Nessuna vita è bella come sembra, nessuna vita è brutta come sembra: c’è una crepa in ogni singola cosa. Cercala, infilaci due dita e guarda la luce che entra. Segui quella luce fino a quando non senti di aver toccato il fondo.

L’ultimo romanzo di Violetta Bellocchio, La festa nera, si concentra qui, nella crepa. Pubblicato a giugno da Chiarelettere, racconta l’Italia tra pochi decenni, selvaggia e distrutta, con baraccopoli allestite appena fuori dalle autostrade e posti di blocco, epidemie, la cioccolata utilizzata come bene di scambio. «Sei mesi fa c’è stata la fine del mondo» spiega Ali, la voce narrante, fonico in una troupe che realizza documentari provocatori sulle stranezze che caratterizzano questa nuova realtà, dove convivono santeria e youTube, eserciti di bambini armati e maratone di cronaca nera d’annata, proiettate all’aperto sulle terrazze di Milano.

La copertina del libro (ediz. Chiarelettere)

Le prime pagine del libro si leggono di fretta, complice lo stile asciutto che procede ripidissimo, illuminando solo i pochi dettagli necessari, capaci di spalancarsi come panorami e subito dopo richiudersi. Si è curiosi di sapere quale immane cataclisma abbia trasformato paesi e città, ma ci si accorge presto di essere stati tratti in inganno. La fine del mondo non coincide con nessun evento tragico, nessuna apocalisse zombie, nessun conflitto nucleare, nessuno tsunami. È una faccenda privata: “È buffo, perché tante persone credono ancora che la fine del mondo sia un fatto di grattacieli che crollano, di bambini che piangono, e continuano a crederci anche se stanno già vivendo in mezzo alle macerie”.

Ali non è sconvolta da ciò che lo circonda, è il suo tempo presente, è la normalità. La prospettiva sulla trama cambia, ruota come una macchina da presa, cambia focus. Ed è inevitabile porsi qualche domanda.

Sta succedendo anche a noi? La fine del mondo è cominciata e noi non ce ne siamo accorti? Le risposte, molto gentilmente, le ha fornite la stessa Violetta Bellocchio.

Violetta Bellocchio: Ho voluto raccontare una fine del mondo soft. Lo sgretolamento e l’indifferenza sociale, l’insensibilità alla violenza, il costo spaventoso dei beni per chiunque resti in città, le difficoltà abitative. I luoghi che ho descritto sono invivibili, sono veramente così lontani?
Il meccanismo che determina il contesto del romanzo non è molto distante da quello di Black Mirror: ogni puntata racconta trasformazioni gigantesche, scaturite da una piccola innovazione, da un piccolo cambiamento. Se ci pensi, attualmente stiamo nel mezzo di un cambiamento climatico e non sono poche le persone che si domandano dove possono andare il prossimo anno per stare meglio, come possono organizzarsi. Cominciamo a farlo.

Gli sforzi individuali non vanno molto oltre il buon proposito di consumare di meno, ognuno si attrezza come può, come succede ed è già successo per sopravvivere alla crisi occupazionale, all’impoverimento. Ognuno fa i propri ragionamenti, magari quest’anno mi sposto, risolvo l’affitto andando dove costa di meno.
Tempo fa avevo letto un pezzo su Vice che mi ha colpito molto. Si intitolava “Come sono finita a occupare in via Gola”. Racconta di una ragazza impegnata nell’editoria che si è licenziata da un lavoro stabile, di cui non sopportava alcune dinamiche, e ha cominciato a occupare perché non aveva più soldi per pagare la stanza. La cosa interessante è che lavora con lo smartphone, fissa appuntamenti con Tinder, è abbonata a Netflix. La sua occupazione non nasce da motivazioni da duri e puri, non è ideologica. È una risposta pratica.

Per i protagonisti la fine del mondo corrisponde a quella che in gergo viene definita shit storm: vengono insultati e attaccati pesantemente a causa di un reportage controverso, pubblicato online. La violenza travalica lo schermo, mette a repentaglio la loro incolumità fisica. Il nucleo della bomba esplosa attorno a loro sembra essere questo: «Tutto diventa pubblico, tutto va in frantumi». È questo il pericolo più grande? Non il razionamento del pane ma la perdita del sé?

Bisogna specificare: i tre protagonisti non sono mai state delle brave persone, non sono degli innocenti in una centrifuga impazzita, hanno sempre vinto loro. Prima del cataclisma ci sono stati dodici anni di fortuna e decisioni discutibili. Quando andava bene se la sono goduta. La prima volta che hanno messo piede sopra la linea l’hanno pagata.

