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Due chiacchiere con Caitlin Doughty

Abbiamo avuto l’enorme onore di poter intervistare Caitlin Doughty in occasione dell’uscita del suo libro Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio,  di cui avevamo già parlatoper Carbonio Editore. Qui di seguito potete leggere la traduzione dell’intervista.

Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio, pubblicato nel 2014, è diventato un bestseller internazionale. Negli anni successivi alla sua pubblicazione ti è capitato di notare differenze nel modo in cui donne e uomini lo hanno recepito?

In generale le donne sono le maggiori fan. Le mie web series sono guardate al 75% da donne. Le donne sono le principali responsabili del cambiamento dell’industria funebre, sono coloro che stanno promuovendo e aiutando le persone ad avere funerali in casa. Credo che le donne, le persone marginalizzate e le comunità LGBT siano fra quelle che sono state tradizionalmente alienate dall’industria funebre, a cui non è mai stato permesso lavorare come impresari funebri o aprire un’impresa di pompe funebri. Perciò questi gruppi di persone si sentono maggiormente connessi al movimento, perché sono fra coloro che sono più interessati nel vedere un cambiamento.

A Soft Revolution siamo grandi fan del tuo canale Youtube Ask a Mortician, e adoriamo la tua ironia nell’esplorare i temi più inimmaginabili legati alla morte. Nel video Death and Feminism citi il fatto che il numero di donne impiegate nell’industria funebre è recentemente aumentato. Hai qualche idea del perché si sia verificato questo incremento? Pensi che sia dovuto al graduale disgregarsi delle tradizionali barriere di genere nelle professioni una volta principalmente maschili, o pensi che altri fattori possano aver contribuito?

Le donne stanno avanzando in tutti quei settori una volta dominati da soli uomini, ma penso che l’industria funebre sia unica nel suo genere. Prima di diventare un ambito lavorativo prettamente maschile, erano infatti le donne ad occuparsi dei morti. Cent’anni fa si moriva in casa, i defunti venivano lavati e vestiti in casa, e ad occuparsene erano le donne. Nel ventesimo secolo poi la morte diviene un business gestito da uomini, che facevano pagare cifre ingenti per i propri servizi. In questo senso penso che le donne stiano prendendo coscienza di questo fatto. Vogliamo tornare a prenderci cura dei defunti, vogliamo avere la possibilità di soffrire e vivere il lutto in maniera più intima e manifesta. Non vogliamo uomini in giacca e cravatta a dirci quello che possiamo o non possiamo fare con i nostri morti. È questa la ragione per cui così tante donne ora approcciano il settore.

Hai qualche aneddoto che ti va di raccontare su come è stato per te lavorare con altri professionisti uomini del settore? In particolare modo, cosa ti ha aiutata a renderti credibile ai loro occhi?

Riflettendoci, ho avuto colleghi nei crematori che mi hanno spinta in un angolo e minacciata, imbalsamatori che non si sono risparmiati commenti di natura sessuale, manager che ripetutamente mi hanno chiesto di uscire con loro. Onestamente, se capitasse oggi non tollererei più questi comportamenti. In parte perché sono cresciuta rispetto ad allora, ma penso anche che la nostra cultura sia migliorata nel rafforzare che “tutto ciò non è accettabile”. Ricordo di aver riportato il manager che insisteva nell’invitarmi ad uscire comportandosi in maniera inquietante, e come l’amministrazione dell’impresa di pompe funebri essenzialmente mi ha risposto che “non erano sicuri di che cosa volessi che loro facessero al riguardo”.

D’altro canto ho però anche lavorato con uomini che si sono rivelati incredibili mentori. Professionisti al 100%, che avevano davvero a cuore la mia carriera. Uomini che non hanno mai pensato che non potessi fare qualcosa in quanto donna. Quelli sono i capi e i mentori che voglio colpire positivamente, con i quali voglio mettermi alla prova come lavoratrice, e non come donna.

