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Gaga e la sua malattia, due entità in lotta

Gaga e la sua malattia, due entità in lotta

Non ho mai avuto dubbi o ripensamenti: Lady Gaga è la mia popstar preferita, la fake blonde di New York, quella il cui nome d’arte cita i Queen celando un cognome palesemente italiano, quella che ha sempre esibito la propria imperfezione fisica, quella che sfidava il senso del ridicolo portando gli outfit più oltraggiosi, quella che ha fatto di Born this way il suo il motto. Potrebbe essere diversamente?

Partiamo dalla fine: il 3 febbraio 2018, dopo due date a Milano e Barcellona, Lady Gaga annuncia con una comunicazione sui suoi canali social che le 10 date restanti del tour europeo saranno cancellate definitivamente, una cancellazione che segue un iniziale rinvio del tour da settembre 2017.

I’m so devastated. I don’t know how to describe it. All I know is that if I don’t do this, I am not standing by the words or meaning of my music. My medical team is supporting the decision for me to recover at home. We’re canceling the last 10 shows of my Joanne World Tour. I love this show more than anything, and I love you, but this is beyond my control. London, Manchester, Zurich, Köln, Stockholm, Copenhagen, Paris, Berlin. And Rio. I promise I will be back in your city, but for now, I need to put myself and my wellbeing first. I love you forever. XX Gaga

Sono a pezzi. Non so come descriverlo. So solo che se non [sospendessi il tour], non sarei fedele alle parole e al significato della mia musica. I miei dottori supportano la mia decisione di riposare a casa. Cancelliamo le ultime 10 date del Joanne World Tour. Amo questo show più di ogni altra cosa, e amo voi, ma questo va oltre il mio controllo. Londra, Manchester, Zurigo, Colonia, Stoccolma, Copenhagen, Parigi, Berlino. E Rio. Prometto che tornerò nelle vostre città, ma per ora ho bisogno di mettere me e la mia salute davanti a tutto. Vi amo per sempre. Baci, Gaga

Via Instagram

La decisione getta nella disperazione i tanti fan che aspettavano di vedere Gaga sul palco dal 2014 (anno del tour mondiale artRAVE: The ARTPOP Ball). Per capire Lady Gaga, va detto che il ruolo dell’esibizione live è fondamentale, innanzitutto per la natura esplosiva e metamorfica della performer, e in secondo luogo perché sancisce il rapporto diretto con la community di fan (una delle più riconoscibili e fedeli che esista, i Little Monsters). Come ben riporta Noisey America, Gaga ha infatti segnato un punto di svolta nel modo in cui si forma e alimenta una fandom, ben prima che arrivassero i Belibers, gli Swiftiers o la Rihanna Navy.

La motivazione della cancellazione del tour è la stessa che ha portato l’artista ad assentarsi così a lungo tra l’album di ArtPop e l’ultima sua fatica, Joanne: la fibromialgia.

La patologia, di origine reumatica, è una delle più difficili da diagnosticare e da “spiegare”, perché si esprime attraverso sintomi diversi (dolore e rigidità in muscoli e giunture, insonnia, stanchezza, e disfunzioni cognitive) ed è scatenata diverse variabili biologiche e psicologiche. In poche parole altera il modo in cui il cervello processa il dolore cronico diffuso, colpisce le donne con un incidenza del 90%, e può essere causata da esposizioni a stress e traumi protratti.
Una delle tante malattie messe tra virgolette dalla società, ambigue e indefinibili, che si attribuiscono alle donne ansiose e ipocondriache, e che vengono quindi spesso minimizzate e di conseguenza trascurate (vi ricorda niente? Vi dice niente la Sindrome Premestruale, l’Endometriosi o tutti quei risvolti della gravidanza tipo la depressione post-partum?).

