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Viaggio all’interno del fandom di Star Wars

Viaggio all’interno del fandom di Star Wars

State facendo il vostro ingresso nella cultura convergente. Non è così sorprendente che non siamo ancora pronti a confrontarci con le sue complessità e le sue contraddizioni. Nessun gruppo può fissare le condizioni. Nessun gruppo può controllare accesso e partecipazione.

– Introduzione a Cultura convergente, 2006

Nel 2006 Henry Jenkins, accademico statunitense esperto di comunicazione e mass media, pubblicò Cultura convergente, il primo importante saggio che analizza le pratiche di accesso e la partecipazione alle narrazioni transmediali, alle piattaforme digitali, così come ai loro contenuti. Attraverso esempi molto semplici, Jenkins mostrava come l’intrattenimento, soprattutto nella forma di videogame e fan fiction, potessero cambiare – o addirittura migliorare – le dinamiche della democrazia partecipativa: “Le abilità che acquisiamo attraverso il gioco possono avere conseguenze su come impariamo, lavoriamo, partecipiamo al processo politico e ci connettiamo con gli altri in una parte o nell’altra del mondo”.

Per provare le sue idee, il massmediologo statunitense citava diversi casi, dai reality, all’irriverenza satirica dei primi meme, passando per il cinema. Con Matrix e Harry Potter Jenkins dimostrava come l’entusiasmo e la passione dei fan avessero portato alla creazione di prodotti secondari e narrazioni transmediali (con una copertura, cioè, non ristretta ad una solo medium), che avevano ampliato il contenuto del racconto iniziale, costringendo major e registi a rivedere i propri confini, e il concetto di proprietà.

Il DIY colpisce ancora

Un capitolo a parte merita, per la sua attualità,  Star Wars, la cui partecipazione è ancora molto viva. Nel libro viene a fondo descritta la devozione dei fan di Guerre Stellari, che hanno dato vita a corti e lungometraggi, giochi, zine e gadget collaterali, talvolta a sfondo parodistico, nonostante i numerosi ostacoli dati da un budget esiguo e da un’attrezzatura tecnica non proprio all’avanguardia.
Gli ammiratori di Star Wars non hanno però trovato fin da subito il supporto del creatore della saga. Noto è il caso del sito starwars.com, che, al suo lancio nel 2000, incoraggiò sì i fan a pubblicare materiale e racconti legati alla saga, ma a patto di rinunciare al compenso e ai diritti di autore.

Elizabeth Durack è conosciuta per aver condotto la prima grande campagna di boicottaggio di questa piattaforma, battendosi per la partecipazione dei fan alla produzione e alla circolazione di materiali riguardanti Star Wars, e rivendicando un po’ quello che è stato l’approccio degli anni Settanta, quando il pubblico, forse influenzato dalla appena nata cultura DIY, si è cimentato nella creazione di zine e fumetti collaterali, per celebrare non solo la storia in sé, ma anche per rivendicare il proprio diritto a partecipare alla creazione del “mito” di SW. “Molti scrittori hanno notato che Star Wars […] ha nell’America odierna il posto che la mitologia dei greci o dei nativi americani aveva per i popoli precedenti. Rendere i miti moderni ostaggi del mercanteggiare legale delle corporation sembra quindi cosa contro natura”, afferma la Durack.

Il brand connesso a George Lucas ha alternato diverse fasi, attraversando momenti di incorporazione o accettazione della fan fiction (che ha ampliato, di fatto, l’Universo narrativo della saga), e restrizioni sull’uso delle action figure e degli audio originali.

L’amore per SW, nel corso degli anni, è diventato così grande che la LucasFilm Ltd. ha dovuto accettare le nuove dinamiche della fan fiction, cercando da un lato di incoraggiare l’entusiasmo dei fan, dall’altro di proteggere il capitale. Numerosi sono i film che omaggiano le prime due trilogie. Tra i più commoventi citati da Jenkins, ricordiamo Kid Wars (2000), diretto da un quattordicenne che ha coinvolto nelle riprese i suoi amichetti, armandoli di pistole ad acqua per simulare le armi galattiche; Boba Fett: Bounty Trail (2002), nel quale ogni membro del cast ha cucito da solo il proprio costume; The Jedi who Loved Me (2000), girato alla festa di matrimonio di una coppia patita di Star Wars.

Interessante è la descrizione da parte di Jenkins una sostanziale differenza di genere: il massmediologo ha notato che la creazione di parodie o pseudo tali di SW è tipica del pubblico maschile, mentre la tecnica del mash-up, nella quale si mescolano contenuti da spettacoli televisivi o video musicali con quelli della saga lucasiana, viene invece prodotta da donne; le autrici di questi prodotti evidenziano, così, aspetti della narrazione passati in secondo piano, nuove possibili interpretazioni e collegamenti con la pop culture imperante.

L’attacco dei cloni (conservatori)

È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi.

Padme Amidala (Ep. III)

Chi conosce la saga sa che Star Wars, al suo esordio, ha mostrato solo una donna in un ruolo principale: la principessa Leia. Ai tempi l’idea di una principessa guerriera è bastata a scatenare l’entusiasmo di una grossa fetta di pubblico. Nei successivi episodi, questa figura è rimasta abbastanza isolata nella narrazione. L’introduzione nella seconda trilogia del personaggio di Padme Amidala non è riuscito ad essere tanto incisivo come quello di Leia. Altre donne che vediamo nelle prime due trilogie occupano solo ruoli marginali, dalle comparse a poco più di esse. Il test di Bechdel, per dirla in parole povere, non veniva superato con questa drammaturgia.

