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Che cosa s’intende per “icona”?

Dal greco eikón (immagine), il termine icona in origine era usato per designare le immagini a carattere religioso (nella fattispecie il Cristo e la Madonna) dipinte su tavola o metallo ed esposte al culto pubblico. Era quindi una parola usata esclusivamente in ambito artistico.
Con lo svilupparsi della cultura pop, il termine “icona” diviene attributo assegnabile a qualunque cosa (loghi, persone, immagini, gli stessi nomi propri) risulti particolarmente rappresentativa di un periodo storico, un luogo o una generazione e alla quale un vasto gruppo di persone riesca a ricondurre un forte valore culturale.
Icona è ciò che risulta immune allo scorrere del tempo; ciò che mantiene inalterata la propria efficacia espressiva e si incide permanentemente nella nostra memoria.


Con questo post prende il via una mia nuova rubrica dedicata ad icone che popolano con prepotenza a livelli variabili il mio immaginario e cui mi fa piacere dedicare un piccolo spazio di approfondimento. Voglia essere di vostro gradimento.
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Moltissime/i di voi avranno già visto quest’immagine prima d’ora. Manifesti, spille, tee shirts, merchandise di vario tipo, quest’immagine ha ormai spopolato il nostro immaginario. Ma da dove è sbucata? Di chi si tratta, veramente? Vedo qualche mano alzata, bene sì, qualcuno lo sa; qualcuno ne ha una vaga idea, altri si fingono svenuti per evitare di rispondere. Bene, sono qui appunto per chiarire qualche dubbio.
Ci si riferisce alla suddetta
immagine come a ROSIE THE RIVETER. Rosie, nome comune di donna, e Riveter nel senso di “imbullonatrice”, “colei che fissa coi chiodi” o, a voler essere estremamente precisi, “rivettatrice” (applauso meritato, se sapete cos’è un rivetto).
L’America inizia a parlare per la prima volta di “Rosie the riveter” quando, nel 1942, l’omonima canzone di Redd Evans e John Jacob Loeb diventa tormentone nazionale.
Questi i versi principali (potete ascoltarla qui intanto):
While other girls attend their fav’rite cocktail bar
slippin’ dry martinis munchin’ caviar
there’s a girl who’s really puttin’ them to shame
Rosie – is her name.
All the day long, whether rain or shine,
she’s a part of the assembly line,
she’s makin’ history,
workin’ for victory,
Rosie, the riveter.

La canzone esaltava l’operato dell’efficiente addetta alla catena di montaggio Rosie, rimproverando nel contempo la mancanza di patriottismo delle donne che, diversamente dalla protagonista, non contribuirono allo sforzo bellico del paese, preferendovi la frequentazione di cocktail bar (l’iperbole, la figura retorica preferita dagli uomini, nda).

Si era nel pieno del secondo conflitto mondiale e gli Stati Uniti vi avevano appena preso parte. Gli uomini, convocati in massa al fronte, dovettero lasciare vacanti i loro posti di lavoro. La produzione di materiale bellico rischiava di subire una brusca frenata, proprio ora che le richieste di munizioni e mezzi da parte dell’esercito erano alle stelle. Chi avrebbe potuto sostituire questi uomini se non le loro mogli o le altre giovani donne americane? Che questa fosse l’unica soluzione praticabile era ovvio sia alle varie aziende che al governo; si poneva d’altra parte il problema di sensibilizzare le donne, tradizionalmente dedite alla cura della casa e dei figli, a collaborare allo sforzo dell’intera nazione. Il governo indisse così una vasta campagna propagandistica atta a convincerle (e a convincere i loro mariti, restii a vederle ricoprire certi ruoli) che la loro presenza nella forza lavoro fosse essenziale in questo frangente. “Do the job he left behind” e “The more women at work, the sooner we will win” furono solo alcuni degli slogan scelti per l’occasione.

 

La risposta delle donne americane a questa campagna superò ogni aspettativa. Addirittura molte delle aziende che fino a quel momento avevano dato lavoro alle donne (e parliamo di occupazioni tradizionali all’interno, per esempio, di lavanderie) furono costrette a chiudere per mancanza di personale.

 

Molto numerosa fu anche la partecipazione di donne afroamericane: si dice che proprio il lavoro di squadra che vedeva coinvolte operaie bianche e operaie nere riuscì a stimolare un’accettazione positiva della diversità, contribuendo ad abbattere alcune delle barriere razziali allora esistenti.

Il medesimo anno in cui venne rilasciata la canzone di Evans e Loeb, l’artista e grafico americano J.Howard Miller realizzò il noto manifesto “WE CAN DO IT!” (:possiamo farcela) per la Westinghouse Company (compagnia che l’aveva assunto allo scopo specifico di realizzare posters a sostegno dello sforzo bellico). Miller realizzò quest’immagine prendendo spunto da una fotografia scattata qualche tempo prima ad una ragazza che lavorava in fabbrica. Si trattava di Geraldine Hoff (poi Geraldine Doyle), diciottenne addetta alla pressa metallica dell’American Broach & Machine Company di Ann Arbor – Michigan. Geraldine in realtà lavorò per pochissimo tempo in questa compagnia: essendo violoncellista e temendo di potersi seriamente danneggiare le mani svolgendo quel tipo di lavoro, lasciò la ABMC molto presto. Il caso volle che proprio nel periodo che trascorse in fabbrica le venisse scattata una foto (visibile qui sotto) da un addetto dell’United Press International; proprio la foto su cui Miller lavorò in seguito per realizzare il celeberrimo manifesto.

