Mentre aspettiamo che il nuovo film di Wonder Woman arrivi nelle sale italiane il 1 giugno, ci sembra giusto fare un ripassino su Diana Prince e soprattutto sulla storia meno conosciuta del suo controverso creatore, William Moulton Marston.

Il personaggio di Wonder Woman, sicuramente uno dei più noti del mondo dei fumetti, nasce nel 1941 dalla mente dello psicologo Marston e dalla mano di Harry G. Peter; erano entrambi coinvolti sin dalla giovinezza nell’attivismo femminista e nel supporto alle suffragette, ma Marston in particolare sentiva il bisogno di una controparte femminile alla mascolinità imperante nei primi fumetti.

Intenzionato inizialmente a produrre un nuovo personaggio maschile che però presentasse caratteristiche stereotipicamente femminili (come la capacità di amare o in generale di credere che l’amore possa trionfare sull’odio), venne convinto dalla sua incredibile moglie Elisabeth Holloway Marston a creare la prima supereroina della storia.

Wonder Woman, all’anagrafe Diana di Themyscira, è la principessa amazzone di Isola Paradiso, abitata da sole donne fuggite dalla Grecia per evitare di diventare schiave degli uomini. Dopo che un aereo precipita sull’isola e un superstite uomo viene ritrovato, la madre di Diana decide che bisogna riportarlo nel posto da cui proviene, perché non può rimanere sull’Isola: cuce il tradizionale costume di Wonder Woman e incarica la figlia del compito. Diana si farà chiamare Wonder Woman poiché ha molti poteri sovrumani e gadget da fare invidia al primo Batman, come un jet invisibile e un lazo dorato che costringe chi vi è avvolto a dire la verità.

William Marston aveva una vita e dei principi che anche oggi ci sembrerebbero fuori dal comune: classe 1893, dopo essere stato coinvolto nelle lotte della Lega Maschile per il Suffragio Femminile che nel 1911 si batté per far pronunciare un discorso ad Emmeline Pankhurst ad Harvard (nonostante il divieto per le donne di tenere discorsi nel campus), si convinse che le donne erano non solo pari agli uomini, ma anche superiori. Wonder Woman nasceva per ispirare le donne a realizzare il proprio potenziale e per preparare i ragazzi che leggevano il fumetto al matriarcato, che per Marston sarebbe sicuramente seguito alla guerra.

Illustrazione di Benedetta Vialli

Anche la sua vita domestica non era esente da particolarità: viveva con la moglie Elizabeth e un’altra donna, Olive Byrne (che veniva spacciata per sorellastra) e i figli avuti da entrambe. Molte delle testimonianze a riguardo sembrano minate dall’eteronormatività, dato che arrivano a parlare di un ultimatum posto da Marston alla moglie legale per costringerla ad accettare la presenza dell’amante in casa: in realtà, dopo la precoce morte dell’uomo (1947), Olive ed Elizabeth continuarono a vivere assieme per altri trent’anni, fino al decesso della prima.

Secondo la storica Jill Lepore, che ha scritto un interessantissimo libro sulla vita di Marston intitolato The Secret History of Wonder Woman, la famiglia viveva un rapporto poliamoroso e faceva parte di un “culto sessuale” che praticava l’amore libero; ad ogni modo, non molto è chiaro degli equilibri domestici dei Marston.

Le due donne influenzarono sicuramente il personaggio di Wonder Woman, visto quanto erano decise e avanti ai tempi. Olive (ironicamente) scrisse per un certo periodo per Family Circle, una rivista per casalinghe che dava consigli estremamente convenzionali su come crescere i propri figli ed era la nipote di Margaret Sanger, nientemeno che la creatrice di Planned Parenthood, celebre e rivoluzionaria organizzazione che ha garantito (e continua a garantire, almeno per ora) l’accesso a educazione sessuale, contraccezione e interruzione di gravidanze.

Elizabeth, in un periodo storico in cui un diploma superiore era qualcosa di quasi irraggiungibile per il sesso femminile, ottenne ben tre lauree, partecipò allo studio del marito che si concluse con l’invenzione del poligrafo (ovviamente senza venire accreditata) e lavorò per decenni come editor per la prestigiosa Encyclopædia Britannica.

Una delle rare foto che ritrae tutti e tre assieme. Da sinistra (con bicchiere e braccialetto) Olive Byrne, l’amica Joye Hummel Murchison, Elisabeth Marston e William Marston.

Non mancano però le ombre, o perlomeno le contraddizioni, su un personaggio eccentrico come quello di William Marston: in primis, quanto il suo interesse per il mondo del bondage e del sadomaso hanno compromesso il messaggio emancipatorio di Wonder Woman? Nei suoi fumetti abbondano immagini di donne immobilizzate e la stessa Diana si ritrova del tutto impotente quando viene incatenata tramite i suoi stessi bracciali.

Marston si è sempre difeso parlando di quanto l’immagine delle catene fosse importante per le suffragette, che si incatenavano ai cancelli della Casa Bianca, indossavano catene durante le marce e via dicendo. La stessa Margaret Sanger si espresse con questi termini parlando della situazione femminile dell’epoca: la donna “si era incatenata al suo posto nella società e nella famiglia attraverso le funzioni materne della sua natura, e solo catene così forti avrebbero potuto legarla al suo terreno come un animale da covata”. Nel suo libro, Jill Lepore parla di “femminismo come fetish” e forse è veramente di questo che si tratta.

Secondariamente, pur dichiarandosi spiccatamente femminista, Marston relega Wonder Woman a un ruolo di segretaria della Justice Society of America, posizione che occupa per lunghi anni. Altro problema fu il fatto che per evitare che altri scrittori distorcessero i principi della sua supereroina, per molto tempo fu lui l’unico scrittore di Wonder Woman, nonostante ci fossero numerose serie da gestire a causa della popolarità del personaggio: ovviamente fare tutto da solo era praticamente impossibile e questo risultò in storie dove Wonder Woman compariva brevemente e in posizione marginalissima rispetto agli altri supereroi protagonisti.

Marston, poi, era tutt’altro che un santo: dopo il fallimento del poligrafo e del libro che gli dedicò (pieno di dati falsi), fu arrestato per frode in transazioni commerciali ed esiliato dall’ambiente universitario dove inizialmente lavorava.

La bizzarra figura di Marston non è però riuscita a ostacolare la popolarità della sua creazione, nel mondo femminista e non. In seguito alla sua morte e soprattutto all’entrata in campo del Comics Code Authority che accusò Wonder Woman di diffondere il lesbismo fra i giovani lettori, ci fu una fase calante per quanto riguarda i principi portati avanti (seppur contraddittoriamente) dal fumetto: Diana iniziò a interessarsi di moda e a perdere i poteri, per cercare l’affetto di Steve (l’uomo atterrato su Isola Paradiso). Fortunatamente, dagli anni Settanta in poi il femminismo di Wonder Woman tornò ad essere ribadito con forza, al punto che la rivista Ms. Magazine di Gloria Steinem la mise in copertina e la nominò Presidente.

Più recentemente ancora, lo scrittore Greg Rucka ha confermato che Diana è bisessuale, rendendola sempre più importante nella sua lotta per i diritti delle donne e della comunità LGBTQ.

Wonder Woman resta un personaggio complesso e dalla storia intricata, ma negli ultimi anni sono stati pubblicati un paio di libri che cercano di fare luce sulle questioni in sospeso: Wonder Woman Unbound: The Curious History of the World’s Most Famous Heroine di Tim Hanley e il sopracitato The Secret History of Wonder Woman di Jill Lepore.