Quarant’anni più tardi dal primo lungometraggio esce nel 2017 The Last Jedi. La lingua inglese aiuta in questo a rimanere nel titolo gender neutral. In questo episodio, Leia è diventata una donna matura a capo della Resistenza; il suo posto viene preso dall’Ammiraglio Holdo, una figura statuaria con i capelli viola avanti negli anni, il cui ruolo chiave viene svelato verso la fine. C’è inoltre Capitan Phasma, personaggio femminile che compare con la sua uniforme da Stormtrooper argentata. Rey e Rose sono le figure femminili più giovani del film, che si distinguono tra “i buoni” per le loro abilità, jediche nel primo caso, tattiche nel secondo. I ruoli maschili presentano anche nuove connotazioni: compaiono eroi stanchi, in lacrime, provati, dotati di sarcasmo, e antagonisti che non si riescono a prendere sul serio, pieni di sfaccettature.

Amilyn Holdo (nel film interpretata da Laura Dern)

Tutto ciò è stato evidentemente troppo insopportabile per quel fan che ha rieditato The Last Jedi, in modo da tagliare tutti questi nuovi personaggi femminili, fondamentali per la drammaturgia di questo episodio. La sua perversa versione, che è scaricabile col nome di The Last Jedi: De-Feminized Fanedit (aka the chauvinist cut), ha ben 46 minuti in meno della durata originale. Stando al comunicato dell’autore, questa versione “de-feminized” non presenta tutte quelle idiozie da “girlz powah”.

La “versione sciovinista” di The Last Jedi non è, purtroppo l’unico esempio del genere. Tristemente famoso è il caso degli attacchi razzisti ricevuti dall’attrice Kelly Marie Tran (Rose), sia a livello personale, che sulla pagina Wookiepedia, l’enciclopedia online di SW. L’admin del sito ha prontamente rimosso il contenuto razzista da internet, ma è d’obbligo mostrare un’immagine a proposito.

Uno screenshot della pagina di Wookiepedia

Per riportare la discussione al livello con cui è partito l’articolo, quello del fandom, è da segnalare cosa è successo alla piccola Katie Goldman, una bambina di Chicago che nel 2010 ha denunciato di aver subito pesanti attacchi dai bulli della sua scuola, per aver mostrato di essere una fan di Star Wars, cosa non adatta al suo “essere bambina”. La buona notizia è che, grazie all’impegno della madre, il caso ha raggiunto una denuncia corale nei media, e l’associazione 501st Legion, un’associazione di fan che si incontrano con accurate repliche delle armature imperiali, ha inaugurato una sorta di campagna, per dare supporto a casi come quello di Katie. Altra bella notizia è che anni dopo, Katie donerà il suo costume imperiale a un’altra bambina fan della saga vittima di bullismo, Allison.

Women in sci-fi: La minaccia del feticismo

Più insidioso è il caso in cui il posto nella sci-fi per le donne c’è, ma sotto determinate condizioni. Non è raro sentire uomini che feticizzano la controparte femminile, se amante di fantascienza, videogiochi, role play. Dalla cronologia del sito di SW emergono, per fortuna, esempi di fan che denunciano questa logica, ma compare spesso il paradigma secondo il quale “any woman who appreciates stuff like Star Wars is a rare and magical beauty that must be treasured”.

Una nuova speranza (sembra)

Non si può fermare il cambiamento, così come non si può fermare il sole che sorge.

Shmi Skywalker (Ep. I)

Un’immagine del documentario Looking for Leia

821 milioni di dollari è l’incasso di Wonder Woman, la prova, assieme a Black Panther, che il pubblico è assetato di nuove storie e sente il bisogno di una “mitologia” più inclusiva, nella quale – forse – rispecchiarsi, e con la quale poter sognare.
Come ha detto Rachel Hatzipanagos nel suo articolo su The Lily: “Alle donne piace potersi riconoscere anche nei film. E questo sfida il mito per cui loro dovrebbero di default disprezzare fantascienza e film di supereroi. I registi non provano mai a connettersi davvero con noi.”

Colpita dalla dedizione di quella parte di fan che si identifica come donna, Annalise Ophelian ha preparato per l’estate 2018 quello che sembra essere un documentario promettente sul fandom “female identified” di SW. L’idea di questo film si è cristallizzata con la partecipazione della regista a una convention in California nel 2015, durante la quale ha potuto constatare quante donne amanti della saga galattica ci siano. Da quest’esperienza è nata l’idea di un viaggio attraverso gli Stati Uniti, per documentare la passione delle fan di Star Wars. Il progetto si sarebbe dovuto concludere con un’intervista a Carrie Fisher. Il titolo sarà Looking for Leia e per ora è disponibile questo breve commuovente estratto su Vimeo, che dimostra che Guerre Stellari è per tutt*. Alla fine, che controsenso di dimensioni colossali sarebbe, se una storia basata sul concetto di resistenza, convivenza tra esseri da diversi pianeti dalle più variegate forme, rispetto per la natura, fosse di esclusiva fruizione di piccoli mediocri uomini bianchi?

Looking for Leia preview reel from What Do We Want Films on Vimeo.


Fonti

Henry Jenkins: Cultura convergente, Apogeo, Milano 2007.
Jenna Amatulli: “Someone Edited ‘The Last Jedi’ To Make A ‘Chauvinist Cut’ Without Women”, Huffington Post, 17 gennaio 2018.
Anna Menta: “Racist attacks against Kelly Marie Tran posted to Rose Tico’s Wookiepedia page”, Newsweek, 19 dicembre 2017.
Alibin Johnson: “Female Star Wars Fans: Strong with the Force”, Starwars.com, 4 aprile 2013.
Rachel Hatzipanagos: “What Star Wars’ Rey means for women in fandom”, The Lily, 13 dicembre 2017.
Andrew Liptak: “Looking for Leia is an upcoming documentary that highlights the women of Star Wars”, The Verge, 11 maggio 2017.


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