Il tuo attivismo nel promuovere un tipo di rapporto più intimo e naturale con il corpo del defunto ha spinto più persone ad occuparsi dei propri cari a casa. La tua impresa di pompe funebri sostiene l’idea che le famiglie possano gestire la morte dei propri membri invece di incaricare dei professionisti. Puoi raccontarci qualcosa in più delle persone che ti hanno contattata per richiedere i tuoi servizi? Quali sono le loro paure, e qual è la loro reazione nel prendersi cura dei propri morti in casa?

Quando abbiamo iniziato la nostra impresa funebre credevamo che le persone dovessero essere più seguite nel prendersi cura dei corpi in casa. Credevamo che avremmo dovuto visitare i parenti del defunto nel cuore della notte per aiutarli a chiudere gli occhi e le bocche dei propri cari, per aiutarli a vestirli. Ma in realtà dobbiamo a malapena occuparci di cose simili. Una volta date le informazioni necessarie per renderli autonomi, sono loro stessi a fare il lavoro. Non hanno bisogno di un professionista del settore. Semplicemente andiamo a prendere il corpo quando sono pronti, sia che sia tre ore o tre giorni più tardi.

In passato prendersi cura di un morto era principalmente un compito femminile, così come assistere i malati e consolare chi soffriva. Pensi che il peso del lavoro emotivo femminile sia ancora molto sentito fra coloro che richiedono i tuoi servizi? Come cerchi di stimolare una maggiore partecipazione dei membri maschili della famiglia in questa situazione?

È una faccenda a cui penso spesso. Mi è stato chiesto se riportare in auge la pratica dei funerali in casa non vada a gravare nuovamente sulle donne. Forse, ma prendersi cura dei morti non è un peso, è un grande privilegio. È un’esperienza bellissima che cambia la vita. Prendersi cura dei morti non è come altre incombenze casalinghe tipo pulire, cucinare etc. Gli uomini si perdono veramente qualcosa se non partecipano nella cura dei propri morti. 

Alcune delle storie più di rilievo recentemente accadute nel Regno Unito e negli Stati Uniti riguardano mariti che si sono presi cura delle proprie mogli a casa. Perciò ho fiducia che anche gli uomini si occupino dei loro morti. 

Sfatare il mito dell’imbalsamazione e di altre pratiche mortuarie già consolidate da tempo nel panorama degli Stati Uniti è un’operazione coraggiosa. Sappiamo che sei stata pesantemente criticata dai membri della National Funeral Directors Associations, e che in generale altri professionisti del settore sono in forte disaccordo con i tuoi principi – e sono piuttosto attivi sui social media nel farlo presente. Quanto di questa opposizione pensi abbia a che fare con l’essere un donna, e quando invece con il contenuto vero e proprio delle tue idee?

Questa è una bella domanda. È sempre più ovvio dare una risposta chiara a questa domanda quando i commenti terminano con termini tipo “tesoro”, “ragazzina” o simili epiteti disqualificanti. Ora che ho trent’anni la situazione è nettamente migliorata rispetto a quando ne avevo 20. Penso che gli uomini siano più intimiditi da me ora, e per un buon motivo. Se qualcuno pubblica un commento su di me che è fortemente misogino, disgustoso o che parla esplicitamente del fare o meno sesso con me io lo ri-posterò sui social media. Lo denuncerò pubblicamente.

Direi che le giovani impresarie funebri tendono ad essere maggiormente d’accordo con le mie idee e a seguirmi piuttosto che gli impresari uomini, ma non è un fatto sorprendente. Ci saranno ancora commenti che chiederanno “quando finiscono i suoi 15 minuti di gloria?”. Faccio questo lavoro da 10 anni, penso di aver superato la fase dei 15 minuti di gloria.

Stiamo leggendo il tuo libro From Here to Eternity, nel quale esplori le tradizioni mortuarie di differenti paesi. Se potessi importare una tradizione straniera fra quelle che hai visto negli Stati Uniti, quale sarebbe? 

L’hotel dei cadaveri in Giappone! Hanno hotel dove le famiglie possono venire da fuori città per passare tempo con i loro morti. Sono pensati per famiglie che vogliono avere una veglia funebre in casa, ma gli appartamenti di Tokyo sono troppo piccoli. Non sono sicura quante persone a Los Angeles vorrebbero questo tipo di hotel, ma mi piacerebbe che li volessero.


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