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I nostri preferiti del 2018: musica

Aurora

Di Marta Conte

Non ricordo come sono incappata in Aurora, cantautrice norvegese poco più che ventenne: so solo che una donna più simile ad un elfo, sostenente che le mele contengano segreti, mi sembrava qualcuno su cui indagare di più. Nel 2014 Aurora debutta con il suo primo album All My Demons Greating Me As A Friend dove canta di solitudine e paura, ma anche di rinascita e amor proprio. Nel 2018 le sue sperimentazioni electro-pop continuano con il suo nuovo lavoro Infections Of A Different Kind di cui il primo singolo estratto è Queendom, e parla da sé. Godetevela.


Christine and the Queens

Di Veronica Tosetti

Héloïse Letissier ha 21 anni quando da Parigi si trasferisce a Londra per risollevarsi da un periodo di depressione. Lì condivide l’appartamento con delle drag queen le cui esibizioni – lei poi affermerà – diventano la prima fonte di ispirazione per la sua musica. Héloïse diventa così Christine e le Queens del nome sono la sua band di supporto. In questa breve parabola sta tutta l’essenza di questa artista multiforme: canta in inglese e francese di identità divise tra maschile e femminile, di amori impossibili e sessualità. Dopo il successo di Chaleur Humaine nel 2016, è tornata quest’anno con Chris, vestendo i panni maschili della sua nuova personalità.


King Princess

Di Marta Magni

L’inno queer che ci meritiamo in questi tempi bui, Pussy is God e tutti gli altri singoli ed EP di King Princess sono una bella boccata di aria fresca non eteronormativa in un mondo sempre più – tristemente– eteronormativo.


Caroline Rose

Di Valeria Righele

Con il suo secondo album Loner, uscito in primavera, la cantautrice e polistrumentista americana Caroline Rose ha spiazzato chi si ricordava di lei come di un’artista fedele al lagnoso canone dell’alt-country, per compiere una magistrale evoluzione verso un’estetica e uno stile decisamente più avventuroso e pop. Negli 11 pezzi della scaletta Rose affronta temi complessi che includono capitalismo, sessismo nell’industria dell’intrattenimento, maternità, aspirazioni professionali e morte, con un piglio davvero irresistibile ed intrigante.


Marie Davidson

Di Alessandra Perongini

Marie Davidson, producer franco-canadese, è una delle figure più magnetiche della club culture degli ultimi anni. Working Class Woman è il suo quarto album, uscito quest’anno su Ninja Tune, ed è un esempio potentissimo di come il fare musica – ed il fare arte in generale – sia uno dei modi migliori per vivisezionare in profondità e con precisione chirurgica la propria personalità ed il senso (o forse il non-senso?) del tempo in cui si sta vivendo.

Con un’elettronica dark, talvolta techno, Davidson parla lungo il disco delle contraddizioni che attraversano il mondo del clubbing, del proprio percorso di psicoanalisi, dell’importanza di lavorare su e per se stessi, e lo fa in un modo asciutto e tagliente, con l’introspezione e la riflessività non più impulsiva di una donna entrata con grazia magistrale nei propri trent’anni. Qui un’intervista molto bella che spiega il suo lavoro.

 


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