L’avvento di Netflix nella mia vita, combinato col molto tempo passato a lavorare davanti al computer, ha notevolmente ampliato i miei orizzonti in fatto di telefilm: tra le serie tv che hanno superato la fase “compagnia di sottofondo” e mi hanno fatto dimenticare quello che stavo facendo, al primo posto c’è sicuramente Call The Midwife. Ormai ne sono letteralmente dipendente, ho fatto il conto alla rovescia dei giorni che mi separavano dallo speciale di Natale e ne ho parlato con chiunque mi sia capitato a tiro. Di seguito, troverete un elenco di motivi per cui è avvenuta questa magia.

1) Chiamate l’ostetrica!

Per qualche motivo difficile da spiegare, io che non riesco nemmeno a guardare una flebo senza il fortissimo desiderio di correre al bagno più vicino, ho sempre amato tantissimo i medical drama. E nonostante Call The Midwife sia conosciuto in Italia con il titolo L’amore e la vita (ma perché?) e venga ovunque etichettato come sceneggiato in costume, nessuno mi toglie dalla testa che è un medical drama, ambientato nella Londra a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, dove i parti non erano ancora diventati competenza del servizio sanitario nazionale e a supplire questa mancanza ci pensavano le infermiere-ostetriche domiciliari, se non le suore.

Seppure conti alcune inesattezze storiche, perlopiù sul tipo di strumentazione che veniva utilizzata, qualsiasi fatto narrato in Call The Midwife ha effettivamente un suo corrispondente storico ed è abbastanza verosimile.
Le prime tre stagioni sono basate sulle memorie di una vera ostetrica domiciliare, autrice dell’omonima trilogia diventata un bestseller nel Regno Unito: Jennifer Worth, che nella finzione ha il suo corrispettivo nella figura di Jenny Lee e ne diventa la voce narrante, ha iniziato a scrivere Call The Midwife come risposta a un articolo comparso nel 1998 sul Midwife Journal, in cui si diceva che la professione dell’ostetrica non era granché rappresentata nella letteratura. Le stagioni successive alla terza, invece, sono state basate su testimonianze storiche.

Jenny Lee (JESSICA RAINE) e Suor Monica Joan (JUDY PARFITT) – Ph: Neal Street Productions

2) La Nonnatus House

La serie è ambientata negli anni Cinquanta e inizia con Jenny Lee, appena uscita dalla scuola, che abbandona la sua vecchia vita e si trasferisce nel quartiere popolare di Poplar, nell’East End di Londra per lavorare come levatrice nel convento Nonnatus House. Una realtà più dura rispetto a quella dell’ospedale in cui si è formata, dove conosce le sue nuove colleghe – le infermiere-ostetriche Trix, Chummy e Chynthia, diversissime tra loro, ma fin da subito unite – e le suore anglicane che operano tra i poveri del quartiere – dalla burbera suor Evangelina alla dolce suor Bernadette, passando per la pragmatica madre superiora Julienne e, specialmente, sorella Monica Jones.

Prima di Call The Midwife, non ricordo di aver visto in nessun’altra serie televisiva una persona anziana affetta da demenza senile. Sorella Monica Jones è una donna anziana, che alterna momenti di straordinaria lucidità a momenti di totale confusione, rappresentando molto bene quel sentimento di frustrazione e impotenza comune alle persone anziane che non riescono più a esprimersi (o a farsi valere) come vorrebbero, ma anche facendoci ricordare dei sorrisi – un po’ tristi – che ci strappano quando ritornano bambini.
È anche il personaggio che, più o meno inconsapevolmente, porta le verità scomode all’interno della Nonnatus House, seppur mascherandole dietro discorsi sulla filosofia greca, l’allineamento dei pianeti e passi della Bibbia citati apparentemente fuori contesto.

Ho apprezzato moltissimo anche la coesistenza tra un mondo laico (rappresentato da Jenny, ma specialmente da Trix) e un mondo religioso (la conservatrice sorella Evangelina e la madre superiora suor Julienne), che senza appiattirsi e senza snaturarsi trovano comunque il modo di comunicare anche quando non sono propriamente d’accordo su tutto.

3) La rappresentazione della maternità

Parliamoci chiaro: se non vi piacciono i neonati o vi fanno schifo i parti, forse Call The Midwife non è la serie che fa per voi (ma se siete appassionati di storia della medicina, forse un pensierino ce lo farei comunque, visto che ho appreso perle quali cos’è un forcipebrr).

Alcune amiche mi hanno chiesto come accidenti riuscissi a guardare tutto quel sangue senza batter ciglio, o a sentir parlare di placenta tutto il tempo senza schifarmi. Eppure, anche se io amo tantissimo le storie di nascite, madri e figli, credo che la rappresentazione che ne viene fatta in Call The Midwife sia lontana dallo stereotipo della maternità come dono.

Ambientato in un’epoca dove gli aborti erano illegali (alcuni personaggi che incontriamo durante le stagioni muoiono cercando di procurarselo da soli), la pillola anticoncezionale ancora non esisteva e il controllo delle nascite era oggettivamente un problema, specialmente in famiglie povere con troppi figli a cui badare, le ostetriche della serie e gli sceneggiatori accolgono con estrema comprensione ogni storia, anche se non sempre c’è una soluzione o un lieto fine.

Molte volte ci sono donne, allora come adesso, preoccupate di non essere abbastanza brave con il loro bambino; vengono rappresentate spesso anche le ragazze madri, alcune che vorrebbero tenere il loro bambino ma non possono; altre che non vorrebbero tenerlo ma devono. Viene trattato anche il problema dell’allattamento al seno (se non allatti tuo figlio al seno non sei una buona madre, quindi rischi di farlo morire di fame a forza di tentativi falliti) e della sessualità dei disabili (allora negata e repressa in ogni modo, praticamente quasi come adesso).

Trixie Franklin (HELEN GEORGE), Marnie Wallace (CLAIRE LAMS) – Ph: Sophie Mutevelian

4) Dove sono i padri?

Call The Midwife è una serie con un cast quasi esclusivamente femminile, ambientata in un mondo quasi esclusivamente di donne (fanno eccezione il dottor Turner, il medico del quartiere che coordina le ostetriche in caso di bisogno, e il tuttofare Fred), dove saltuariamente emerge anche il problema dell’assenza dei padri.

Negli anni Cinquanta e Sessanta era impensabile che un uomo, a meno che non fosse il medico, si trovasse ad assistere a un parto, anche se il parto era della moglie. La serie televisiva qualche volta mostra un marito “presente” che insiste per rimanere e per dare una mano, ma più spesso si mette in scena l’autoesclusione degli uomini da questa parte della genitorialità, importante per loro anche se non ne sono protagonisti. E nonostante nella storia siano stati fatti enormi passi in avanti, in questa direzione, credo sia uno spunto di riflessione utile anche oggi, perché molto spesso si liquidano nascite e parti come cose da donne.

5) Se non c’è il lieto fine, c’è almeno la speranza

Call The Midwife è una serie che ha il coraggio di negare il lieto fine, nonostante le premesse. Per me che vorrei che le cose andassero sempre bene, almeno sullo schermo o nei libri, non è sempre stato facile accettarlo. Ma è difficile non venire ai patti con la realtà quando ogni episodio si conclude con il canto delle suore dentro la cappella della Nonnatus House, o la voce narrante di Jenny Lee, che ci ricorda che le cose prima o poi miglioreranno, che abbiamo fatto quello che potevamo e che il lieto fine negato questa volta forse verrà concesso la prossima.