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Pillon e il ddl 735/2018: ritorno al passato

Pillon e il ddl 735/2018: ritorno al passato

Succede che un matrimonio non funzioni e, spesso, capita che nel processo di separazione e divorzio vengano coinvolti anche i figli. Niente di strano, non siamo più negli anni Sessanta, lo stigma sociale è acqua passata, e molte coppie, pur con difficoltà e percorsi personali faticosi, riescono ad arrivare a un compromesso – almeno per il bene dei figli – che, a fronte del venir meno di un rapporto di coppia, non implichi la fine di un percorso genitoriale comune. Lo Stato allora tutela tutto questo affidando, nella maggior parte dei casi, i minori in modo congiunto, secondo schemi concordati dai genitori, oppure, quando questo non è possibile, ad un solo genitore, che deciderà poi le modalità di visita dei figli da parte del ex coniuge.

Statisticamente i bambini, soprattutto più piccoli, vengono affidati alla madre (anche in caso di scelta condivisa) e, sempre statisticamente, alla madre spetta un assegno di mantenimento – qualora in suo reddito sia inferiore a quello dell’ex coniuge – per il sostentamento dei figli. Mamma e papà di separano, i figli rimangono con la mamma, vedono il papà con modalità concordate di comune accordo, mamma guadagna meno (per approfondimenti sulla disparità salariale fra uomo e donna in Italia rimando a questo pezzo d’archivio di Bianca Bonollo), papà versa un assegno per le spese.

A volte questo può essere molto oneroso per una persona divorziata: lo stipendio resta uguale, le spese di affitto e mantenimento personale – un tempo divise per due – tornano in capo al singolo, in più ci sono i figli. Ma le scelte personali non dovrebbero mai ricadere sui figli. Questa è la premessa dell’attuale legge: i minori vanno garantiti.

Scena dal film “Kramer contro Kramer” (1979)

Questo nelle situazioni in cui la mediazione – svolta dalla coppia in autonomia o con l’assistenza di persone qualificate – è possibile. In alcuni casi però il divorzio arriva per ragioni di violenza, pressione, intimidazione, per atteggiamenti e stili di vita scorretti da parte di uno dei due coniugi, che ovviamente si riverberano anche sui figli. In questo caso, fin ora, la Legge ha garantito i minori con l’affidamento esclusivo e con una serie di vincoli piuttosto stringenti, in caso di rifiuto da parte dei minori ad avere contatti con il genitore non affidatario, che permettessero la serenità di bambini e ragazzi.

Fin qui, direbbe qualcuno, tutto bene. Poi un giorno arriva il senatore leghista Simone Pillon e propone una radicale riforma dell’affido. In sintesi i punti salienti:

  • mediazione obbligatoria;
  • tempi paritari ed equilibrio tra i genitori;
  • eliminazione dell’assegno di mantenimento;
  • lotta all’alienazione genitoriale.

Consideriamo un caso non limite (senza nemmeno addentrarci nell’inquietante sentiero di un affido paritario ad un genitore violento o con gravi problemi che inficiano la sua capacità di cura). Una coppia si separa. La madre (o il padre, decidete voi) rimane a vivere nella casa di famiglia, nella città dove i figli frequentano la scuola e hanno il loro “contesto di riferimento”. Il coniuge si trasferisce in una città vicina. I figli a questo punto dovrebbero giostrarsi su due realtà differenti, in modo paritario appunto, senza particolare voce in capitolo.

Questo potrebbe avvenire anche in caso di residenza nella stessa città, ma magari in un contesto che, per il minore, può risultare difficoltoso da accettare (un nuovo compagno/a, un contesto di parenti conviventi ostile…). A fronte di questo decadrebbe il diritto d’assegno, dimenticando che, a differenza di un’automobile, di uno stabile, di un conto in banca o un investimento, un bambino non ha un “costo fisso”. Normalmente le spese vengono concordate e discusse, così come la quota di assegno – in contesti di mediazione positiva – ma il presupposto da cui parte la caccia alle streghe di Pillon è evidentemente diverso da quello che ha mosso i legislatori anni fa.

Il senatore, che ha già ampiamente dimostrato la sua violenta misoginia con le dichiarazioni in merito al diritto all’aborto (con le donne che andrebbero “pagate per procreare” o, in caso di rifiuto, costrette), ritiene infatti che l’assegno di mantenimento altro non sia che uno stratagemma, da parte delle ex mogli, per estorcere denaro a padri vittime del sistema.

Padri che verrebbero poi “alienati” all’amore filiale da madri degeneri pronte a tutto per vendicarsi dell’abbandono. Questo rispecchia una mentalità arretrata e bigotta, che procede esclusivamente secondo lo schema donna tradita > risentimento > separazione > rivalsa. Poco importa che la legge, in questo senso, sia stata pensata per tutelare soprattutto la prole.

Ma, mentre si discute della proposta, abbiamo poi scoperto alcuni interessanti altarini. Pillon, strenuo difensore della famiglia tradizionale, è anche mediatore familiare. Proprio il tipo di professionalità che, da facoltativa, diventerebbe obbligatorio assumere in caso di separazione con figli a carico. Curioso vero?

Intanto il Movimento per l’infanzia si è chiaramente espresso sul caso, sottolineando come il ddl Pillon si basi su una caccia alle streghe inesistenti, ovvero quelle donne che, in modo premeditato, predisporrebbero delle false accuse per avvantaggiarsi della situazione di separazione. False accuse che, secondo il Movimento, si attesterebbero – fisiologicamente – fra l’1% e il 7% dei casi. Basterebbe insomma un ulteriore passaggio di controllo. Dimenticandosi, fra l’altro, che la maggior parte delle separazioni avviene, anche in presenza di forti conflitti fra gli ex coniugi, anche nell’interesse della prole, non considerata un oggetto – al pari del servizio buono dei piatti da dividere – ma un bene per la famiglia.

