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BitchFest. Una pseudorecensione.

 

Le mie abitudini di consumo sono rimaste pressoché invariate nel corso degli ultimi dieci anni.
Un tempo ero solita suscitare l’ira di mia madre spendendo tutti i miei soldi in dischi e libri. Dopo aver riempito la mia camera di scaffali e aver fatto arrivare la sezione “narrativa americana e britannica” fino al soffitto, decisi che era giunta l’ora di sfondare le barricate e colonizzare anche il salotto e l’atrio.
Quando avevo quindici o sedici anni ricordo che mio padre cominciò a temere che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in me, dato che non mi truccavo e snobbavo con grande passione le gioie dell’abbigliamento truzzo. Ebbene sì, mi vestivo a caso, ma leggevo ed ascoltavo con molto criterio.

Da allora, come dicevo, le mie abitudini di consumo non sono variate granché, eccettuato il fatto che quasi tutti i libri e i dischi che compro vengono dalla magica terra di Internet.
Di recente ho sviluppato anche una nuova passione per le riviste irreperibili sul mercato italiano. Parte della colpa è di due libri, che acquistai su BookDepository dopo averne letto chissà dove e chissà quando.
Oggi vi parlo del secondo, perché ce l’ho qui sulla scrivania e perché, a differenza del primo, ha direttamente a che fare con una rivista viva e vegeta.

Il libro in questione si chiama BitchFest. Ten Years of Cultural Criticism from the Pages of Bitch Magazine (AA. VV., a cura di Lisa Jervis e Andi Zeisler). Come dice il titolo, si tratta di un’antologia di articoli apparsi sulle pagine della nota e notevole rivista americana Bitch, di cui qui si è già parlato brevemente.
Il bello di questo libro è che permette anche a noi lettrici/lettori italiane/i di assaporare un approccio critico alla pop culture che, a mio avviso, è a dir poco peculiare, se non altro agli occhi di una ventenne italiana. Reperire commenti ben scritti, ben argomentati e soprattutto non tediosi sul modo in cui le donne vengono rappresentate nei mass media non è esattamente una passeggiata.
Negli ultimi tempi si è parlato molto di questi temi, vista la triste situazione in cui riversa il nostro paese, ma ciononostante io continuo a sentire la mancanza di una testata che scavi ulteriormente, dando spazio non solo alle donne in generale, ma anche anche a categorie che saremmo portati a non leggere nemmeno nel nostro radar.
BitchFest mi ha condotta per mano lungo un percorso che si snoda lungo una serie di nodi tematici densi e significativi (alcuni esempi: Hitting Puberty, Feminily, Masculinity and Identity, The F Word, Love, Sex and Marketing, Beauty Myths and Body Projects, Activism and Pop Culture), punteggiati da articoli ironici, irriverenti e che sembrano fatti apposta per farti venire voglia di approndire questioni delle quali eri totalmente all’oscuro fino a ieri.
Dall’analisi sociolinguistica dell’espressione “You Guys” alla disamina di decenni di narrativa per young adults alla ricerca di protagoniste lesbiche che non facciano una brutta fine, passando per il fenomeno televisivo delle Mean Girls e molto altro ancora.
Il bello di BitchFest è la varietà delle voci che lo compongono, la sua natura composita e la conseguente molteplicità di temi e angolature che vi trovano spazio. Certo, la questione principe è quella del genere, nelle sue mille declinazioni possibili (tra autobiografismi, rappresentazioni mediatiche e l’imperitura questione del corpo), ma mai in un’ottica segregata dalle esperienze che viviamo quotidianamente. La classe sociale, l’appartenenza ad una minoranza etnica o religiosa, l’orientamento sessuale sono variabili che non vengono mai dimenticate. Questo fa di BitchFest una sorta di compendio di analisi femminista rivolto ad un pubblico molto vasto, ma pensato soprattutto per le ragazze appassionate di pop culture che necessitano dei giusti strumenti critici per individuarne ed analizzarne le insidie. Particolarmente pregevole è l’ultima sezione del libro, dedicata alle forme di attivismo che permettono a tutte noi di influenzare il modo in cui le donne vengono rappresentate nei mass media, dalla quale traspare un’idea lucida e pragmatica del rapporto che lega indissolubilmente femminismo e pop culture.
Caldamente consigliato a lettrici e lettori, sperando che un giorno BitchFest venga tradotto anche in italiano.

* l’illustrazione in apertura è tratta da hannahklee.com


  1. […] fare con il magico mondo della cultura pop in chiave femminista. Ne ho già scritto profusamente qui. Tags: alison piepmeier, ancora dalla parte delle bambine, andi zeisler, barrie thorne, bitch […]

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