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Oltre la norma. La carriera cinematografica di Agn...

Oltre la norma. La carriera cinematografica di Agnès Varda

Sentivo che mentre filmavo le Pantere Nere stavo catturando il processo di presa di coscienza del movimento, cosa non molto dissimile da ciò che stava succedendo alle donne con il femminismo, nel momento in cui avevano capito che potevano pensare e organizzarsi da sole, senza l’aiuto dei vecchi pensatori.

– Agnès Varda su Black Panthers, intervista del 1994

Agnès con il premio vinto a Locarno

Nata in Belgio da padre greco e madre francese, Agnès Varda è una delle poche registe dell’area francofona europea, il cui interesse per la prospettiva femminile – e femminista – è stata una costante dei suoi lavori, anticipando, in molte occasioni, quelli che sarebbero stati i temi principali della prima rivoluzione sessuale nel Continente. Nella sua frenetica esplorazione di come vengono percepiti i corpi femminili, l’artista è tornata numerose volte sul significato dell’essere donna all’interno di una società regolata dallo “sguardo maschile”, e su come le donne, di conseguenza, abbiano plasmato la propria identità in base a questo fattore, o come abbiano provato ad uscire da ciò che veniva loro imposto.

Gli inizi

La carriera da regista inizia per Varda nel 1955, con un lungometraggio dal retrogusto neorealista, La pointe courte, in cui mostra la vita modesta di un villaggio di pescatori sulla costa mediterranea della Francia. La svolta verso un cinema più intimo e soggettivo non si fa aspettare tanto. Dopo soli tre anni, la Varda inaugurerà la nascita del suo stile. In un corto di appena 17 minuti realizzato nel 1958, L’Opéra-Mouffe, la regista ci mostra, in un anno che non può nemmeno essere considerato come il preludio del rivoluzionario 1968, la percezione dello spazio dal suo punto di vista e la semplice quotidianità.

La macchina da presa è l’occhio di Varda (all’epoca incinta del primo figlio), che si muove attraverso la caotica “rue Mouffe”, un luogo popolato dal vivo commercio e da persone con tratti quasi caricaturali. Come lei stessa ha ammesso, il corto è il risultato di ciò che era portata a vedere attraverso la gravidanza, stato che per lei era ancora da esplorare, e della limitazione di movimento a causa di questo. È abbastanza facile immaginare che l’artista abbia voluto trovare altre forme di fare cinema e raccontare storie in un momento in cui il suo corpo non le poteva permettere di sostenere grandi sforzi. L’escamotage è stato quello di circoscrivere sì i suoi passi allo spazio ben conosciuto della zona in cui abitava all’epoca, ma di rendere questa “restrizione” una storia da raccontare.

Il modo in cui la regista vive lo spazio nel film è, infatti, determinato a priori dal suo stato fisico, che la porta ad indirizzare la sua attenzione a dettagli che non avrebbe notato altrimenti.

Essere una donna: Réponse des Femmes

La carriera della Varda è multiforme, va dai lungometraggi ai documentari, passando per la pubblicità, fino alla videoarte e all’integrazione della fotografia classica su pellicola cinematografica, con la quale cerca spesso di ricostruire i processi della memoria umana. Uno degli elementi più innovativi della sua opera è stato il ricorrere dei tract, un formato con cui si indica un corto o saggio, nel quale viene esaminato un determinato tema di natura politica e/o sociale. Il cine-tract più significativo è, senza ombra di dubbio, Réponse des Femmes, girato in occasione dell’Anno Mondiale della Donna, voluto dall’UNESCO nel 1975.

Antenne 2, la seconda rete televisiva francese, diede l’incarico a numerose intellettuali di creare approfondimenti sul tema “essere donna”. Varda scelse di analizzare il corpo femminile e il modo in cui viene giudicato in base ad un solo e unico criterio: la scelta o meno di procreare.

Estratto da Réponse des Femmes

Nessuno si è mai chiesto se Beethoven o Nietzsche fossero meno uomini per il fatto che non divennero mai padre (dichiara Varda in un’intervista del 2004) ma giudici, padri e mariti giudicano la scelta di ogni singola donna di diventare o meno una madre.

Varda mostra nel corto il paradosso per cui da un lato viene detto alle donne “sii discreta, nasconditi, mettiti un velo o chador, non mostrare nulla di te”, dall’altro venga depredato ogni centimetro del loro corpo, arrivando alla pura oggettivizzazione.
La reazione del pubblico francese a questo corto può essere riassunta con un aneddoto: le lettere piene di insulti arrivate alla regista. Gran parte dell’indignazione è nata dallo “shock” di aver visto in Réponse des Femmes una donna incinta che ballava nuda.

Réponse de femmes – Agnès Varda (1975) from Taller 2 – CCOM – UBA on Vimeo.

Il motivo della nudità è frequente nei film della regista franco-belga, sia come fatto privato che attesta la solitudine di un determinato personaggio, ma anche come semplice denudarsi, azione questa che viene analizzata e criticata nel momento in cui viene compiuta per qualcun altro. È così che mentre in Documenteur vediamo un uomo che si sta riposando su una terrazza sdraiato nudo con una mano sulla pancia, mentre la macchina da presa viola la sua privacy, in Une chante l’autre pas, Pomme, una delle due protagoniste, viene persuasa a togliersi i vestiti di fronte a un fotografo, che cerca in tutti i modi di immortalare con i suoi scatti l’idea che lui si è fatto della modella, che però inconsapevolmente rimane sfuggente, sottraendosi così alla volontà dell’artista.

Un’altra analisi visuale è quella che Varda fa con l’uso del corpo delle donne meno giovani, cercando di abituare l’occhio a forme umane meno convenzionali. E così troviamo donne anziane nude, circondate da ornamenti che ricordano la vanità e un tempo frivolo ormai lontano.

Da ricordare, infine, c’è l’irriverenza politica di Varda, impegnata in lotte sociali per la difesa dei diritti sulle donne. Tra i suoi fronti più attivi ricordiamo quello della battaglia contro la mutilazione femminile e la lotta all’AIDS, malattia per la quale vede come diretta responsabile del diffondersi dell’epidemia la religione cattolica.


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