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La crisi è una costellazione, potenzialmente infin...

La crisi è una costellazione, potenzialmente infinita

Mi sento un’impostora a scrivere, a ventiquattro anni, della crisi che sopraggiunge quando raggiungi il quarto di secolo e non sai chi sei. In teoria mi manca ancora un anno per quel tipo di angoscia. Nella pratica, ci sono già passata almeno tre, quattro volte: quando ho lasciato la laurea magistrale per la prima volta; quando ho capito di non essere eterosessuale (e quando, anni dopo, ho dovuto decidere di dirlo a tutti); quando ho rifiutato più di un’offerta di lavoro perché non sapevo se fosse la cosa giusta per me; quando sento avvicinarsi la fine degli esami e la tesi di laurea, e davvero non saprò più cosa fare.

Un questione di dubbi

Le mie scelte sono sempre accompagnate da una cascata di dubbi su me stessa, su chi sono, su quello che desidero e se quello che spero mi definisca come persona. Per me uscire da una crisi significa disporre tutte le perplessità che ho sul tavolo e ricostruire me stessa, pezzo per pezzo, elaborando una specie di collage emotivo delle cose che funzionano nella mia vita. Ogni tanto funziona, ogni tanto no.

Per via di tutte queste crisi ben o mal gestite, penso di poter affrontare la crisi dell’anno prossimo come se, alla fin fine, non fosse niente di grave. Magari suggerendovi pure come affrontare la vostra di Crisi del quarto di secolo.

La Crisi del quarto di secolo ( = i 25 anni)

La Crisi del quarto di secolo non è esattamente una cosa vera. È un pezzo di psicologia popolare – un altro modo per dire “un pezzo di niente” – cioè un concetto diffuso e condiviso, che non si basa su una teoria psicologica esistente, o, se lo è, è talmente semplificato per la comprensione e diffusione di massa da risultare inaccurato.
L’unica teoria che viene collegata alla Crisi del quarto di secolo è quella sugli stadi dello sviluppo psicosociale di Erik Erikson, lo psicologo tedesco naturalizzato americano che tra gli anni ‘50 e ‘60 ha creato il termine crisi d’identità, condannandoci tutti all’angoscia perenne.

Erikson parla di otto stadi dello sviluppo dell’identità, ognuno dei quali corrisponde a un momento preciso della vita – dai tre ai cinque anni, dai sei agli undici, adolescenza, primo e secondo stadio di vita adulta, e così via. Ci avviciniamo al quarto di secolo dopo aver passato tutta l’adolescenza a determinarci e a definirci, a capire la nostra identità, e la crisi sopraggiunge quando dobbiamo dare in pasto questa nostra identità agli altri, in una relazione.

Chi siamo? Dove andiamo? E le formiche?

Arriviamo ai venticinque anni e cominciamo a chiederci chi siamo davvero, dove vogliamo andare, e improvvisamente non lo sappiamo più e mettiamo in dubbio qualsiasi certezza abbiamo avuto fino a quel momento. Forse siamo condizionati dal fatto che quest’idea esiste, se ne parla, è diffusa, e ci aspettiamo che i vent’anni siano una crisi d’identità perenne. Ci passiamo come si passa un rito d’iniziazione: come i Sateré-Mawé del Brasile infilano la mano in un guanto pieno di formiche proiettile e si fanno pungere fino agli spasmi, i ventenni occidentali devono passare per la porta della crisi del sé prima di essere considerati adulti.

Tucandeira. Illustrazione di Elena Della Rocca

Una generazione di indecisi

Crisi significa decisione in greco, ed è una delle etimologie più belle che io abbia mai conosciuto. Come in un cerchio, la decisione può essere quello che porta alla crisi, quella che si è costretti a prendere durante una crisi, o quella che mette fine alla crisi. Anche per questo la crisi del quarto di secolo nella cultura pop è diventata una cosa da Millennial: è talmente diffusa la concezione che i Millennial siano una generazione di Peter Pan, restia agli impegni e alla crescita, che è facile bollarli come dei perenni indecisi. Ecco, la generazione indecisa.