Il problema insomma è un falso problema. Già oggi, è esperienza comune, molte famiglie che, sulla carta non potrebbero permettersi una separazione onerosa, sistemano la “questione figli” in modo incruento (una sola casa, genitori che si alternano nell’accudimento, spese suddivise secondo la disponibilità). Quanto dipinto da Pillon – madri a caccia di assegni di mantenimento per fare la bella vita, padri cacciati di casa costretti a pagare per vedere i figli un giorno a settimana – è uno stereotipo degno della miglior soap opera più che una realtà sulla quale intervenire.

Quel che invece è certo è che, se questo disegno di legge verrà approvato, il senatore Pillon si garantirà profitti anche in caso di una futura mancata rielezione e che molte famiglie non avranno difficoltà nel pagare gli assegni di mantenimento, ma nel pagare il percorso obbligato della separazione. Con tutto ciò che ne consegue in periodo di crisi, ovvero figli costretti a vivere in situazioni di tensione dettate da separazioni di fatto e convivenze coatte. Quando, per ragioni di violenze domestiche o abusi, non si assisterà a qualcosa di molto peggio.


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  1. Alberto

    8 ottobre

    In un contesto di profonda trasformazione sociale che vede le donne sempre più affermate nel mondo del lavoro (sebbene con iniquo trattamento economico a parità di ruolo lavorativo) e per contro di padri sempre più impegnati nel ruolo di allevamento dei figli (signore si prenda atto che stiamo parlando di papà non di maschi procreatori votati alla violenza sessuale sulle donne) questo articolo manca di senso critico costruttivo su di una proposta di legge che invece ha finalmente aperto una finestra su quanto succede (spesso) iniquamente nei tribunali. Il DDL 735 NON toglie alle donne e ai figli il diritto sacrosanto di essere tutelati di fronte alla violenza ma pone al centro il diritto dei figli ad essere allevati con un padre ed una madre in modo equiparato; SOLO IN VIA SUBORDINATA si deve valutare la ripartizione di compiti e relativi oneri ma finalmente si parla di spese oggettive da valutare non di contributi calcolati sul reddito senza sapere dove vanno a finire quei soldi!!. Il precorso della MEDIAZIONE serve a colmare quel vuoto di informazioni sulla base delle quali IL GIUDICE, AL QUALE NON VIENE TOLTA ALCUNA COMPETENZA SULLE DECISIONI FINALI, potrà essere in grado di prendere delle decisioni più corrette di quanto stia facendo adesso, leggendo le documentazioni degli avvocati. Nessun genitore sano di mente (e meritevole di tale titolo) porta i propri figli in Tribunale, da uno psicologo forse si. Le battaglie femministe diano un tributo ad una causa di giustizia e non creino nuove ingiustizie.

  2. Caterina Bonetti

    8 ottobre

    La questione è leggermente differente. La figura del mediatore familiare già esiste e, tendenzialmente, sono gli stessi avvocati a far riferimento a queste figure professionali cercando d’indirizzare le famiglie con problemi di conciliazione verso una consulenza. Attenzione: il mediatore familiare non è (necessariamente) uno psicologo. Il mediatore è una figura di conciliazione che cerca di creare le condizioni affinché la separazione (con figli o meno) risulti la più equilibrata possibile anche in presenza di tensioni (poi fanno anche molte altre cose, ma non è questo il momento di spiegarle). Anche allo stato attuale, senza bisogno di modifiche di legge, la procedura di affido prevede vari passaggi: prima una decisione congiunta, che tenga conto in primis delle esigenze del minore, poi dei genitori, entrambi. Le modalità di cura, normalmente, vengono concordate, così come vengono concordate scelte e spese per i figli. Quando questo non è possibile? In caso di contrasti così forti da richiedere la presenza di un mediatore (ecco che compare) o in caso di impossibilità per ragioni legate al benessere/sicurezza del minore. Nessuno, con la legge attuale, può negare a un genitore che non sia manchevole o pericoloso per il figlio il diritto di crescerlo. Già oggi, in caso d’impossibilità di accordo, i giudici stabiliscono affidi congiunti con precise indicazioni di spazi e tempi riservati a ciascun genitore. Il ddl dice qualcosa di molto diverso: punta il dito contro gli assegni di mantenimento (come se normalmente chi li percepisce li utilizzasse per uso personale e non per i figli), obbliga tutti al ricorso alla consulenza di un professionista che, in molti casi, non è necessaria, pone, di fatto, le basi per un percorso che tutela maggiormente gli interessi degli adulti (madri o padri che siano) rispetto a quelli dei figli.

  3. Alberto

    23 ottobre

    Brutta faccenda per chi vuole mantenere privilegi totalmente slegati dall’interesse dei figli ai quali la cosa che più interessa è avere due genitori che con i loro approcci anche differenti possono solo fornire ricchezza alla loro vita.
    Aldilà delle chiacchere se i padri perseguitati dalle madri sono fra l’1 e il 7 % i padri presunti violenti non sono certamente di più. Aldilà delle chiacchere la 56 – 2006 nella prassi non porta ad alcun equilibrio se non preventivamente concordato. Ddl Pollon non è perfetto ma certamente migliore di quanto vive in questo momento.

  4. Alberto

    23 ottobre

    Scusate la digitazione frettolosa

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