Per Misha la situazione è mostruosa, lei è la persona pubblica di cui sono state diffuse informazioni private, ma anche gli altri della troupe hanno avuto problemi. Come quando butti un sasso nell’acqua e progressivamente si allargano i cerchi. In questo cataclisma ci è finita anche Ali, che era la settima nella lista dei crediti. Lo stalking è endemico attorno a loro, non ci si può fare niente, e la dimensione privata quando diventa pubblica è totalmente fuori controllo.
Quando Ali denuncia la situazione al poliziotto lui le intima di tornare con un tampone vaginale, altrimenti non raccoglie nemmeno la segnalazione. Io credo che sia accettabilissimo non volersi mettere in vetrina, che sia legittimo non voler essere riconosciuti. Ma credo anche che chi svolge certi mestieri alcune cose debba tenerle a mente, perché ormai siamo tutti personaggi pubblici.

Il riscatto nel romanzo passa attraverso un nuovo documentario. Misha, Nicola e Ali vogliono filmare cinque comunità che hanno trovato casa in Val Trebbia, persone che si sono allontanate per inseguire stili di vita che eufemisticamente si potrebbero definire alternativi. Una di queste si chiama Secondo Zion, si fonda sul principio – attribuito alla Bibbia, Genesi 22:17 – che il mondo sia finito nel 2015. I suoi adepti non utilizzano nulla che sia stato prodotto dopo quell’anno, mangiano alimenti scaduti, non assumono farmaci perché tutto quanto è stato sintetizzato prima di quella data è diventato inservibile. Come mai hai scelto quell’anno? Jessarae, seguace della setta, lo definisce così: «è stato l’ultimo momento nel regno dell’uomo in cui si era disposti a fingere che andava tutto bene». Credi veramente che il 2015 abbia rappresentato un giro di boa?

Non volevo indicare una data troppo forte, non volevo per esempio l’attentato al World Trade Center. Quello fu scardinante, tutti pensammo: bene, adesso parte la terza guerra mondiale. Il bersaglio era notissimo, un grande edificio che si faceva notare e che a torto o a ragione era considerato il cuore dell’occidente. C’erano gli aerei dirottati, non era un “invadiamo il mondo entrando dalla porta di servizio”. I ragazzi più giovani non l’hanno vissuto con la stessa intensità, erano bambini all’epoca e probabilmente sono stati protetti, non lo avvertono come una cesura.

All’epoca non finii a Secondo Zion ma quasi: per dei giorni me ne andai via, a un centinaio di chilometri da casa, non è stata proprio una fuga tra i monti ma avevo ben in testa il fatto che volevo levarmi da dove stavo, non volevo essere sola in una grande città.

Il 2015 è l’anno del Bataclan e dell’attentato a Bruxelles, agguati terroristici spaventosi. Dietro al Bataclan non c’era nemmeno una grande regia occulta, solo delle teste calde. É stato l’anno della nave naufragata nel Mediterraneo. Mi ha turbato molto l’ondata di protesta che si abbattè su Pagina Tre a distanza di un anno, quando alla radio – in un programma ascoltato solitamente dalla classe media – si parlava del recupero e del riconoscimento dei corpi, ancora in corso. Si lamentavano tutti: abbiamo già abbastanza problemi, dicevano, perché dovremmo occuparci dei cadaveri? Il 2015 è stato un anno di merda anche personalmente, i fatti miei coincidevano con fatti di una gravità enorme, mi ha sempre dato una percezione di forte pericolosità.

Violetta Bellocchio

Dal 2015 al 2018: cosa giudichi pericoloso ora?

Uno dei problemi più gravi è il ripiegamento sul privato, soprattutto nei più giovani. Nelle generazioni più adulte mi fa paura chi dà per scontato il ricambio generazionale, della serie: sono arrivato fino al segno, devo farmi gli affari miei, arriverà qualcun altro. Ma possono passare degli anni prima che arrivi veramente, perché andare controcorrente è difficilissimo, e bisognerebbe dare una mano a chi sta cominciando.

Il web è pieno di haters, muri di odio, e in pochi prendono posizione. Vedo giovani straordinariamente bravi con il linguaggio, abilissimi nel ragionamento e anche nella dialettica, però resta tutto su Twitter. Li stanno leggendo 50 persone se va bene e nel frattempo li stanno buttando fuori dai locali, chiudono gli spazi pubblici, è un vortice. Vedo giovani molto bravi a definirsi, ma intorno c’è un mondo che brucia. Non solo chiudono gli spazi autogestiti, ma anche i semplici locali.

Abbiamo davanti anni duri e io credo in passato di non aver fatto abbastanza, passerò il resto della vita impegnandomi, provando a fare di più, cominciando proprio dalla presenza fisica, dall’occupare uno spazio, dall’essere presente. Ci tengo tantissimo agli attivisti, agli artisti, il messaggio che ho per loro è semplice: prendetevi degli spazi, non importa se sono piccoli o poco frequentati, importa esserci nel mondo concreto. Va bene la polemica sui social, va bene l’approfondimento, sono tutte cose giuste, che magari cadono sott’occhio a chi si sente solo e non sa articolare la situazione in cui vive e diventano utilissimi, ma non si può fare la rivoluzione su Facebook. Bisogna esserci.