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Lasciamo che gli alunni facciano esperienze autent...

Lasciamo che gli alunni facciano esperienze autentiche

di Sofia Sartorelli

Martedì mattina, ore 10.40. Siamo a metà gennaio, e fa così freddo che agli angoli dei vetri dell’aula si sono formati dei piccoli cristalli di ghiaccio. Matteo sta disegnando con Caterina quella che sembra essere una principessa con un cappello a forma di cane. Sara e Latifa lanciano a tutta forza i Beyblade nel corridoio, insieme a Carlo e Alberto, che usano il coperchio del bidone della carta come arena dove far combattere le trottole dentate. Francesco, Hussejn, Jamila e Rosa giocano alla famiglia, e io rido sentendoli urlare “Figlio! Vieni qui!” Giada racconta un libro a Flavio e Anita, seduti per terra in corridoio, e Giulio ed altri compagni scappano correndo da Jasmine, che “ce l’ha”, fino a quando non riesce a toccare Alice, e quindi ora “ce l’ha” lei.

Arrivano le 10.55, ed è il momento di cominciare una nuova attività. Oggi “siamo” al ristorante: a coppie. i bambini dovranno ideare un menù per il pranzo o per la cena, e scriverlo come sono capaci. Poi le diverse coppie si uniranno formando dei gruppi di quattro bambini, che sceglieranno il nome del loro ristorante e scriveranno tutto il menù, completo dei due pasti. Carlo e Jasmine hanno già scritto “pisoceri” (che poi sarebbero i pizzoccheri che fa la nonna di Carlo) e stanno decidendo se, come secondo piatto, la cotoletta possa mettere d’accordo entrambi.

E io? Cosa faccio io in tutto questo? E chi sono? Sono la maestra Sofia, 29 anni, e ho la ferma intenzione di cambiare il modo di fare scuola. Perché il punto è proprio questo: insegnante non ci si improvvisa, ma si studia (tanto, sempre e per sempre), si progetta, si fanno esperienze e, soprattutto, si riflette sul proprio agito. Mi sono laureata in Scienze della Formazione Primaria, precaria per 4 anni e, dopo aver vinto il famoso concorso del 2016, ora sono di ruolo (in prova, ma fiduciosa). Ed ora eccomi qui, in questa piccola scuola sul Lago di Como, insieme incredibilmente ad una mia carissima amica (che è anche pedagogista, con la quale ho condiviso gli anni della formazione, e con cui condivido ora le due classi prime). Perché sì, finalmente possiamo cominciare un ciclo scolastico e portarlo a termine, senza iniziare da una classe terza e abbandonarla dopo un anno, per esempio. Questa è una gioia immensa.

Non siamo in una scuola norvegese con tavoli in legno di faggio e grandi aule né in una esclusivissima scuola privata, e nemmeno in una a metodo Montessori.
Siamo in una semplice scuola pubblica, che, a dirla tutta, è anche messa un tantino male a livello di riscaldamento, arredi, materiali… e anche bagni.
34 bambini in totale, i nostri. Alcuni stranieri, alcuni disabili, alcuni che non amano il cioccolato o i videogiochi (esistono, io posso provarlo!), altri che non riescono a stare seduti nemmeno un attimo. Classi come tante se ne vedono in Italia, in cui chiediamo ai genitori di portare fazzoletti di carta perché non ne abbiamo abbastanza e bambini che arrivano alle 7.30 del mattino e se ne vanno alle 6.00 la sera, perché i genitori lavorano e i nonni sono lontani.

Trascorrono a scuola molto tempo, io con loro, e posso serenamente affermare che l’idea che la società ha dell’infanzia è stereotipata: l’opinione comune vuole che le bambine debbano giocare in un modo e i bambini in un altro, per esempio. Ce lo dicono anche le pubblicità, la televisione e anche alcune nonne. Nei negozi di giocattoli siamo abituati a vedere scaffali rosa e principesse dedicati alle bambine, e giochi azzurri e motorizzati riservati ai maschi. Beh, io vi racconto un’altra realtà, che è quella della scuola primaria: se ai bambini viene semplicemente concesso di fare esperienze autentiche, essi sceglieranno naturalmente quella che per loro ha più senso, sia nei momenti di gioco libero, come può essere l’intervallo, sia in quelli strutturati dall’insegnante, indipendentemente dal fatto che essa sia considerata da maschio o da femmina.

Non solo: se agli alunni viene data la possibilità di costruire la conoscenza insieme ai compagni, attraverso lavori in coppia, piccolo gruppo, discussioni, brainstorming, ci si può rendere conto di come, in un periodo di sviluppo come questo in cui le differenze sono ben marcate, queste ultime non solo non costituiscano un ostacolo all’apprendimento, ma ne siano parte integrante. Noi forniamo ai bambini la possibilità di relazionarsi attraverso il gioco (perché anche quello didattico è un gioco) con tutti i compagn*, indipendentemente da genere, credo, etnia, classe, abilità; e guardarli mentre sono artefici del loro imparare insieme non ha prezzo.

A San Valentino ho proposto ai bambini di scrivere un biglietto per dire qualcosa di bello ad una persona speciale: Mattia ha dedicato il suo alla mamma, Antonio al suo amico e compagno Carlo e Okith a Linda. I cuoricini rossi erano ovunque. Perciò sì, il mondo è pieno di divisioni rosa e azzurre. Ma ci sono anche le realtà multicolori, e non troppo lontano da noi.


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