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Delle complicate dinamiche della fine di un’...

Delle complicate dinamiche della fine di un’amicizia

Era il 1996, usciva il disco Wannabe delle Spice Girls, facevo la seconda media e pensavo che le mie amiche fossero la cosa più importante al mondo. Serie TV, settimanali, canzoni, tutto mi diceva che l’amicizia era la cosa più importante.

If you wanna be my lover, you gotta get with my friends
(Gotta get with my friends)
Make it last forever, friendship never ends

Parlavamo di ragazzi, di vestiti, di trucchi, essenzialmente di ragazzi, ma – ad essere sincera – di queste cose a me importava pochissimo. La mia pre adolescenza è stata costellata di tute in acetato, capelli legati con elastici fluorescenti, scarpe da ginnastica, però le amiche le volevo. Volevo far parte di quel magico mondo in cui ci si confida tutto, quello “del tranquillo siam qui noi”, fatto di dediche sul diario, musicassette glitterate create “apposta per te” con compilation registrate alla radio, linguaggi in codice. Quindi mi adeguavo. Mi avevano insegnato che le amiche condividono interessi e passioni, così ho appeso nella mia stanza poster di Leonardo Dicaprio e Brad Pitt, mi sono comprata le musicassette dei Backstreet Boys, non ho mancato un’uscita di Cioè in edicola.

Insomma, ho fatto tutto per bene e, apparentemente, la cosa ha funzionato. Il nostro era un gruppo matriarcale guidato dall’ape regina, la più popolare della scuola, quella che aveva il ragazzo al liceo. Poi a seguire venivano diversi gradi di “figaggine”, ciascuna con la sua caratteristica: quella che disegnava bene, quella esperta di trucco, quella che sapeva sempre tutto sulle star del momento (attenzione, non trascuriamo il fatto che, al tempo, internet non esisteva sui nostri schermi). Io mi ero ritagliata la dignitosa nicchia dell’alternativa. Una hipster ante litteram, solo con molto più disagio addosso, però era funzionale. Almeno fino a quando qualcosa è cambiato.

Un giorno mi è stato comunicato che non ero più parte del gruppo. Che cosa fosse successo non mi è stato mai chiaro, ma ricordo l’evento come uno dei più catastrofici della mia esistenza, perché a dodici anni non si hanno molti strumenti per capire che, anche se le amiche ti hanno ostracizzato, la vita va avanti. A quell’età ti trascini in giro come una paria, senza fissa dimora sociale. Nessuno ti spiega che le amicizie hanno senso se hanno uno scopo, che l’amicizia, intesa come sentimento unico e assoluto, che si manifesta all’incontro di due anime estranee, ha lo stesso fondamento del principe azzurro sul cavallo bianco.

Se l’amore è una scoperta progressiva, della cui complessità abbiamo quasi subito consapevolezza, l’amicizia ci pare una cosa scontata, che è sempre stata lì, sulla quale non si deve molto riflettere. Un giorno arrivi ai parchetti, hai fra i tre e i quattro anni, addocchi un bambino con un pallone, ti avvicini e gli chiedi “Come ti chiami? Vuoi essere mio amico?” e incominciate a giocare. Facile no? Poi le cose si complicano, perché – crescendo – cambiano gusti e abitudini, preferenze e passioni, ma non cambia il desiderio di sentirsi legati a qualcuno. La migliore amica delle scuole elementari cresce, non sempre come te, e a un certo punto rischi di trovarti a fianco davvero un’estranea. Quando abbiamo smesso di giocare con i mini pony e tu ti sei messa a suonare la chitarra, io a leggere per pomeriggi interi? A dodici anni non puoi darti risposte, perché tutto è assoluto.

Le passioni non conoscono mediazione e il concetto di apertura agli interessi altrui è schiacciato dal bisogno di conferma, di autoriconoscimento in un gruppo omogeneo di appartenenza. Tutti suoniamo, tu no, allora tu non puoi essere del gruppo. Vallo a spiegare a chi, fin da piccolo, si sente ripetere che l’amicizia è nobile e disinteressata, che l’amico è e sarà sempre. Un passo indietro e torniamo sui banchi di scuola. Finiscono le scuole medie e alle superiori le cose non cambiano. Esistono ancora i gruppi, quelli tanto odiati dai professori che insistono “Dovete essere tutti amici fra di voi”, ma si ammantano di senso. Gli alternativi, i fighetti, gli sportivi, i secchioni.

Rimane una sola stella polare: l’amico del cuore, che si trasforma, con l’adolescenza, in una specie di appendice. Chiara e Valeria, Giulia e Arianna, Anna e Francesca. Il mancato abbinamento puzza di diversità e porta con sé uno stigma sociale simile a quello di chi, arrivato ai fatidici quindici anni, non ha mai avuto una ragazza o un ragazzo. I più fortunati capiscono presto che la questione andrebbe posta in modo diverso: l’amico non è un accessorio e nemmeno un “valore”. Avere amici non è bello come atto fine a sé stesso, ma solo se ha uno scopo e incominciano a vivere con minor pathos le rotture: fanno parte della vita, del percorso.

Ci sono persone che ci accompagnano per un breve tratto, altre che vanno e vengono, altre – poche – che rimangono. A ciascuna va riconosciuto il suo ruolo, senza mai dimenticare, a prescindere dagli epiloghi, la gratitudine. Ad ogni modo, l’illuminazione arriva, presto o tardi, durante l’ennesima serata trascorsa a parlare di cose di cui “non te ne può fregar di meno”, solo perché i tuoi amici lo fanno, oppure quando ti rendi conto che le tue amicizie sono un do ut des nel quale, in fondo, nessuno fa mai quello che davvero desidera. “Vengo con te al cinema se tu poi vieni con me al concerto”. Allora ti chiedi cosa desideri davvero. Allora ti metti nella condizione di trovare qualcuno che ti sia davvero amico. Il resto va bene ma, in fondo, è solo compagnia.


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