche relazioni” con questi addetti ai lavori? So che presenziate a molte manifestazioni di questo tipo, ma vorrei capire come vi muovete per farvi conoscere dagli editor (o chi per essi) che, pure, gironzolano per queste fiere.

Dipende dalla fiera. Al Lucca Comics te sei lì col tuo banchetto e la gente continua a passarti davanti (chi si ferma chi no), e può essere che si avvicini qualcuno di interessato, con cui poi devi essere brava tu a promuoverti. Altre volte, per esempio al BilBolBul, dove facevo parte dello Staff, avevo passato mesi a sentire per telefono certe persone, per cui sapevo chi erano e quando le incontravo al festival ci parlavo con molta tranquillità, mostravo loro i miei lavori, eccetera. Una volta ero da sola a Londra, ad un festival di autoproduzione, non conoscevo nessuno e nessuno conosceva me, così nel corso della giornata sono andata in giro a banchetti e ho lasciato qui e là dei miei lavori e ne ho scambiati altri con altri artisti (lasciando il mio ragazzo a gestire lo stand da solo… ha venduto più lui in quel lasso di tempo di quando ci sto io! [ride]).
Se non sei timido comunque è facile farsi conoscere e conoscere queste persone. Non è fortuna, è questione di metterci la faccia e lanciarsi. Niente cade dal cielo, bisogna guadagnarsi tutto. Certo ora c’è internet, che ha semplificato la vita anche ai timidi. Ma è importante sapersi mettere in gioco; ricordo che anche ai tempi dell’ISIA questa cosa ci veniva ripetuta continuamente. E, beh, funziona!

Mentre lasciamo il locale, Giulia ed io finiamo col parlare di una miriade d’argomenti (dall’esperienza newyorkese a quella bolognese, passando per problemi di jet lag, aneddoti familiari e tinte per capelli comprate a Londra), e prima di riprendere il treno per tornare a casa, facciamo un salto in un altro bel posticino: un negozietto, “Confezioni Paradiso“, gestito da un’amica di Giulia, in cui vengono venduti pezzi unici (fatti a mano) di design tessile, per la casa ma non solo. La fattura dei prodotti è ottima, e l’ambiente molto accogliente. Prendete nota.

Più tardi, sulla via del ritorno, non farò che pensare a quanto mi esaltino questo tipo di iniziative autogestite e/o autofinanziate. Più ne conosco e più mi viene voglia di metterne in piedi. In fondo è questo il senso del tema che abbiamo scelto per questo mese in redazione: “se te vòi, te pòi”, ecco. Voi che cosa pensate di fare? 


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  1. Bianca

    22 novembre

    complimenti!!!! bella bella intervista, molto ispiratrice!

  2. Elisa G

    3 dicembre

    Bella intervista e soprattutto interessante progetto. E’rinvigorente vedere ragazze giovani che si impegnano nelle loro passioni con coraggio e tenacia!
    Piccola neo: sei passata per Bologna e non mi hai chiamato.

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