La sensazione che ci sarebbe stato qualcosa di strano nella cucina di Masterchef, con l’arrivo della chef Antonia Klugmann a sostituire l’amato e compianto Carlo Cracco, era nell’aria fin dall’annuncio del suo nome a priori dalla messa in onda.
Dopo sei edizioni del programma in onda su Sky Uno, sempre più seguite e al contempo giudicate dal pubblico che già da un po’ ha iniziato a criticarne le dinamiche di scelta, e un sensazionalismo che è proprio di questo genere di televisione, nel primo episodio dell’edizione attualmente in onda, Carlo Cracco è stato salutato dai colleghi in maniera ilare nelle intenzioni, e posticcia nella realtà: Bastianich, Barbieri e Cannavacciuolo, conduttori in carica e reduci dall’abbandono del collega, riuniti intorno ad una bara circondata da fiori, sulla quale era poggiata una foto dello chef che ha di recente aperto una nuova sede del suo locale nella Galleria Vittorio Emanuele a Milano.

Antonia Klugmann

Una certa stranezza, infatti, ha fin dall’inizio pervaso le prime due puntate di Masterchef 7: Klugmann è stata introdotta con un approfondimento sulla sua carriera, dagli esordi nel suo primo ristorante, inaugurato a ventisei anni, alle sue conquiste, come la stella Michelin che il suo L’Argine a Vencò, a Dolegna del Collio (GO), ha guadagnato pochi mesi dopo l’apertura insieme al compagno Romano nel 2014. Il tutto, però, senza un briciolo dell’entusiasmo celebrativo che ricevette Antonino Cannavacciuolo nel 2015, quando si aggiunse all’organico di chef e non chef alla conduzione del programma. La sua presenza massiccia, e il fatto che fosse già apparso in tv, lo hanno reso un personaggio scoppiettante e fin da subito amato dal pubblico: un uomo che, in quanto uomo, non veniva criticato se alzava la voce, o se dimostrava severità nei confronti di un errore.

Per Klugmann, ahimé, così non è stato.

Durante uno dei provini degli aspiranti chef, infatti, i conduttori (quattro) si sono trovati davanti un piatto contenente delle capesante (tre): ebbene, i colleghi hanno lasciato a Klugmann appena una briciola del piatto da assaggiare, causando una reazione della chef visibilmente irritata, sebbene pacata e contenuta come saranno tutte le sue reazioni negli episodi a venire. Un gesto doppiamente maleducato: quello del concorrente che prepara una porzione insufficiente, e quello dei colleghi, che sembrano non tenere in considerazione la nuova venuta.

La seconda settimana di programma, tuttavia, le cose sembrano essere cambiate: i colleghi di Klugmann sembrano molto più inclusivi, non viene fatta alcuna battuta che possa lasciare a intendere un attacco al suo essere donna, e anche i concorrenti si rapportano alla chef allo stesso modo che con gli altri tre. Ed è qui che comincia qualcos’altro: il popolo del web si scatena. Su Facebook e Twitter sembrano essere in pochissimi (e io faccio parte di questo scarso numero), a non denigrare Antonia Klugmann. I commenti che ho letto più di frequente parlano di una chef antipatica, altera, algida, apparentemente troppo competitiva con le concorrenti donne, troppo severa.

 

 

Ma è la stessa Klugmann, in un’intervista di Angela Frenda per Corriere Cucina, a rivelare una situazione ben più grave: “[…] Sapevo che eravamo messi male con le donne, qui da noi, ma non così tanto. Cosa insegniamo alle nostre bambine? Che se sei remissiva e stai al tuo posto allora nessuno ti mena? Mi hanno dato della puttana, hanno minacciato di usare il sesso contro di me… Questo capita perché sono una donna. E sono purtroppo solo l’ultima donna a cui è successa una cosa del genere. Una vergogna”.

Mi fermo a pensare: stiamo parlando di un programma in cui Joe Bastianich, che è meno chef di me che ancora rompo le omelette (e che le chiamo frittate), in uno degli ultimi episodi andati in onda giovedì 11 Gennaio fa allusioni alle dimensioni dei genitali degli uomini asiatici mentre parla con due donne cinesi di uno studio di estetica, riuscendo nell’epica impresa di preparare finalmente un piatto con un abbinamento efficace: sessismo e razzismo in un’unica portata.