Il manifesto “We can do it!” non fu associato immediatamente al nome di “Rosie the riveter” e non fu nemmeno così popolare, all’epoca: creato per un progetto interno alla Westinghouse Company, fu esposto solamente per poche settimane. Dopodiché finì nel dimenticatoio. La stessa Geraldine non seppe di esserne stata la modella fino al 1984, quando una rivista americana pubblicò un articolo in cui le veniva accreditata la foto del poster. La sua riscoperta e la sua incoronazione ad icona del femminismo avvennero solamente nei decenni successivi, quando le attiviste presero ad invocare nel suo nome un più dignitoso trattamento sul posto di lavoro.

 


La prima vera volta in cui il nome Rosie venne associato ad una rappresentazione grafica della donna lavoratrice fu con il dipinto di Norman Rockwell, finito sulla copertina del Saturday Evening Post nel 1943. Rosie vi è ritratta mentre consuma il pranzo tenendo in grembo un attrezzo per fissare i bulloni e calpestando indifferente una copia del Mein Kampf hitleriano. La posa della donna è ispirata curiosamente ad Isaia il profeta ritratto nella Cappella Sistina. La modella di Rockwell fu Mary Doyle (poi Keefe), un’operatrice telefonica di Arlington – Vermont – all’epoca diciannovenne. Le venne chiesto di posare per impersonare Rosie e lei accettò. Ebbe modo di vedere il quadro ultimato solo successivamente, quando era già stato scelto come copertina del Saturday Evening Post:fu piuttosto sorpresa nel vedere come la sua esile corporatura fosse stata convertita in una silouhette decisamente più forzuta (tuttavia le scuse dell’artista non tardarono ad giungerle). Da questo momento in poi “Rosie” divenne il modo più comune per descrivere tutte le donne lavoratrici d’America che collaborono allo sforzo bellico (e viene tuttora usato per ricordarle).
La figura di “Rosie the riveter” ispirò un movimento sociale che fece registrare nel 1944 un aumento (rispetto al 1940) del 57% delle donne americane al lavoro. Sebbene le donne avessero in quel periodo guadagnato una certa visibilità e credibilità in quanto operaie (e non solo: i dati parlano di donne che davano il loro contributo all’economia americana ricoprendovi i ruoli più disparati), la paga che ricevevano per il lavoro svolto era comunque inferiore a quella percepita dai loro mariti: si parla di $31,50 alla settimana contro $54,65. Il lavoro era faticoso e sgradevole (psicologicamente difficile, se non altro perché ci si recava al lavoro sapendo che fuori impazzava una guerra, che gli uomini sarebbero potuti non tornare e che il lavoro doveva essere svolto in modo impeccabile); tuttavia molte donne vollero rimanere ai loro posti anche quando gli uomini fecero ritorno dal fronte. Furono però una minoranza: a guerra finita, gran parte delle Rosie tornò ad occuparsi della casa o di altre mansioni tradizionali, restituendo il posto di lavoro agli uomini che lo reclamavano. Ciononostante diversi storici hanno osservato come l’esperienza di Rosie sia servita a dare alle donne maggior fiducia in loro stesse, gettando le basi per ciò che, in seguito, si sarebbe sviluppato come un più compiuto movimento al femminile ed una più decisa partecipazione alla forza lavoro. Ciò che aveva legato tra loro le lavoratrici americane durante il periodo bellico era stata la nuova consapevolezza di essere in grado di fare i lavori tradizionalmente assegnati agli uomini, e per di più di saperlo fare bene.

Ho ritrovato in rete la testimonianza di una donna, Inez Sauer che durante la guerra lavorò per la Boeing come addetta agli attrezzi; mi sembra più che esaustiva di quanto si sta dicendo:

“Mia madre mi aveva avvisata del fatto che, una volta iniziato quel lavoro, non sarei più stata la stessa.Mi disse ‘ Non vorrai più tornare ad essere una casalinga’. A quel tempo non ci pensai; ma aveva ragione, cambiai davvero. Alla Boeing sperimentai una libertà e un’ indipendenza mai provate prima. Dopo la guerra non sarei più potuta tornare a giocare a bridge, ad essere una donna da club… non dopo aver visto che ci potevano essere dei lavori per i quali avrei potuto usare la testa. La guerra mi ha completamente cambiato la vita. Si potrebbe dire che crebbi solo allora, a trentun’anni.”

Qualche passo avanti era stato fatto, ma solo successivamente (negli anni Settanta, proseguendo negli Ottanta), la riscoperta della figura di Rosie divenne cruciale per le donne che intendevano lottare per vedere riconosciuti i propri diritti. Essa divenne infatti riferimento per le attiviste e venne riutilizzata persino all’interno della letteratura popolare. Nel 1981 è uscito un documentario dal titolo The life and times of Rosie the riveter curato da Connie Field, che ha avuto l’idea di girarlo dopo aver partecipato ad un meeting di storiche Rosie in California. Il film si basa sulla raccolta di interviste (circa 700) e ricerche:vi si racconta la vera storia di cinque donne americane che ebbero a lavorare in fabbrica durante la Seconda Guerra Mondiale, il tutto intervallato da musica dell’epoca, immagini e pubblicità di repertorio. Il film ha ricevuto diversi riconoscimenti e è stato doppiato doppiato in più lingue (non in italiano, purtroppo; ma i/le più abili con l’inglese non temano: si può facilmente rinvenire in rete).

Out of curiosity. Come molte altre icone note, anche la povera Rosie la rivettatrice ha finito per diventare oggetto delle più diaboliche campagne di marketing nonché di produzione di chincaglierie: esistono persino delle action-figures (sì, dei simil Big Jim) di Rosie, così come delle statuette dal testone semovente ispirate alla figura di Rosie-Geraldine, degli zoccoli con la sua effige sul davanti; persino quelle sfere-soprammobile (con la neve finta dentro) ne hanno tratto.

 

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