Di esibizioni live e di fibromialgia parla l’ottimo documentario Netflix Gaga: Five foot two che non ha paura di avvicinare troppo lo sguardo all’artista, la quale a sua volta mostra il fianco dolente con totale fiducia. Le telecamere, dirette da Chris Moukarbel, accompagnano Lady Gaga nei momenti di mancanza di lucidità, di sofferenza e di riabilitazioni, di pianti, pianti e ancora pianti che precedono l’uscita di Joanne, l’album della svolta, e dell’esibizione da brividi al Super Bowl a gennaio 2017.

Vediamo una Gaga affrontare la separazione dal promesso sposo Taylor Kinney, la vediamo affondare nel dolore dei ricordi per la perdita della zia Joanne (morta diciannovenne di Lupus, di cui Gaga porta il nome e di cui si sente la reincarnazione) e nella riscoperta delle sue radici. La vediamo durante la realizzazione dell’album in studio insieme a Mark Ronson, la vediamo anche quando si strugge dall’ansia che possa non essere accolto e capito da tutti coloro che amavano una Gaga diversa, quella di hit dance come Poker Face e la sopracitata Born this way, precedente alla malattia.

Lady Gaga con Mark Ronson e Florence Welch (dal documentario)

La sovraesposizione al dolore di Gaga sembra un’operazione calcolata, lo è di certo, ma non per le ragioni che credereste. Non è per innescare compassione e non è nemmeno per aiutare le vendite di un album che alla fine dei conti non è riuscito a sbancare le classifiche come i precedenti, perché adotta sonorità diverse e raffinate, perché è complesso.

Che il documentario sia un modo per validare l’esistenza di questa patologia agli occhi del mondo? Come spesso accade, purtroppo, la malattia diventa una parte importante nel definire la persona che ne soffre, come se ne diventasse una sfumatura del carattere. Succede spesso con i personaggi pubblici e gli artisti: la schizofrenia di Syd Barrett, il disturbo bipolare di Sylvia Plath, la depressione di Kurt Cobain e così via. È un errore frequente che si fa per semplificare una supposta realtà che vorrebbe genio e follia legati. Gaga non ha mai tenuto nascosto di aver sofferto di disturbi mentali sin da piccola ed è consapevole della responsabilità del suo personaggio pubblico nel veicolare un’immagine della malattia che non sia legata al vittimismo o peggio all’handicap.

Gaga non è la sua malattia, non è la fibromialgia, anche se è evidente che la malattia abbia trasfigurato la sua immagine, sia nel mondo sia verso se stessa. Forse sarebbe più corretto trasformare quella vocale da verbo essere a congiunzione: Gaga e la sua malattia, due entità in lotta. Gaga che si incazza perché non riesce a stare in piedi per il dolore, Gaga che ha paura che il pubblico non la riconosca più.

Non sono mai stata neutrale nei confronti di Lady Gaga, figuriamoci dopo questo documentario. Amo il suo modo di essere pop, di essere geniale attingendo all’estetica camp. Di usare la bandiera della diversità come nessuna popstar del suo calibro ha mai fatto prima di lei, in maniera assoluta e incondizionata. Possibilmente amo Lady Gaga più di quanto la amassi prima di Joanne.
Alla fine di questa specie di calvario laico e senza pudore, Gaga affronta con attenzione maniacale ogni aspetto della sua esibizione al Super Bowl, concludendo con un’immagine, comica ancor più che ironica, di una Gaga ruggente nella sua divisa viola che si lancia dal tetto dello stadio di Houston.

Non esiste perfezione nel mondo di Gaga. Esiste un solo e unico modo per essere sé stessi, fedeli fino alla fine.

Locandina del documentario (disponibile su Netflix)


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  1. Patrizia Barbero

    20 marzo

    Mi spiace per lei.ho visto un suo concerto molto brava come artista e geniale.forza combatti

  2. Nicolò

    29 maggio

    Quanto sei brava amica quando scrivi.
    Condivido dalla prima all’ultima parola. 🙂

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