Durante le ore di Storia, i dodicenni della mia classe concepiscono sempre almeno quindici domande che iniziano con “e se”. Il vecchio detto che la storia non si fa con i se e con i ma l’avrete sentito anche voi, ma c’è qualcosa di fondamentalmente umano nel tormentarsi con domande di questo tipo. Il mio “e se” storico più profondo, quello più capace di tenermi sveglia la notte, è: “e se in Italia avesse vinto il fascismo?”.

Ora potreste dirmi che, in realtà, il fascismo vinse eccome: mischiando sapientemente violenza e legittimazione attraverso il voto vinse al punto da governarci per vent’anni. Essere nati dopo, però, lascia alle persone come me il lusso di concepire il fascismo attraverso gli occhi della Resistenza: la lunghezza del ventennio rimane surreale, sinistra, quasi astratta, mentre con una vividezza quasi feroce ci si precipita verso la nascita della Resistenza che – con l’aiuto degli Alleati, certo, ma anche dolorosamente e indiscutibilmente con le proprie mani – il fascismo infine lo sconfisse. Ecco, il mio “e se” arriva a questo punto: e se il fascismo fosse rimasto al potere? Se avesse abbattuto la Resistenza? Se avessimo perso? Con una domanda del genere in mente, come si può non rimanere svegli la notte?

Questo mio “e se” è probabilmente il motivo per cui le storie sul Franchismo spagnolo mi addolorano, attraggono e appassionano. Il Franchismo è l’unico fascismo del Novecento che non fu sconfitto da una resistenza, che finì quando il dittatore morì pacificamente nel suo letto. Come potesse essere la vita di chi ha combattuto quel regime, se n’è visto sconfitto e ha dovuto continuare a vivere è una delle cose su cui ho riflettuto guardando il film del 2011 La voz dormida, tratto dall’omonimo libro della scrittrice Dulce Chacòn che, in Italia, è arrivato col titolo Le ragazze di Ventas. Proverò a parlarvi di questo film nel modo più coerente che il mio amore folle mi concederà; la versione breve è: guardatevelo!

La storia di due sorelle: Pepita e Hortensia

Siamo nel 1940. Il colpo di Stato di Francisco Franco ha avuto successo, i suoi uomini hanno vinto la guerra civile che ne è scaturita, e la Spagna muove i suoi primi passi in una nuova normalità che di normale non ha nulla. Pepita è giovanissima quando, in questo contesto, si trasferisce a Madrid dal suo paesino in Andalusia. Non lo fa certo per cercare fortuna, questa ragazzina dagli occhi sgranati e la morale cattolica e le buone maniere. Il fatto è che sua sorella è finita nel carcere femminile di Ventas, quello per le prigioniere politiche, e Pepita – che nella guerra civile ha già perso suo padre – va a cercare lavoro in città per poterla andare a trovare ogni giorno, per portarle cibo, vestiti e qualche abitino ricamato per la bambina che nascerà di lì a poco, in carcere; sempre che la sorella non venga fucilata prima.

La prima volta che vediamo Pepita e Hortensia parlare da una parte all’altra delle sbarre del carcere, le due ci sembrano il giorno e la notte. Gli occhioni azzurri di Pepita, il suo parlar semplice, la paura che emana da tutti i suoi gesti da un lato; la schiena dritta di Hortensia, la sua voce vibrante, la sfida che emana da ogni suo movimento dall’altro. Nel carcere di Ventas ci sono anche donne la cui unica colpa politica è aver dato da mangiare a un figlio partigiano; Hortensia, però, partigiana lo è davvero. Socialista, combattente, rivoluzionaria, in quel primo incontro chiede alla sua timida sorella di andare in collina per comunicare col gruppo di ribelli di cui faceva parte: tra di loro c’è suo marito e lei ha bisogno di entrare in contatto con lui.

È l’ultima volta che Pepita e Hortensia apparterranno a mondi incomunicabili: Pepita accetta, timorosa e convinta che quella possa essere una prima e ultima volta, ma in collina suo cognato è stato ferito, al posto suo arriva un ragazzo giovane, colto e irriverente e, in men che non si dica, Pepa si ritrova immersa fino al collo nelle vite degli ultimi ribelli.

La storia di innumerevoli sorelle

La voz dormida è un film che ne contiene mille. È il romanzo di formazione di Pepita, protagonista che scardina tutte le convenzioni rimanendo sempre fedele a sé stessa. È una storia d’amore epica, di quelle che vi daranno un sorriso insopprimibile ad ogni credibilissimo battibecco tra Pepita e il suo rivoluzionario innamorato. È tra le migliori rappresentazioni della sorellanza che abbia mai visto, sia che si tratti del legame di sangue tra Pepita e Hortensia che dei legami acquisiti tra le donne incarcerate, intente a costruire una solidarietà incrollabile che è essa stessa un atto di ribellione.

È una storia convintamente socialista che denuncia gli orrori del Franchismo e, con esso, di tutti i fascismi. Ed è inevitabilmente la storia di una sconfitta, ma non è un film rassegnato: è vibrante, appassionato e innamorato della politica nella sua forma più pura. Se siete in grado di guardarvelo in spagnolo, procuratevelo ora. Altrimenti, leggetevi il libro di Dulce Chacòn – che per una volta mi è piaciuto un po’ meno del film ma è comunque coinvolgente, onesto e bello – e pregate che gli dei della distribuzione si decidano a portare il film in Italia. Perché non l’hanno ancora fatto, chiedete voi? Secondo me per tutte le scene in cui le suore cattoliche si comportano esattamente come si comportavano durante il Franchismo, cioè come le più ferventi e violente seguaci del dittatore. Ma, ehi, magari mi sbaglio.