Nonostante ciò, è a conduzione di un programma di cucina trasmesso in prima serata, figlio di un franchise esportato in tutto il mondo, in cui il montaggio non ha pensato che fosse bene omettere quel segmento, preferendo invece strizzare l’occhio probabilmente alle stesse persone che iniettano vitriolo nel web con i loro commenti contro Klugmann. Cosa mi aspettavo? Non stiamo parlando di un docufiction candidato ai Globe. Non ha la stessa rilevanza degli insulti rivolti a Boldrini, presidentessa della Camera al governo italiano, alla quale viene augurata la morte circa un centinaio di volte al giorno.

Non ho bisogno di pensare ulteriormente per convincermi che il mio è un ragionamento che non fila. Klugmann, a Masterchef, è un personaggio pubblico: la presenza di una donna in ben due settori in cui le donne sono relegate a ruoli minori, come la cucina professionale e la televisione, è un evento importantissimo, del quale io stessa mi sono rallegrata al momento dell’annuncio della sua presenza nel programma. Non ha minore rilevanza l’astio che riversano machisti ignoranti sul web contro di lei solo perché si parla di intrattenimento leggero, specialmente se si riflette che, in fondo, Klugmann si comporta esattamente come si è sempre comportato Carlo Cracco (ma spaccando meno piatti e urlando di meno), dunque la disparità di genere in questo caso è quanto mai eclatante.

È divertente e mortificante al tempo stesso pensare che, anche se “il posto delle donne è in cucina”, in quelle professionali ciò non sembra valere. Solo nel 2005, Gordon Ramsay affermava che “molte donne sono capaci di preparare cocktail, ma nessuna di loro è davvero valida in cucina”. Contro la presenza delle donne nel faticoso mondo della ristorazione, specialmente di alto livello, si sono scagliati in moltissimi, con fallaci argomentazioni quali lo sforzo fisico insostenibile da una donna e gli orari che mal combaciano con gli impegni familiari.

Fortunatamente le cose stanno lentamente cambiando. Nella serie di documentari Chef’s Table, prodotta da Netflix e che mi ha causato dipendenza dalla sua prima messa in onda, la women-to-men ratio è abbastanza equilibrata, e gli episodi su famose chef (Nancy Silverton e il suo Mozza, Los Angeles; Ana Roš e il suo Hiša Franko, Slovenia; Niki Nakayama, del celebrato N/Naka, a Los Angeles, di cui abbiamo scritto in passato) fanno ben sperare, oltre a nutrire il fuoco dell’ambizione di chiunque li guardi. Molte chef, inoltre, avendo sperimentato episodi di molestie nella loro vita come ne ha subite qualsiasi donna a cui vorrete chiederlo, stanno lavorando per creare ambienti inclusivi e rispettosi.

È il caso della stessa Nakayama, nella cui cucina cinque su sette chef sono donne, comprese sua moglie, Carole Iida-Nakayama, e sua madre Mieko: nella sua cucina, osservando chi vi lavora, è difficile affibbiare un ruolo e una posizione gerarchica a chicchessia, poiché tutti si occupano di ciò che è più impellente in un dato momento, compresi i compiti considerati più ‘degradanti’ per uno chef, come il taglio delle verdure o delle spezie. Eppure, nonostante il piccolo paradiso creato da Nakayama all’interno del suo locale, colpiscono le parole di chef Yuki, intenta a preparare una tartare. “Esistono chef donne famose in Giappone?” “No”, scuote il capo. Ma poi si guarda intorno, e si ricrede parzialmente. “Solo Naka-san”.

Se dunque dovremo partire da Naka-san, o da Klugmann, per cercare di migliorare la situazione all’interno delle cucine professioniste di tutto il mondo, allora sarà una rivoluzione silenziosa e lenta, ma che pur lascerà un segno. E per questo mi sento di incoraggiare Antonia Klugmann, e di dirle di ribattere a qualsiasi stupido insulto potrà mai ricevere per il solo fatto che fa bene il suo lavoro tanto da spaventare chi non se lo aspettava, e chi si sente piccolo di fronte ad una figura femminile che riesce meglio di sé: lei non ha bisogno di spaccare piatti, Klugmann. Lei sa farsi sentire anche sussurrando.