Pur essendo la generazione degli indecisi, la decisione che ci porta alla crisi la prendiamo (altrimenti, appunto, non saremmo “in crisi”); la particolarità è che non riusciamo a prendere la decisione di uscirne, di scegliere un’identità per noi stessi e appiccicarcela addosso per il resto della vita, o almeno fino alla prossima crisi.

Per tornare a me stessa, per esempio, ormai nella crisi sto bene. Non appena metto un piede fuori dal tornado, mi chiedo cosa ci sia di tanto bello là fuori, e ritorno dentro. Oppure esco dalla crisi come se andassi in villeggiatura, mi prendo qualche mese di calma e poi mi ributto nel dubbio.

Obelischi e costellazioni

Abbracciare la crisi è stata la mia salvezza, in particolare nel momento della laurea magistrale.

Ho studiato da fuori sede e dopo la laurea triennale sono tornata a casa senza sapere cosa fare. Mi sono iscritta a una magistrale che non era la continuazione della mia triennale, ma che mi sembrava comunque adatta a me: un’idea furba, diversificare. Ad aprile mollai l’università e passai mesi con l’unico chiodo fisso di tornare nella città in cui avevo studiato negli ultimi tre anni. Come se ristabilire lo status quo fosse l’unico modo per star bene e sapere cosa fare di me stessa. Finì che non tornai da nessuna parte, rimasi a casa dei miei, persi un anno e scelsi un’altra magistrale. Una che non mi sembrava adatta a me. E cominciai a chiedermi chi fossi, se non sapevo nemmeno cosa volessi.

Incontrai una psicologa. Una che non mi parlò di crisi del quarto di secolo, o di Erikson, ma che mi fece notare che ero ossessionata dall’idea che la mia identità fosse qualcosa di definito, quando non lo era. Che la mia identità fosse un obelisco, una cosa fissa e immobile: una cosa che poteva cambiare solo dopo essere stata distrutta e costruita in modo diverso. E per questo ero in crisi: perché stavo cercando di distruggere qualcosa che mi sembrava non mi servisse più, ma a cui tenevo più di qualsiasi altra cosa.

Mi disse che la mia identità – l’identità di tutti – non è un obelisco, ma una costellazione: potenzialmente infinita, come l’universo. Come ogni stella della costellazione è diversa, così ogni faccia della nostra identità è diversa ed è comunque parte della stessa costellazione, che è qualcosa di creato, artificiale, basta di volta in volta unire i puntini verso la stella che ci interessa. E questo paragone da Baci Perugina segnò l’inizio, per me, delle cose belle. Quello stesso giorno uscii dallo studio salutandola per sempre, e abbracciai il tornado, il vivere nel dubbio: l’identità “crisi”.

Da allora ogni crisi è solo un’identità nuova da esplorare. Non credo nemmeno sia giusto definirla “identità nuova”: forse solo una faccia diversa che prima non conoscevo. E mi sta bene così. Non voglio dire che sia necessario stare sempre in crisi o che questa sia la scelta migliore che ci sia: lo scacco, per me, è trovarsi bene nella crisi; non ignorarla o sottovalutarla, e nemmeno pensare che si possa vivere tutta la vita in crisi. Semplicemente, entrare in crisi sapendo che cos’è: un momento di scelta. E che si può stare in crisi senza star male, e si possono prendere decisioni anche molto tardi, o con molta paura, ma prima o poi le scelte si fanno ed è bello poterle prendere senza viverle come il crollo della propria esistenza ed identità.

La crisi è uno stato di bellezza, di indeterminatezza, di infinito: solo il ponte prima della prossima stella.


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  1. Emme

    7 agosto

    Grazie. *)

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