E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. Da dove veniva? Che senso aveva? […] All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto

Al liceo il mio professore di filosofia ripeteva spesso questo passo di Dalla parte di Swann per spiegare come funziona quel meccanismo della mente in grado di catapultarci, in modi che non ci aspettiamo, indietro nel tempo; meccanismo che si attiva quando il cervello – stimolato dai sensi – ricollega odori, sapori, suoni e visioni a ricordi molto precisi e vivi.

Non so come la citazione proustiana sia potuta sopravvivere alla mia becera adolescenza, sta di fatto che per me rimane ancora un bellissimo modo di descrivere una situazione in cui spesso mi ritrovo.
Mi capita sempre con gli odori; con quello dell’origano, ad esempio. Quando apro il barattolo e vengo sopraffatta dal profumo, mi ritrovo davanti mia nonna, che con le sue mani storte e ossute cerca di pulire la pianta. Lo stesso vale con il basilico: quando ne annuso le foglie, ritrovo la precisa immagine di questa piccola donna che, in un generico sabato degli anni ‘90, prepara meticolosamente un impasto di acqua, farina, lievito e sale, che poi condirà in diverse maniere. In questa istantanea, c’è anche posto per una piccola me e una ancora più piccola versione di mia sorella, intenta ad adornare una piccola bambola fatta con pasta di pane.

Gli odori. Interpretazione di Carol Rollo

Se penso a mia nonna, non posso che vederla come una figlia di un tempo assai crudo, caratterizzato dalla povertà, una dittatura, una guerra mondiale, ma anche della sua regione, un luogo caratterizzato da semplicità e modestia.

fronzolo /’frondzolo/ s. m. [der. del lat. frondeus, agg. di frons frondis “fronda”]. – 1. [spec. al plur., ornamento d’abito o d’acconciatura, superfluo e pretenzioso] ≈ (non com.) ammennicolo, gala, orpello. 2. (fig.) [abbellimento esteriore, ornamento d’effetto: stile con troppi f.] ≈ (lett.) belluria, (non com.) fronda, gala, infiorettatura, orpello, svolazzo.

“Fronzolo” è una delle prime parole che ho imparato durante alle scuole elementari; forse proprio dai vecchi sussidiari di mia nonna, insegnante elementare in pensione, che si prendeva cura della nostra istruzione con i suoi vecchi e collaudati metodi: sussidiario, vocabolario, merenda delle ore cinque. Con questa formula e in un ambiente così protetto c’era una seconda possibilità anche per me, una bambina che non capiva la differenza tra -gn e -gl, il senso dei test a crocette, per non parlare dei regoli.
Se dovessi riassumere i 98 anni di esistenza di mia nonna, farei ricorso proprio a questa parola – fronzolo. La sua è stata una vita lunga e una battaglia contro il superfluo (i fronzoli, appunto), cosa che, per certi aspetti, me la fa vedere ora come un’ecologista, seppur inconsapevole, ante litteram.

Dopo quella fase in cui gli adulti ti insegnano l’abc della vita e la consapevolezza della tua persona inizia a fare capolino, impari ad osservare. E questa è la più grande fonte di insegnamento, quella che non ti viene imposta, perché non dogmatica, perché non ti umilia. La migliore tecnica di osservazione, per me è stata la costanza silenziosa: perché non devi distrarre chi stai osservando dalle azioni che compie abitualmente.

Mia nonna mi ha insegnato così l’arte del riciclo; il famoso “Mettiamolo da parte (riferito al pezzo di un oggetto x che si era rotto), ché di sicuro un giorno sarà utile (per riparare qualcos’altro)”. C’erano le cuciture a scomparsa sui vestiti che ora si darebbero per irrimediabilmente rotti; i fazzoletti di tessuto nonostante la nascita dei Kleenex; il preferire i prodotti naturali alla chimica; la diffidenza per la plastica.

Credo che mia nonna mi abbia insegnato più cose di ogni altra persona della mia famiglia, nonostante il suo ego non si sia mai imposto, né con la forza né con la asprezza. Mi chiedo se lei sia stata ignara o meno dell’importanza del ruolo che ha assunto. Piena di affetto e gratitudine per ciò che ha ricevuto, il suo mantra era Non fare debiti e non mancare di rispetto alla vita, cosciente del fatto che le risorse, e più in generale le fortune, non sono distribuite equamente.

Nonna se n’è andata in punta di piedi, senza fare troppo rumore, quasi a non voler disturbare noi che in quel momento eravamo impegnate con un’emergenza forse più grande. Sempre lei, fino alla fine. “Ma tu guarda questa”, ricordo di aver pensato in quel momento, mentre camminavo tremando con un pacchetto di patatine in mano. (Sì, a chi le sigarette e l’alcool, a chi le patatine)